Carmelinda Comandatore

 

Sono passati più 30 anni dalla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, di cui si persero le tracce il 16 settembre del 1970. Nel giugno scorso la Cassazione aveva confermato e reso definitivo, il verdetto della Corte di Assise di Palermo, che il 27 gennaio 2014 aveva stabilito l’estraneità di Toto Riina nella scomparsa del giornalista de L’Ora. Il capo dei capi era stato assolto “per non aver commesso il fatto”, mentre poco attendibili venivano considerate le dichiarazioni ‘inedite’ del pentito Francesco Di Carlo, che raccontò di aver preso parte all’incontro in cui Riina ordinò di far fuori il giornalista, che nel settembre del ’70 stava per dare notizia del golpe Borghese, avvenuto la notte del 7 dicembre di quell’anno. Di Carlo, che precedentemente aveva dato versioni differenti, secondo i giudici, aveva dirottato le sue dichiarazioni verso un diretto coinvolgimento di Riina per questioni meramente economiche, legate all’intento di pubblicare un libro sulla vicenda.

Il caso De Mauro, che era stato riaperto dall’ex pm Ingroia, rimane comunque avvolto da pesanti ombre. La sentenza definitiva della Corte di Cassazione, scagionando Riina, ha messo in relazione la scomparsa, avvenuta per mano degli uomini di Cosa Nostra, del giornalista di origini foggiane, alla morte di Enrico Mattei, rimasto vittima di un incidente aereo il 27 ottobre del 1962. Partito da Catania e diretto a Milano, l’aereo sul quale viaggiava il presidente dell’Eni si schiantò nelle campagne di Bascapè, in provincia di Pavia. Come riportato da diversi pentiti, da Buscetta a Mutolo, De Mauro era riuscito ad acquisire importanti dettagli su quella tragedia, che era in procinto di rivelare al regista Francesco Li Rosi, impegnato nella stesura della sceneggiatura del noto film “Il caso Mattei”. Il regista non riuscì mai ad incontrare De Mauro, che secondo i pentiti venne sequestrato a viale delle Magnolie proprio per impedire quell’incontro. La Cassazione, tuttavia, precisa che le dichiarazioni che vengono prese maggiormente in considerazione, non possono ritenersi completamente attendibili, per la loro natura “quantomeno approssimativa, se non addirittura contraddittoria”, in quanto in molti casi i pentiti hanno rielaborato avvenimenti passati alla luce di convincimenti personali o di notizie apprese da terze parti.

Tutti questi elementi hanno concorso alla pronuncia di una sentenza definitiva in cui si è stabilito, che quelli relativi al sequestro del giornalista del quotidiano siciliano sono fatti “ non univocamente accertati”, sentenza che non fa altro che alimentare dubbi e ulteriori ipotesi, su uno dei più grandi misteri italiani rimasti irrisolti.

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