di Katya Maugeri

«I libri da leggere non potranno essere sostituiti da alcun aggeggio elettronico. Sono fatti per essere presi in mano, anche a letto, anche in banca, anche là dove non ci sono spine elettriche, anche dove e quando qualsiasi batteria si è scaricata, possono essere sottolineati, sopportano orecchie e segnalibri, possono essere lasciati cadere per terra o abbandonati aperti sul petto o sulle ginocchia quando ci prende il sonno, stanno in tasca, si sciupano, assumono una fisionomia individuale a seconda dell’intensità e regolarità delle nostre letture».

Ci sono persone alle quali attribuiamo una tacita eternità perché nelle loro opere ritrovi i metodi giusti per intraprendere un percorso culturale interessante, perché la loro saggezza sembra sprigionare l’antidoto non solo contro la morte intellettuale, ma anche quella fisica. Credi che non possa accadere, e invece accade lasciando un grande vuoto. Ci sente orfani di padri e madri culturali. È accaduto, ancora. È morto Umberto Eco, il semiologo, il giornalista, lo scrittore, il filosofo, l’uomo che ha segnato il capovolgimento di un sistema arcaico e fastidiosamente accademico. Noi di Sicilia Journal non vogliamo elencare le sue numerose e inestimabili opere, né riportare la sua biografia, vogliamo semplicemente rendere omaggio ad un uomo al quale dobbiamo tanto e dal quale abbiamo appreso preziosi insegnamenti.
Ricordare la carriera, le opere e la vita di Umberto Eco è un percorso che serve ad ognuno di noi per comprendere il suo incomparabile contribuito: si tratta di un uomo che ha segnato la nostra vita culturale arricchendo il mondo della letteratura italiana con opere importanti e recentemente era tornato alla ribalta nelle cronache editoriali per il rifiuto a Mondazzoli e la decisione di seguire Elisabetta Sgarbi nel progetto de “La nave di Teseo”. Nel 1962, con «Opera aperta» e nel 1964 con «Apocalittici e integrati», Eco istituisce un nuovo modo di fare e vivere la filosofia e la critica, attraverso l’utilizzo di metodi e stili legati alla vita quotidiana dimostrando che la cultura necessitava di modernità e rinascita. Ma Eco fu anche un professore che scrisse romanzi. Il primo risale al 1980, in cui incontrò un grandissimo successo sia di critica sia di lettori tanto da diventare ben presto un best-seller internazionale – tra i finalisti del prestigioso Edgar Award nel 1984 – tradotto in quarantasette lingue e venduto in trenta milioni di copie, vincitore del Premio Strega nel 1981.

eco_Il nome della rosa, un romanzo storico, complesso e in realtà difficilmente catalogabile in un unico genere. Un testo sublime in cui l’autore sfida il lettore a individuare indizi letterari, storici e a riconoscerne citazioni e riferimenti più o meno espliciti. Un romanzo atipico che ci catapulta nell’oscurità del Medioevo, per catturare il lettore e arricchirlo di nozioni culturali da portare con sé. Dopo otto anni dal primo romanzo – tempi ben diversi da quelli odierni in cui gli autori di best-seller pubblicano un libro all’anno – Eco scrive un altro importante capolavoro, Il pendolo di Foucault, in cui l’autore ci immerge all’interno di una dimensione intrisa di religione e cultura, di mistero ed esoterismo, di filosofia e superstizione. Dai Templari alle logge massoniche, dai Rosa Croce ad Hiltler, narrando di Catari e Assassini di Alamut, Gnostici e Cabalisti. Ritornerà su questi temi scrivendo “Il cimitero di Praga” e “Numero zero”. Umberto Eco, ancora una volta stimola il lettore a documentarsi, a trascrivere i suoi passi e cercare altrove degli approfondimenti per non limitarsi ad essere semplici spettatori passivi del romanzo, ma diventare degli attenti e informati lettori.
Ecco chi abbiamo perso, un promotore di cultura, le cui affermazioni spesso hanno suscitato fastidi e frizzanti polemiche, ma che attraverso le sue parole sagge e ricercate infondeva il seme della curiosità e dell’evoluzione intellettuale. Ci lascia così, orfani, una delle menti più brillanti in Italia, ci mancherà l’attesa di un nuovo libro dal quale attingere nuovi mondi,  o di una gustosa “Bustina di Minerva”, ma rimarranno le sue opere a ricordarci quanto sia importante cercare oltre i metodi statici e aridi qualcosa che possa stimolare e accrescere il nostro bagaglio culturale, minacciato dall’uso improprio della tecnologia che autorizza anche “gli imbecilli” ad affermare concetti non ancora metabolizzati ed acquisiti, comprendiamo – così – quanto questi immensi e autentici intellettuali non abbiano nessun erede. Figli di un’epoca in cui la cultura non era moda, ma essenza e linfa vitale. Di lui rimarrà un prezioso insegnamento e pagine che profumano di archivi da consultare, lui sarà sempre quel verso che conosce svariate interpretazioni ma che porteremo sempre con noi: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus (la rosa che è all’origine, esiste solo nel nome, noi possediamo soltanto nudi nomi).

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