Qualche tempo fa mi è capitato di rileggere La lotta delle razze di Ludwik Gumplowicz. Questo libro è una delle esposizioni più radicali del razzismo dei primi anni del XX secolo. Esso non viene mai citato nelle storie del razzismo in quanto l’autore era figlio di ebrei lituani che a seguito dei pogrom russi si erano trasferiti a Cracovia. Mentre Gobineau e Chamberlain parlano per lo più di una disuguaglianza tra le razze, mettendo al primo posto la razza bianca, Gumplowicz insiste sulla lotta tra le razze umane e la eleva a legge universale della storia. Le ultime righe di questo libro sono estremamente importanti in quanto l’autore ribadisce che la lotte delle razze è l’unica legge di sviluppo della storia e giudica i sostenitori della pace perpetua come dei poveri illusi.

L’idea della pace perpetua ha preso corpo nella cultura europea a partire da una pubblicazione nel 1715 del   dell’Abate Saint-Pierre, il capo dei diplomatici francesi. In questo brevissimo testo, l’abate proponeva di raggiungere la pace in Europa attraverso la creazione di un consiglio di sovrani che decidesse principalmente su questioni legate alla pace e alla risoluzione pacifica delle controversie. Il libro ebbe un enorme successo e fu commentato da moltissimi intellettuali europei con sfumature critiche diverse. Voltaire, Rousseau, Leibniz, Kant, Krause, Bentham, Saint-Simon lessero e rilessero più volte questo testo. Immanuel Kant diede alle stampe nel 1795 un suo Progetto per la pace perpetua in cui il cosmopolitismo di stampo illuminista viene enormemente sviluppato. Secondo questo filosofo, la terra è sferica e gli uomini sono destinati ad incontrarsi. Pertanto, bisogna pensare ad un ordine internazionale stabile che permetta di mantenere la pace perpetua. A tal fine, Kant propone la creazione di una grande confederazione mondiale di stati che abbia come principale scopo il mantenimento della pace e lo sviluppo del diritto cosmopolitico. Propone altresì di bandire la diplomazia segreta e l’uso di sabotatori e mercenari. Scrive a chiare lettere che bisogna procedere al disarmo e alla fine degli eserciti permanenti. Il cosmopolitismo illuminista si fonda sull’idea che esistano dei diritti umani inalienabili universali, manifestazione della Ragione Universale. Kant afferma che ogni massima etica deve essere pensata come parte di una legislazione universale e propugna con forza la convergenza tra etica e politica. La guerra è considerata come la più grande delle sventure umane ed espressione dell’oscurantismo e della superstizione. La convinzione dell’illuminismo è che gli uomini tendano più o meno spontaneamente verso il progresso e la pace e che possano formare organismi politici sempre più ampi e transnazionali.

Si può affermare che nella storia della filosofia del diritto ci siano due schieramenti: autori che sostengono che il fine della storia sia la pace, altri che sostengono che la guerra sia l’essenza stessa della politica. Emblematicamente queste due tendenze possono essere ravvisate nel corso della storia. Nel XX secolo tale contrasto può essere riportato nelle opposte visioni di Hans Kelsen e di Carl Schmitt. Il primo fu fautore del monismo giuridico, ossia la tesi che esista un unico vero ordinamento, quello internazionale, da cui derivano i diritti particolari degli stati. Kelsen si dedicò moltissimo al diritto internazionale e alla costruzione dell’ONU. Sul fronte opposto Carl Schmitt, giurista principe del nazismo, sostiene che l’essenza della politica sta nel contrasto amico/nemico. Rifiutò sempre l’idea di un’organizzazione per il mantenimento della pace e soprattutto considerò la Società delle nazioni come uno strumento con cui alcune potenze vincitrici della guerra imponevano il loro imperialismo.

Negli ultimi tempi, anche a seguito degli attentati terroristici, si parla di scontro di civiltà. Molte persone ne parlano in maniera molto superficiale perché non conoscono approfonditamente la visione di Samuel Huntington contenuta in Scontro di civiltà. Ma l’idea di fondo è sempre la stessa: la politica è caratterizzata da qualche forma di scontro o di guerra tra gruppi contrapposti. In tutti i salotti e in tutte le riunioni, ormai, questa formula viene espressa quasi come dogma e contrabbandata come teoria modernissima e legge storica assoluta.

In realtà, la teoria dello scontro di civiltà può essere considerata l’ultimo nato di una lunghissima serie di teoria che legano guerra e politica. Già Tucidide sosteneva nella Guerra del Peloponneso che i rapporti tra gli stati sono rapporti di forza. Platone, nella Repubblica, ci descrive una polis sempre pronta alla guerra. Il filosofo ateniese mette in campo una parola interessante: genos. Gli uomini sono per natura diseguali sia a livello individuale e a livello collettivo. Esistono genos superiori e genos inferiori destinati a scontrarsi in guerra. Il declino di un genos si ha quando la comunità perde le sue tradizioni e soprattutto quando ci sono matrimoni misti che fanno perdere la purezza alla razza. L’alterità in Platone è sempre concepita come il nemico e il genos inferiore.

Questo semplice profilo presente nella filosofia platonica si trova in molte altre filosofie politiche. Nel XIX e XX secolo abbiamo usato spesso i concetti di nazione, di sangue, di razza. Oggi questa terminologia è diventata desueta ed è stata sostituita da termini come civiltà, identità, cultura. La meccanica di ragionamento di fondo è la stessa: gruppi contrapposti che finiscono per farsi guerra tra loro. Abbiamo sostituito al biologismo della razza, una concezione biologica della civiltà.

Tutte le volte che è prevalsa l’idea che la guerra sia l’essenza della politica e la legge universale tra i popoli e le civiltà, il mondo è caduto nella barbarie. L’utopia della pace perpetua, nonostante tutti i buoni propositi e i tentativi di realizzarla sul piano internazionale, rimane molto lontana.

Eppure, siamo arrivati ad un punto cruciale. Il preambolo dell’ONU sia apre con la formula “Noi, popoli delle Nazioni Unite” che evoca l’idea di tante parti e di tante individualità che si mettono insieme per realizzare il fine comune della pace. Negli ultimi vent’anni parliamo spesso di patrimonio dell’umanità e di crimini contro l’umanità. L’uccisione di Khaled Assad, l’archeologo di Palmira da parte dell’ISIS è un evento che non si può dimenticare. Palmira è stata dichiarata patrimonio dell’umanità e i terroristi dell’ISIS hanno assaltato tale patrimonio e stanno commettendo crimini contro l’umanità. Non più popoli, religioni o civiltà, ma l’intera umanità viene determinata come un unico grande soggetto giuridico e politico. In fondo il terrorismo ha una funzione buona: può permettere di delimitare ciò che è umanità da ciò che non lo è, da ciò che è barbarie.

Pace perpetua e scontro di civiltà sono due modi contrapposti di intendere la politica. O regrediamo allo scontro di civiltà e alla legge della guerra perpetua o definiamo una volta per tutta l’umanità come soggetto giuridico globale e avviamo una profonda riforma dell’ONU e delle relazioni internazionali.

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