Finalmente mi trovo a Roma

Roma, 15 novembre 1914

Papà caro,
finalmente mi trovo a Roma, da me tanto sognata e desiderata, in una stanzetta al quarto piano, semplicemente arredata, con il solo inconveniente inevitabile che sarebbe quello di essere troppo in alto, per cui bisogna salire più di un centinaio di scalini, e nella solitudine  di questa nuova stanzetta rivolgo il pensiero a coloro che mi pensano.
Mercoledì sera appena arrivato a Roma mi ricordo d’averle scritto una cartolina che sarebbe la seconda da che partii dal mio paese, in cui le davo notizia d’aver fatto un ottimo viaggio. Mentre mi è dato, fortunatamente, il tempo di darle qualche piccola e breve relazione intorno a quel viaggio, che durò ventisei ore e mezzo , lo faccio con piacere. Non  mi ricordo quante gallerie passammo, né quanti paesi, il certo è che sia l’uno che gli altri furono infiniti. Il viaggiare in treno, siccome non avevo mai viaggiato così lungamente, dapprima mi piaceva, in seguito quando cominciò a farsi tardi e farsi sentire il freddo mi seccava. Il non poter dormire fu per me, fino a Napoli, una fatica insormontabile, ci scommetto che cambiai, per poter pigliar sonno un pochino, un migliaio di posizioni, per tutta la notte, però con mio sommo dispiacere non potei chiudere occhio. Nei pressi di Napoli, cominciò ad albeggiare, e gli spettacoli magnifici e stupendi che si stendevano davanti il mio sguardo allontanarono il sonno. bainsizzaD’impressione in impressione arrivai a Roma alle 3 meno un quarto; e la stazione era così vasta che dal punto dove scesi dal treno, ad uscir fuori corre lo stesso tratto di via che si trova coperta da un’ampia tettoia di vetro. Mentre stavo per varcare il cancello della bella stazione di Roma trovai lo zio Luigi,
insieme al quale svincolai la cassa che aveva viaggiato con me come bagaglio e con una carrozzella ce ne andammo a casa sua ove mi aspettavano. Gli zii mi accolsero gentilmente; mi fecero preparare per mangiare ed altre belle cose, che sul momento rifiutai, non avendo fame, e rimandai tutto alla sera. Uscii subito con lo zio Luigi, ci ritirammo all’Ave Maria, ed io avendo sonno non potevo aspettare zio Vincenzo che doveva terminare di lavorare alle dieci e mezzo e mangiai subito. Poi uscimmo con la zia che mi condusse in casa d’una vicina, vicina per modo di dire, perché da casa dello zio a quella corre la stessa distanza che dalla nostra alla piazza del Carmine, e le domandammo se avesse la stanzetta d’affittare. Già era stata impegnata da un giovane studente pure dell’Università, ma siccome ancora non era venuto, per quella sera mi accomodai là, e mi vi coricai per tre sere finché non capitai la mia stanzetta, dove attualmente mi trovo. L’indomani mi sveglio  tardi, ossia mi viene a svegliare la zia, che mi conduce a casa dove mi fa prendere il caffè e latte, che io prendo per forza per non avendo appetito, e poi siamo andati in cerca di case. Se ne trovano in quantità a Roma stanze vuote o ammobiliate, ma Santo Iddio costano abbastanza! Chi ci diceva 40, chi 35, chi al minimo 30 lire, e sono situate in modo che non vi ci si può far dentro del mangiare, come avevo pensato io a casa, perché sono dei salottini lindi e puliti come uno specchio. Bisognava dunque andare a mangiare fuori per forza e pur mangiando miseramente in una trattoria a Roma, si spende al minino 2 lire per tutto il giorno, e avrei mangiato non so che porcheria. Allora decisi di mettermi a pensione, mangiare come in famiglia e non pensare a niente. Ne abbiamo girate parecchie di case e c’erano padrone che chiedevano 120, altre 115, delle altre 160 ecc. Dopo molto girare di qua e di là capitammo una buona signora con un figlio impiegato, vedova, la quale stava bene in salute e come Dio volle, abbiamo combinato per 80 lire dopo tante parole, con l’obbligo che dovevamo fare un mese di prova: se dopo il mese le converrà vuol dire che mi tratterrà per sempre,  altrimenti niente. E siamo rimasti che dobbiamo provare.

 

All’università romana quest’anno siamo 5000

Roma, 18 novembre 1914

 Papà carissimo,

otto giorni fa, proprio nell’ora in cui scrivo, mi trovavo nei dintorni di Napoli, pensando che fra non molto sarei arrivato a Roma. Ora, che grazie  a Dio, ci sono, rivado col pensiero indietro, e rivedo chiaramente gli ultimi giorni di vita passati a Mazzarino, e quel benedettissimo momento della partenza, che grazie allo schaffeur, non fu coronato di lacrime e singhiozzi. Immagino che dopo la mia dipartita fugace e repentina, non avranno pianto; perché sarebbe stupidaggine piangere me, che son vivo e sto bene e mi trovo per caso lontano dalla famiglia ove ritornerò al primo momento opportuno, recando, come spero, i frutti del mio lavoro. Piuttosto, dovrebbero augurarmi una buona salute, che liberandomi da qualche disturbo fisico mi permetterebbe di dedicarmi ad un indefesso studio. Credo però che sia stato inutile questo ammonimento e che saranno ben persuasi che è inutile e privo di ragione mettersi a lacrimare pensandomi. Non è vero? Quest’anno nell’Università romana ci siamo più di 5000 (cinquemila)iscritti, quasi un terzo della popolazione di Mazzarino. Ieri l’altro, lunedì, si inaugurò il nuovo anno  e vi intervennero, oltre ad un rilevante numero di studenti, , le più spiccate personalità  di Roma: ministri, senatori, onorevoli, professori, il sindaco di Roma, il principe Colonna, e molte signore e signorine della aristocrazia romana. La nostra Università è situata in un grande edificio e latrincea11a voler fare un paragone con qualche palazzo di Mazzarino non riuscirei a rappresentarlo esattamente. Per palazzi a Roma non si sta male; ce ne sono diversi colossi che solo si possono pensare; negozi poi, ce ne sono di tutte le grandezze, ricchi d’ogni ben di Dio. Sono cose che non si possono descrivere. Mi feci meraviglia, domenica, nel vedere le donne in cappello e manicotti in osteria a bere dei bicchieri di vino come se nulla fosse, una sfacciataggine sorprendente. Sono usati i romani, specialmente quelli della classe operaia, consumare tutto quello  che hanno guadagnato in una settimana di lavoro: e si vedono mariti, mogli e figli in bettole davanti a gran calici di vino. E se poi si ammalano, l’aspetta l’ospedale, dove non si ha vergogna di andare. Io ci fui condotto da zio Vincenzo con la moglie, e una sua sorella, e zio Luigi, e dopo mi condussero a teatro, dove ritrovai molte di quelle persone che avevo conosciuto in bettola. Termino perché alle dieci ho lezioni, e mi preparo a sentirle.
Non dimentichi ciò che le chiesi nella precedente lettera, perché ne ho bisogno. Le bacio la mano insieme alla mamma, abbraccio i quattro Salvatori, le due Concette, Liugi, Peppino e Mariannina.

Auguri alla mamma

Roma, 6 dicembre 1914

 

Mamma cara,
benché io sia lontano da Lei e dalla nostra famiglia, col corpo, sono vicinissimo invece col pensiero e con l’anima. E nel giorno dell’Immacolata, giorno in cui ricorre l’onomastico suo e della mia sorella maggiore e della mia cognata, io sarò accanto a Lei, col mio cuore più del solito. Si ricordi che durante tutto quel giorno, io non sono per niente lontano da Lei, ma vicino quanto mai lo sono stato, ad augurarle tutte quelle cose che figlio a madre può augurare. Così pure sarò vicino col cuore a Concettina e a Concetta, e per  loro faccio voti per una vita disinteressata e priva d’affanni e di molestie. Mi abbiano sempre presente e mi vogliano sempre bene.

A Papà o a Lei domando che mi benedica, abbraccio tutti gli altri miei cari affettuosamente,
Ciccio.

A proposito dell'autore

Determinata. Umorale. Contraddittoria. Parlare di me? Servirebbe un’altra me per farlo. Riesco ad analizzare, esaminare varie tematiche senza alcun timore, ma alla richiesta autoreferenziale, ecco la Maugeri impreparata! Caos. Ed è proprio in questo caos che trovo ciò che mi identifica, trovo stimolante tutto ciò che gli altri, per superficialità, ritengono marginale, amo trovare e curarne i dettagli. Credo che trattenere i pensieri e sentirli dibattere nella mia mente sia l’essenza della mia “devozione”. Amo scrivere, serve scriverlo?

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