Un efficace e fortunato slogan quello del Family Day: «Sbagliato è sbagliato, anche se dovesse diventare legge». Ma anche denso di contenuti che, dietro l’apparente ovvietà, condensano visioni valoriali e concezioni del mondo assai diverse e storicamente radicate.

Ogni enunciato di carattere affermativo, del tipo “il bello è bello”, “il vero è vero”, ecc., indica una condizione per cui ciò che viene enunciato è sottratto alla disponibilità delle soggettività umane per diventare un valore o un bene in quanto tale, per il fatto di essere affermato. È come se si dicesse che l’arte si deve coltivare perché arte e non perché conviene o piace o può essere economicamente utile; insomma “l’arte per l’arte”. Inoltre si assume in tale tipo di affermazione la disponibilità di un’autoevidenza tale da sottrarla al dubbio e alla possibile opinabilità da parte di diversi soggetti. Affermare quindi che ciò che è sbagliato è sbagliato significa sia sostenere che la natura dell’errore è sottratta ad ogni pattuizione e aspetto consensuale, derivante dal convergere di diverse volontà e giudizi; sia che l’errore è di tale lampante evidenza da non avere bisogno di alcuna giustificazione che lo dimostri tale.

Il riferimento alla legge – effettuato quando si afferma che una comportamento non diventa giusto solo perché viene a far parte di un ordine normativo – introduce invece un momento decisionale nel quale gli uomini deliberano a seguito di un dibattimento. E questo è tanto più approfondito e lungo quanto più manca una evidenza pro o contro così chiara da imporsi in modo univoco. Tale dibattimento è anche il segno del fatto che non è disponibile una garanzia apodittica e superiore, universalmente riconosciuta, che possa legittimare il valore o la norma deliberata. È quanto avviene, ad es., per un musulmano quando viene citato un brano del Corano univocamente prescrivente una certa azione morale; o come accade nelle encicliche papali o nei documenti ufficiali della chiesa, in cui si sostengono concezioni dottrinali mediante il rimando continuo e puntuale a passi dei Vangeli. È chiaro che una argomentazione siffatta è tanto più valida quanto più è salda la fede del destinatario, quanto più esso aderisce all’autorità religiosa che la enuncia e ai libri sacri e ai principi dottrinali in cui si riconosce.

Non è questo il caso della legge contestata nel Family Day. In questo caso mancano entrambi i presupposti sopra indicati. È assente innanzi tutto una argomentazione avente la forza di convincere tutti (o quasi) sulla giustezza di una delle due opzioni, così come accade – tanto per fare un esempio – in matematica, in cui la risoluzione di una equazione è effettuata con un procedimento obiettivo da tutti accettato e l’errore è riconosciuto come tale da chiunque conosca i principi del calcolo. Ma è anche assente un principio legittimante superiore e universale: non lo è il richiamo alla sacralità della famiglia sancito nei libri sacri, perché non tutti si riconoscono in essi e nessuno può imporre a tutti il medesimo credo (un valore questo che, almeno nel caso italiano e occidentale, è accettato da tutti i contendenti); e non lo è neanche il riferirsi ai diritti degli individui o alla felicità degli stessi, in quanto non tutti ritengono che questo valore sia prioritario rispetto ad altri (come la sacralità della vita o della famiglia).

La conseguenza è che l’argomento sottinteso nello slogan citato in apertura è di fatto il portato di un accesso al vero inteso come dono esclusivo di alcuni e non di tutti, di un sentimento morale che in una certa parte degli uomini si esprime con assoluta certezza e che corrisponde ad una realtà valoriale che è in un certo qual modo atemporalmente valida e fissata. Una garanzia derivante o da un accesso per fede a una dimensione ‘eccellente’ o dall’adesione per fede a una qualche verità rilevata o da una tradizione fortemente sentita come lo stato naturale dell’uomo, dalla quale qualsiasi allontanamento è avvertito come una degenerazione. Un sentimento e una opzione del tutto legittimi e comprensibili nella misura in cui si impongono e hanno piena validità per tutti coloro che si riconoscono in tale fede o valori. Ma cosa accade se questi valori vengono estesi anche a chi in essi non si riconosce, in assenza (come abbiamo visto) di un argomento razionale risolutivo? In tale delicata e spesso trascurata transizione si annida il virus di ogni credo fondamentalista.

Chi infatti ritenga che tale soglia debba essere varcata (il “compelle intrare” di Sant’Agostino) ritiene ci sia perfetta aderenza tra il Vero o il Bene, ontologicamente e metafisicamente fissato, e il vero o il bene empiricamente sentito ed espresso in un particolare “linguaggio” umano, nel suo linguaggio, al quale si è stati educati sin da bambini. Tutti gli altri “linguaggi” e comportamenti sono ovviamente eresie, deviazioni o errori e in quanto tali devono essere corretti e imbrigliati, cioè devono essere ricondotti a quella condizione di “normalità” (descritta spesso in termini di “naturalità”: famiglia naturale, morale naturale ecc.), ritenuta dal fondamentalista unica e vera dimensione dell’umano.

Di fronte a una tale situazione, cosa deve fare il legislatore? Può optare per una delle due tesi, facendone una prescrizione legislativa; oppure non optare per nessuna e lasciare che ciascuno si comporti secondo i principi della moralità o della fede in cui crede, a condizione di non impedire agli altri di fare altrettanto e di non nuocere alla loro libertà (magari offendendone i sentimenti). Quest’ultima è la tipica opzione che si è affermata nelle società occidentali, democratiche e liberali, a seguito delle guerre di religione; essa non è la posizione invece di ogni tipo di fondamentalismo. E le conseguenze le vediamo in altre parti del mondo; le vedremo anche da noi se una simile opzione finisse per risultare vincente.

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