Una mozione approvata ieri dal Senato accademico catanese denuncia l’ennesima riduzione dei finanziamenti al sistema e detta un’agenda di interventi da realizzare per rilanciare le università italiane

CATANIA – Se il governo insiste nel voler ridurre i fondi alle università, i processi di valutazione degli atenei – pur fondamentali per garantire una compiuta responsabilizzazione del sistema universitario – non potranno garantire efficacemente il riconoscimento del merito.

Lo sostiene il Senato accademico dell’Università di Catania che, nella seduta di ieri pomeriggio, ha approvato una mozione nella quale condivide il “clima di sfiducia nei confronti della VQR (il processo di valutazione della qualità nella ricerca avviato a livello nazionale), rilevabile dalle mozioni deliberate da numerosi consigli di dipartimento dell’Ateneo, così come di molti altri atenei e dello stesso Consiglio universitario nazionale, condividendo la posizione assunta dalla Conferenza dei Rettori nei confronti dell’esercizio di valutazione”.

Il Senato ha chiesto anche al governo di realizzare un piano straordinario di reclutamento di ricercatori a tempo determinato, in particolare di tipo “b”; di prevedere una seconda tranche di finanziamento del piano straordinario associati e l’attivazione di un piano straordinario per il reclutamento di professori ordinari; finanziamenti adeguati a garantire a tutti gli studenti bisognosi e meritevoli il loro diritto allo studio, attraverso le borse di studio e anche con un investimento sulle strutture; la rimozione del blocco degli scatti stipendiali dal 2015 e il riconoscimento, ai soli fini previdenziali, del quadriennio 2011-2014; il rinnovo dei contratti del personale tecnico-amministrativo, nonché un finanziamento per un piano straordinario di assunzioni e un finanziamento adeguato dei piani di ricerca nazionali. Il Senato accademico ritiene, inoltre, che vadano ripensati i criteri di ripartizione della quota premiale del Fondo di finanziamento ordinario, “evitando che essi siano ancora una volta ricollegati alla VQR, privilegiando, invece, una valutazione dei progressi nella qualità della didattica e della ricerca che tenga conto dei punti di partenza dei singoli atenei”.

Una vera e propria piattaforma di richieste che il rettore Giacomo Pignataro, su mandato del Senato, dovrà rappresentare nelle sedi opportune, “promuovendo, all’interno della Crui, un’azione coordinata a livello nazionale”.

A monte di tali richieste c’è la constatazione che, contrariamente ad altri Paesi europei e alla maggioranza di quelli OCSE, l’Italia ha scelto, in questi anni, di ridurre il finanziamento pubblico dell’istruzione universitaria e della ricerca, in una contingenza storica particolarmente difficile, caratterizzata da una crisi economica che sta consigliando agli altri Paesi di investire in innovazione per realizzare una radicale ristrutturazione dei propri sistemi produttivi.

“Questa scelta – osservano i senatori accademici etnei – non è priva di conseguenze strutturali: pesante riduzione degli organici del personale docente e di quello tecnico-amministrativo, con riduzione altrettanto significativa del potenziale formativo e conseguente necessità di introdurre il numero programmato in sempre più corsi di studio. Il disinvestimento nell’Università ha anche comportato una riduzione degli interventi finanziari a sostegno del diritto allo studio”.

Le conseguenze negative di questo stato di cose si misurano, soprattutto, in termini di opportunità di futuro per le giovani generazioni: si riduce, in particolare al Sud – come del resto hanno evidenziato recenti indagini, ampiamente riprese dagli organi d’informazione -, il numero dei giovani che, completato il ciclo di istruzione superiore, decidono di immatricolarsi all’università, in un Paese che presenta un gravissimo deficit di laureati, non soltanto rispetto ai Paesi europei più sviluppati, ma anche a quelli che sono in condizioni di sviluppo economico meno pronunciato.

“In questo contesto – conclude la mozione -, il sistema universitario italiano ha, tuttavia, mostrato un grande senso di responsabilità nei confronti del Paese: ha contribuito attivamente alla buona riuscita dei processi di valutazione della ricerca e di accreditamento dei corsi di studio; ha realizzato una produzione scientifica di qualità, nonostante la (quasi) scomparsa del finanziamento pubblico nazionale dei progetti di ricerca; ha contribuito, più di ogni altra categoria del pubblico impiego, al risanamento della finanza pubblica, subendo un blocco delle progressioni stipendiali temporalmente più lungo”. Ecco perché, sostengono i rappresentanti dell’Ateneo, è fondamentale non rimandare più quelle iniziative che consentano di “affermare il ruolo primario del sistema pubblico dell’istruzione universitaria e della ricerca nella crescita di un Paese moderno”.

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