La discussione nazionale sul sistema di valutazione della ricerca ha ormai assunto dimensioni di particolare rilievo e tende ad allargarsi all’intera problematica del riconoscimento della professionalità dei Docenti. È giusto che sia così perché nessuno può immaginare di percepire un compenso senza verifica della qualità del lavoro svolto e, specularmente, perché non è possibile immaginare una verifica della qualità senza un corrispondente riconoscimento differenziale in termini (anche) retributivi. La questione, ovviamente, va ben oltre la specifica ed occasionale vicenda della VQR (Valutazione della Qualità della Ricerca) e deve essere letta per la sua reale portata di sistema.

Davanti alla crescente adesione alla posizione stop-VQR, in verità, mi pongo una domanda molto semplice: non potrebbe essere utile, oltre a tentare le vie dell’azione di pressione e di ‘disobbedienza civile’, provare anche la strada dell’azione giudiziaria?

Riflettendo sulla struttura dei regolamenti del sistema VQR e, soprattutto, sulla incredibile distribuzione temporale dell’intero procedimento immagino che ci sia più di un elemento per ritenere ‘irragionevole’ (nel senso attribuito al termine dal linguaggio giuridico) il sistema.

Il primo elemento è costituito dalla presunzione di oggettività attribuita al sistema.

Nessuno si può illudere che esistano sistemi ‘oggettivi’ e ‘automatici’ di valutazione. Le illusioni degli scorsi decenni sull’uso della bibliometria (tecnica propria dei bibliotecari) hanno condotto alla definizione di criteri (apparentemente) oggettivi che hanno confuso la valutazione (scientifica e responsabile) con la misurazione (applicativa di criteri di incerta formulazione). Lo sforzo dei GEV (Gruppi Esperti Valutazione) di area di costruire criteri di tipizzazione dei lavori scientifici risulta spesso fondato su pretese di qualificazione ‘scientifica’ delle sedi editoriali che in realtà sono legittimate solo da procedimenti privi di legittimazione accademica.

La formulazione dei criteri come orientamenti all’autoselezione dei lavori scientifici da sottoporre a valutazione è, in primo luogo, cronologicamente sfasata rispetto alla redazione degli stessi lavori, in secondo luogo, ingiustificatamente impositiva di logiche editoriali, contenutistiche, quantitavistiche che possono risultare coercitive della libertà di ricerca.

La stessa normativa sulla composizione degli Organi di valutazione, nonché il rinvio a revisori anonimi che valutano lavori di Autori che conoscono, non consente di escludere che si determinino conflitti di interesse (quanto meno scientifico) che potrebbero incidere negativamente sulla linearità delle procedure.

Si potrebbe continuare con i rilievi, ma preferisco fermarmi e chiedere se (oltre a condurre una libera azione politica) non sia opportuno impugnare una normativa complessa, disorganica e contraddittoria e chiedere alla Giustizia amministrativa di verificare la rispondenza di quella stessa normativa ai principi propri dell’autonomia universitaria e della legittimità dell’azione amministrativa.

Le controversie giudiziarie in corso in materia di ASN (Abilitazione Scientifica Nazionale) stanno dimostrando come molte confusioni tra valutazione e misurazione siano state all’origine di errati comportamenti delle commissioni di abilitazione. Lo scarso rigore formale della normativa in materia è dimostrata perfino dalla incapacità di definire con esattezza le maggioranze deliberative delle commissioni, con effetti di ingiustizia le cui dimensioni non sono ancora calcolabili e per le quali si stanno approntando toppe peggiori dei buchi.

In particolare, i singoli Atenei (e per essi l’organismo rappresentativo nazionale) che costituiscono i principali e diretti destinatari degli effetti della valutazione della ricerca sul piano della distribuzione dei fondi del finanziamento statale, dovrebbero adottare una posizione di difesa delle proprie prerogative e, contemporaneamente, di stimolo alla definizione di un sistema di valutazione coerente, trasparente e condiviso dalla Comunità scientifica.

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