Nei giorni 4, 5 e 6 marzo,al Piccolo Teatro della Città di Catania, il Gruppo Iarba presenterà in prima assoluta lo spettacolo teatrale “Cucì …Cucì” di Nino Romeo.

Scene a sequenza, come in una successione cinematografica. Che i luoghi abbiano connotazioni realistiche poco importa, essenziale invece che i rumori – dice l’autore – e le luci siano realistici.

Il traghetto, la stazione, l’aperta campagna, la masseria, una casa e una panchina su una piazza, l’ospedale, una piazza di paese: questi i luoghi deputati di una rappresentazione, certamente laica, ma ritualmente intrisa di passione.

La storia di Filippo e di Vannina, “Cucì…Cucì” l’una all’altro, cioè cugini in un linguaggio dialettale intriso di una dolcezza poetica rara, ha cadenze di tragedia e di favola, di amore disperato e di nuda cronaca di avvenimento mafioso: protagonisti, le vittime irriducibili, nell’attesa di un riscatto, di un cambiamento, e i loro carnefici, gente dall’apparenza normale, con lavoro, affetti, orgoglio di parentela.

Filippo e Vannina tornano al loro paese – mai nominato ma chiaramente individuabile in Sicilia -; si sono messi insieme pur avendo lui moglie – sorella di un boss paesano, che le è morbosamente attaccato – e lei un debito antico di fidanzata, vedova di un morto, con i suoi fratelli vendicativi.

Vannina è incinta, il figlio è la speranza di vita nuova della coppia. Tornano da fuori già vinti, e quel poco che avevano racimolato lo perdono nel viaggio; ladri prendono poche gioie di lei e due delle valige, mentre una zingara si ritrae dalla sua mano fuggendo turbata da quanto vi ha letto.

Incontrano nella campagna il vecchio professore di Filippo che si fa triste profeta di disgrazie e narratore di risentimenti paesani; anche se diverso da quella gente meschina, non ha la forza di ribellarsi e subisce quella realtà pesante e antica.

Lavorano nella masseria dello zio di Filippo, don Calò; ma questi rifiuta di pagarli; arriva un camionista implicato in traffici mafiosi, che scatena la sua violenza sulla giovane incinta chiedendole umilianti pratiche sotto minacce ricattatorie; don Calò avverte quanto è accaduto e a sua volta cerca di approfittare di Vannina, salvata soltanto dall’arrivo di Filippo, che non si rende conto della violenza che stava per subire la donna.

Vannina supplica il suo uomo, vuole partire, andare lontano da quei luoghi infetti, trovare un altro mondo in cui far nascere il figlio. Di notte fuggono nella campagna; incontrano un venditore di semi abbrustoliti; da lui, degradato messaggero di tragedia, vengono a sapere che la moglie di Filippo vuole vederlo. Nel contesto degli episodi si inseriscono i sogni premonitori di Vannina: il Turco cerca di usare violenza al suo uomo, che riesce però a sfuggirgli.

L’incontro con la moglie e il fratello di lei, il boss Iano, non può essere eluso: si troveranno, da una parte Filippo e quei due; dall’altra, Vannina e la vecchia madre, apportatrice di umilianti proposte: tornare a casa dai fratelli del fidanzato morto, far tacere ogni istanza nuova, ricomporre l’ordine antico: anche una creatura mite come la madre è costretta a piegarsi alla violenza, ma in modo sotterraneo, sommesso, quasi senza rendersene conto.

Vannina non cede al ricatto, né cede Filippo alle analoghe profferte di Iano e della moglie. Due sicari rapiscono Vannina, la percuotono con estrema violenza. La si ritrova all’ospedale con accanto Filippo: ha perso il bambino. Debole, delirante, vuole uscire, andare sulla piazza del suo paese a mangiare un gelato al pistacchio. A sfida di tutti, Filippo l’asseconda.

Sulla piazza tutti li scansano, c’è il deserto intorno a loro, le saracinesche dei negozi si abbassano. Qualcuno, di lontano, comincia a sparare. I due si abbracciano e cadono sotto i colpi.

 Scene a sequenza, come in una successione cinematografica. Che i luoghi abbiano connotazioni realistiche poco importa, essenziale invece che i rumori – dice l’autore – e le luci siano realistici.

Il traghetto, la stazione, l’aperta campagna, la masseria, una casa e una panchina su una piazza, l’ospedale, una piazza di paese: questi i luoghi deputati di una rappresentazione, certamente laica, ma ritualmente intrisa di passione.iarba

La storia di Filippo e di Vannina, “Cucì…Cucì” l’una all’altro, cioè cugini in un linguaggio dialettale intriso di una dolcezza poetica rara, ha cadenze di tragedia e di favola, di amore disperato e di nuda cronaca di avvenimento mafioso: protagonisti, le vittime irriducibili, nell’attesa di un riscatto, di un cambiamento, e i loro carnefici, gente dall’apparenza normale, con lavoro, affetti, orgoglio di parentela.

Filippo e Vannina tornano al loro paese – mai nominato ma chiaramente individuabile in Sicilia -; si sono messi insieme pur avendo lui moglie – sorella di un boss paesano, che le è morbosamente attaccato – e lei un debito antico di fidanzata, vedova di un morto, con i suoi fratelli vendicativi.

Vannina è incinta, il figlio è la speranza di vita nuova della coppia. Tornano da fuori già vinti, e quel poco che avevano racimolato lo perdono nel viaggio; ladri prendono poche gioie di lei e due delle valige, mentre una zingara si ritrae dalla sua mano fuggendo turbata da quanto vi ha letto.

Incontrano nella campagna il vecchio professore di Filippo che si fa triste profeta di disgrazie e narratore di risentimenti paesani; anche se diverso da quella gente meschina, non ha la forza di ribellarsi e subisce quella realtà pesante e antica.

Lavorano nella masseria dello zio di Filippo, don Calò; ma questi rifiuta di pagarli; arriva un camionista implicato in traffici mafiosi, che scatena la sua violenza sulla giovane incinta chiedendole umilianti pratiche sotto minacce ricattatorie; don Calò avverte quanto è accaduto e a sua volta cerca di approfittare di Vannina, salvata soltanto dall’arrivo di Filippo, che non si rende conto della violenza che stava per subire la donna.

Vannina supplica il suo uomo, vuole partire, andare lontano da quei luoghi infetti, trovare un altro mondo in cui far nascere il figlio. Di notte fuggono nella campagna; incontrano un venditore di semi abbrustoliti; da lui, degradato messaggero di tragedia, vengono a sapere che la moglie di Filippo vuole vederlo. Nel contesto degli episodi si inseriscono i sogni premonitori di Vannina: il Turco cerca di usare violenza al suo uomo, che riesce però a sfuggirgli.

L’incontro con la moglie e il fratello di lei, il boss Iano, non può essere eluso: si troveranno, da una parte Filippo e quei due; dall’altra, Vannina e la vecchia madre, apportatrice di umilianti proposte: tornare a casa dai fratelli del fidanzato morto, far tacere ogni istanza nuova, ricomporre l’ordine antico: anche una creatura mite come la madre è costretta a piegarsi alla violenza, ma in modo sotterraneo, sommesso, quasi senza rendersene conto.

Vannina non cede al ricatto, né cede Filippo alle analoghe profferte di Iano e della moglie. Due sicari rapiscono Vannina, la percuotono con estrema violenza. La si ritrova all’ospedale con accanto Filippo: ha perso il bambino. Debole, delirante, vuole uscire, andare sulla piazza del suo paese a mangiare un gelato al pistacchio. A sfida di tutti, Filippo l’asseconda.

Sulla piazza tutti li scansano, c’è il deserto intorno a loro, le saracinesche dei negozi si abbassano. Qualcuno, di lontano, comincia a sparare. I due si abbracciano e cadono sotto i colpi.

 

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