Il programma del corso di Storia della filosofia da me in parte tenuto all’Università degli studi di Milano Bicocca, come ogni buon programma, contiene diversi testi di Platone e di Aristotele. Come sa chi conosce l’opera di questi due filosofi, Aristotele appare solitamente più difficile agli studenti, mentre Platone appare più facile, in quanto la sua opera ospita dialoghi in cui sono spesso presenti miti, utilizzati dall’antico filosofo per rendere fruibili contenuti complessi. Gli studenti tendono a preferire Platone rispetto ad Aristotele, in quanto il mito, narrato sotto forma di “favola, racconto” (il significato originario della parola mythos, presente già in Omero, rimandava però alla verità, intesa come corrispondenza fra pensiero e realtà), consente loro, almeno apparentemente, una più agevole esposizione.

L’impressione, tuttavia, è che la diffusa preferenza di Platone rispetto ad Aristotele si basi anche su un equivoco: quello per cui, di fronte ad un Aristotele logico e sistematico argomentatore della verità («la filosofia è scienza della verità, perché il fine della scienza teoretica è la verità»), vi sarebbe un Platone narrativo ed ermeneutico espositore di opinioni. E’ questa, del resto, una delle interpretazioni di Platone più famose del Novecento, ossia quella di Hans Georg Gadamer, che tanta influenza ha avuto. Essa tuttavia, per quanto provenga da una fonte autorevole, non è corretta, sicché può essere utile chiarire questo equivoco.

Occorre innanzitutto precisare che i Greci per primi hanno pensato la verità come stabilità e definitività. Essi hanno ritenuto cioè che fosse possibile all’uomo conoscere l’essenziale circa il senso ed il valore della realtà (pur sapendo che è impossibile all’uomo conoscere tutte le possibili verità riguardanti tutti gli enti). Gadamer e Heidegger hanno scritto spesso che la verità, per i Greci ed in particolare per Platone, è aletheia, ossia disvelamento. Non hanno però notato che Platone usava più frequentemente, per indicare la verità, la parola episteme, che esprime la stabilità del sapere, il quale si impone sempre su ciò che è falso. Il disvelamento della verità dunque, per Platone, era innanzitutto disvelamento di ciò che sta, ossia del sapere stabile. Molti suoi dialoghi – che anche quando aporetici, ossia problematici, non considerano mai insolubile un problema, bensì invitano sempre ad una ulteriore ricerca – conducono in questa direzione, che può essere interessante ripercorrere.

Nel Simposio, Platone scrisse che “nella filosofia” l’uomo “perviene a scorgere una episteme unica”, fonte della “virtù vera”, mediante un sentiero impervio ma non impossibile. Nel suo testo più importante, ossia la Repubblica, egli giunse addirittura ad unificare dialetticamente la verità ed il bene, l’essere ed il dover essere, mostrando che la filosofia non deve limitarsi a comprendere, ma deve anche valutare la realtà, se necessario per modificarla. Sempre in questo dialogo, basilare per comprendere l’approccio onto-assiologico (inerente, cioè, il senso ed il valore della realtà) di Platone, il filosofo critica proprio coloro che sono privi di una conoscenza stabile, poiché costoro non conoscono i canoni corretti delle cose belle, giuste, buone. Il metodo dialettico, ossia il confronto serrato delle argomentazioni, era per Platone il metodo veritativo per eccellenza, in quanto, eliminando il carattere ipotetico delle ipotesi, conduceva progressivamente ai Primi principi, fondamento del vero sapere. Platone fece sempre riferimento, in tutti i suoi dialoghi, ad una verità umanamente raggiungibile, per quanto da ricercare con fatica. Nel Filebo, come noto, egli ribadì la naturale capacità dell’anima di raggiungere la verità, o di basarsi sulla opinione vera quando la verità non risulti ancora chiara, ossia quando non siano ancora conosciute le cause delle cose.

In sostanza, riassuntiva della posizione di Platone può ritenersi la tesi, espressa nel suo ultimo dialogo, per cui «la verità sta al vertice di tutti i beni». Una verità che – rispetto a quanto sarà sostenuto dalla successiva tradizione filosofica – si caratterizza per essere non soltanto la corretta descrizione logico-fenomenologica del come le cose sono, ma anche la adeguata comprensione onto-assiologica del come le cose devono essere (per conformarsi alla verità-bene).

Il fatto che le interpretazioni di Gadamer e Heidegger, per quanto errate – ossia smentite dai testi e dall’approccio generale di Platone –, siano oggi le più diffuse, può essere spiegato. Il nostro tempo infatti, ossia il nostro contesto storico-sociale, pure sovente descritto come l’epoca della fine degli Assoluti, ha un implicito ma imprescindibile Assoluto di riferimento, costituito dal mercato e dalle sue leggi. Determinato da queste modalità, esso tende a rifiutare ogni altro Assoluto, ossia ogni norma onto-assiologica alternativa, ogni verità stabile che mostri che non stiamo vivendo in maniera conforme al bene. La concezione onto-assiologica platonica mostra però proprio questo, indicando che solo entro modalità sociali comunitarie (non privatistiche né mercificate) gli uomini possono condurre una buona vita. Non stupisce dunque, nell’attuale contesto, che il messaggio filosofico-politico di Platone sia stato deformato, e che Platone sia oramai apprezzato principalmente come un relativistico narratore di miti. La scuola tuttavia, ed in particolare l’università, ha il compito di proporre la storia della filosofia – specialmente con riferimento ad un’opera quale quella di Platone – nella maniera il più possibile corretta: anche in questo consiste, almeno in parte, una buona educazione.

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