Riceviamo e pubblichiamo.

CATANIA – Spiace veramente dovere constatare come, nella strategia di comunicazione della Confcommercio sulla vicenda della costituzione della Camera di Commercio di Catania, Ragusa e Siracusa, si tiri in ballo la Sac Spa, società di gestione dell’aeroporto di Catania. E che lo si faccia, ci sia consentito dirlo, senza porsi il problema di guardare seriamente al suo futuro.

La Sac, al di là di chi la gestisce o la gestirà, è una delle realtà sulle quali è possibile scommettere in Sicilia per lo sviluppo del nostro territorio e delle nostre imprese. Qualche dato? Nel triennio 2012-2014 l’aeroporto di Catania è stato lo scalo che è cresciuto di più a livello nazionale (Catania +8,1%, Roma Ciampino +5,6%, Bologna +5,1%). E nel triennio, mentre Catania cresceva di circa 1,1 milioni di passeggeri, Comiso ha raggiunto i 400.000 passeggeri. Quindi 1,5 milioni di passeggeri, che rappresentano una seria risorsa per il territorio. Di tutto questo forse non si è accorta la Confcommercio, ma certamente se ne sono accorti i suoi associati, per la crescita di presenze turistiche, soprattutto straniere visto che il segmento di traffico internazionale è stato, per specifica politica aziendale, quello che è aumentato di più (oltre il 30%).

La Sac dovrebbe allora essere terreno di condivisione, non di scontro. È il punto centrale che vorremmo evidenziare: le lotte per il potere sono fisiologiche in un sistema democratico, ma devono rispettare le regole e tutelare le risorse. L’intelligenza e la responsabilità che dobbiamo avere è tutta qua. Vincere o perdere non servirà a nessuno, soprattutto ai cittadini e alle imprese, se nel frattempo tutto sarà ridotto in cenere. Ciò ancor di più in un momento delicato come la fase conclusiva del processo di quotazione in Borsa.

Questo, ovviamente, non significa che della quotazione non si possa e non si debba parlare. Infatti la Sac e i suoi soci hanno avviato il percorso in maniera aperta e trasparente, non certo gestita nel chiuso di un sottoscala. In più occasioni (l’ultima volta solo poco più di un mese fa) abbiamo promosso, proprio sui temi della quotazione di Sac, diversi confronti pubblici con esperti del settore, con le istituzioni politiche e con le forze sociali e imprenditoriali. Mai, in nessuna di tali occasioni, Confcommercio è venuta a confrontarsi con la società sulla base di argomenti.

È allora possibile, ci chiediamo, una riflessione serena? Confcommercio, per bocca dei propri dirigenti, dichiara che è necessario impedire la quotazione in Borsa («Una cosa sbagliatissima») ritenendo più opportuna la vendita di parte del capitale a un privato («Fontanarossa va venduto»). E motiva la sua posizione sostenendo che con la quotazione si procederebbe «a un aumento di capitale con cui di fatto si determinerebbe un indebolimento della quota degli enti pubblici proprietari senza che agli enti ne derivi, nella sostanza, alcun ritorno».

Noi non intendiamo difendere l’una o l’altra modalità, la quotazione o la vendita, in quanto sono scelte che appartengono esclusivamente ai soci, i quali hanno assunto fin qui una decisione avendo – tutti – pieno titolo per farlo e, crediamo, senso di responsabilità. Infatti hanno deciso, dopo avere valutato le diverse opzioni possibili – ricapitalizzazione, vendita di azioni, quotazione in Borsa – ciascuna delle quali potenzialmente utile a raggiungere il vero obiettivo del quale bisognerebbe parlare, cioè disporre delle risorse indispensabili per gli investimenti. Fermo questo obiettivo, sul quale torneremo dopo, proviamo a riflettere sulle questioni sollevate.

È vero, come sostiene Confcommercio, che il percorso scelto dai soci della Sac non dia «ritorno» agli «enti pubblici proprietari» o che tolga loro il controllo? Che sia finalizzato a «far fuori gli azionisti presenti. E senza dargli una lira»? Noi riteniamo che porre sul mercato (per definizione trasparente e aperto) nuove azioni attraverso un aumento di capitale significhi invece fare rimanere le risorse finanziarie derivanti dentro la società (non sarebbe così tramite la vendita senza aumento di capitale). Significhi, cioè, capitalizzare la società e metterla in grado di effettuare gli investimenti ai quali è obbligata dalla concessione quarantennale.

In tale scenario i soci attuali manterranno il controllo al pari di oggi, con maggiori regole di trasparenza nella gestione, avendo una società più capitalizzata e quotata: ergo di maggior valore. E ciò non preclude la possibilità, contestuale o successiva (quest’ultima è stata, a esempio, la riflessione proposta dal presidente della Camera di commercio di Ragusa, non esclusa dagli altri soci), di vendere parte del capitale (opzione appunto possibile con in più la trasparenza di un prezzo stabilito dal mercato). Quindi maggior valore e ritorno diretto per i soci. Pertanto i soci che hanno votato, commissari o meno che siano stati, lo hanno fatto guardando al futuro dell’aeroporto e agli interessi degli enti che rappresentavano.

E proprio a proposito dei commissari, ci sia consentito evidenziare come la mancanza in assemblea di organi eletti della Camera etnea, stigmatizzata dalla Confcommercio, sia stata da essa stessa determinata attraverso le dimissioni dei propri consiglieri nella primavera del 2014, atto che ha impedito l’elezione degli organi statutari (giunta e presidente) malgrado il Consiglio fosse stato già regolarmente insediato.

Ma il vero tema è l’obiettivo che sottende le scelte dei soci. Perché è nella mancanza di consapevolezza dello scenario globale che si possono compiere gli errori più gravi. La società infatti ha la necessità di disporre delle risorse necessarie per effettuare, da qui al 2019, un piano di finanziamenti da 215 milioni di euro, piano che Enac ha approvato da pochi giorni. Sac ha oggi disponibile solo parte delle risorse necessarie (80 milioni di euro ottenuti dal sistema bancario detratti i costi per gli investimenti già fatti o in essere). La quotazione, ormai in dirittura d’arrivo, serve proprio a dotare la società delle risorse necessarie al piano di investimenti. Se la si blocca (obiettivo dichiarato di Confcommercio), la Sac potrebbe trovarsi costretta non tanto a vendere a un privato (come sostiene appunto la stessa Confcommercio), ma a svendere a condizioni da saldi di fine stagione. E in un mercato con pochi player il rapporto di forza tra acquirente e venditore non è certo favorevole a quest’ultimo. Non pensiamo, né vogliamo pensare, che Confcommercio sostenga quanto sostiene consapevole di tale scenario.

In conclusione, se allora si ha veramente a cuore lo sviluppo delle imprese del nostro territorio e se si pensa che l’aeroporto possa avere un effetto su tale sviluppo, bisogna avere la capacità di approfondire i fatti e trovare, attorno a essi, ragioni di condivisione. Se il problema è invece solo la conquista di posizioni tutto cambia, ma valgono sempre le considerazioni sopra esposte.

Salvatore Bonura, presidente Sac Spa e Gaetano Mancini, amministratore delegato Sac Spa

 

 

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