Acque agitate nell’università italiana e, di conseguenza, anche in quella di Catania. Ieri, alla presenza del Rettore Giacomo Pignataro, si è svolta un’assemblea in merito al problema: “Conferire o no i propri prodotti alla VQR?”. Sembrerebbe un argomento per iniziati, che non interessa il largo pubblico. Ma non è così e cerchiamo di spiegare il perché.

Innanzi tutto chiariamo: la VQR è la Valutazione della Qualità della Ricerca, gestita da un’apposita agenzia nazionale – l’ANVUR, che sta per Agenzia Nazionale Valutazione Università e Ricerca – e che ogni quattro anni valuta la qualità delle ricerca effettuata sia nelle università che nei vari enti di ricerca italiani  dipendenti dal Ministero. Essa rientra in quella “necessità della valutazione” volta ad assegnare le risorse premiali alle università migliori e punire invece le meno efficienti, nella speranza che queste si “diano una mossa”, cercando di migliorare le proprie performance. Già la precedente VQR (per gli anni 2010-2014) aveva portato a risultati assai contestati, anche perché alle fine si è constatato che la cosiddetta “quota premiale” non significava affatto risorse in più per le migliori, ma tagli in meno. E così le università classificatesi al top hanno ottenuto solo di non aver tagliato il budget del fondo di finanziamento ordinario (il cosiddetto FFO), mentre quelle classificatesi tra le peggiori hanno avuto un taglio di risorse. Ciò è quanto è successo all’università di Catania, che ha visto un consistente taglio del proprio FFO; e così è avvenuto per gran parte delle università meridionali.

Sono stati numerosi gli errori, le incongruenze, i difetti che sono stati diagnosticati a questo metodo di valutazione, che consiste nel “conferire” (per la VQR in corso) due  propri prodotti (libri, articoli o altro) da valutarsi o in modo meccanico mediante indici bibliometrici abbastanza complicati oppure (per i settori umanistici) attraverso il parere di due altri ricercatori, scelti per vie misteriose da un apposito comitato e ignoti a chi viene giudicato.

Finanziamenti PRIN:anno

Fonti Miur. Il PRIN è il fondo per ricerca scientifica erogato dal Ministero all’intero sistema universitario italiano. Grafico tratto dal sito di Francesco Sylos Labini (http://francescosyloslabini.info/).

Spesa pubblica per ricerca

La spesa pubblica per ricerca in Italia in percentuale sul PIL rispetto all’Unione Europea e agli altri paesi Ocse. Grafico tratto dal sito di Francesco Sylos Labini (http://francescosyloslabini.info/).

L’insoddisfazione di gran parte del corpo docente per questo sistema di valutazione ha avuto un ulteriore fattore di disagio nel perdurante blocco degli scatti stipendiali da più di cinque anni; un trattamento “di favore” che riguarda solo i docenti universitari in tutte le fasce (non solo i “baroni”), e nessuna altra categoria tra quelle non contrattualizzate. Una misura che a molti sembra ormai solamente punitiva, come se i docenti universitari avessero molti peccati da farsi perdonare e quindi debbano restare in questo purgatorio che – in base a un foglio di calcolo fatto circolare nelle università – può portare a una perdita sino 150.000 euro alla fine della carriera (considerando anche i riflessi sul Tfa) e che penalizza specialmente i giovani. A ciò si associa un decremento degli investimenti in ricerca scientifica che pone l’Italia agli ultimi posti tra i paesi europei, con ciò mettendo a repentaglio la sua capacità di innovazione in ambito tecnologico e produttivo. Tutti fattori ampiamente documentati sul sito Roars, che si occupa di università e ricerca scientifica.

E così si è diffusa nelle università la protesta che – per non danneggiare gli studenti e le loro famiglie – si è espressa nel sabotaggio della VQR, con la parola d’ordine STOP-VQR, alla quale non hanno aderito solo i “nullafacenti”, ma anche docenti “al di sopra di ogni sospetto”; tra questi il matematico Giuseppe Mingione di Parma, professore ordinario a 33 anni e tra i più quotati internazionalmente, nonché vincitore di numerosi e prestigiosi riconoscimenti, che anche lamenta la scarsità di risorse per la ricerca rispetto a qualsiasi altro paese europeo. Una protesta che ha suscitato la solidarietà persino di Oscar Giannino, che mai è stato tenero verso l’università e i loro “baroni”.

Ma le paure sono molte: cosa succederà ai docenti che non “conferiranno”? Le università saranno penalizzate se i loro docenti per lo più “non conferiranno”? Non si darà l’impressione all’opinione pubblica di volere rifiutare la valutazione in quanto tale? Le università i cui docenti per lo più non conferiranno, non potranno essere penalizzate rispetto alle altre in cui ci sarà una maggiore adesione alla VQR?

La comunità accademica si è così divisa. V’è chi – facendosi carico della responsabilità per il proprio ruolo istituzionale e paventando il peggio (come il rettore dell’università di Catania) – è favorevole al ”conferimento” e cerca di convincere i docenti a tale passo. D’altra parte molti docenti – in particolare alcune delle loro organizzazioni come l’Uspur, la Rete29Aprile e il CUDA (che firmano il documento qui sotto riportato) – puntano invece ad una percentuale di astensione che porti alla sostanziale vanificazione della VQR; basterebbe a questo scopo, dicono, una percentuale di astensione anche del 20%. Addirittura il Comitato Nazionale Universitario è giunto ad offrire tutela legale per quei docenti che dovessero subire dalle autorità accademiche indebite pressioni o velate minacce per la loro decisione a non conferire (e per fortuna non siamo arrivati a questo punto nell’ateneo catanese).

Ma la questione non riguarda solo l’università. Come hanno dimostrato gli studi di autorevoli economisti (come Gianfranco Viesti), la politica universitaria condotta negli ultimi decenni, e in particolare l’esercizio della VQR, sta portando ad una profonda crisi delle università meridionali, che corrono il rischio di sparire nello spazio di qualche anno, o venendo accorpate in megatenei o riducendosi a luoghi di alta formazione professionale, senza effettuare ricerca scientifica e senza dottorati. Si ipotizza, ad es., la possibilità che in Sicilia possa sopravvivere solo un ateneo, con gli altri ridotti a sue articolazioni locali. Ciò avrebbe ricadute disastrose sul tessuto sociale meridionale: università di bassa qualità forniranno professionisti di scarsa qualità, cioè medici peggiori, ingegneri peggiori, ecc. Non solo, ma le famiglie che non vorranno condannare i propri figli a un destino professionale di basso profilo, saranno costretti a mandarli a studiare nelle università più prestigiose (e questo è già un trend che si sta avverando negli ultimi anni); ma questo potranno farlo solo i più abbienti. Alla classe media e ai ceti popolari ciò sarà precluso: per i loro figli solo una università di serie B, per una società che sarà destinata ad essere di serie B.

In questa luce o si spera che le università meridionali – per una sorta di miracolo – riusciranno tutte o gran parte di esse a scalare la classifica della VQR, diventando “eccellenti”, oppure – se come è probabile ciò non accadrà a causa dei perversi meccanismi della VQR – esse avranno più o meno le stesse performance della passata VQR, ottenendo nuovamente un taglio delle risorse. Vale allora la pena di avallare una VQR, da tutti contestata e i cui difetti sono stati da molti evidenziati, che porterà comunque a risultati negativi per le università e la società meridionali, peraltro giustificando così i minori finanziamenti con una presunta minore loro qualità? Siete inefficienti e quindi vi meritate i tagli! L’alternativa è prendere il coraggio di dire no a questo meccanismo imperfetto e da tutti criticato, per ottenere una sua correzione che tenga conto della specificità del Meridione e della necessità di mettere in atto politiche di supporto. Perché i deboli bisogna aiutarli e permettere loro di fortificarsi, non praticare una politica eugenetica a loro danno.

Allora la protesta dei docenti delle università – specie di quelle del Mezzogiorno – non è solo un affare di bottega, non è un problema di mera rivendicazione stipendiale, ma una ribellione verso un destino di arretratezza e di emarginazione. Perché la crisi delle università meridionali è la tempo stesso specchio della crisi della società e dell’economia meridionale e suo ulteriore fattore di accelerazione. E permettere che il Sud sprofondi significa impedire una rinascita complessiva dell’Italia. A meno di non accettare una logica bipolare, abbandonando il Sud a se stesso per concentrare risorse ed energia al solo Nord (come è stato anche auspicato da qualche forza politica). Ma – come aveva capito una grande studioso della questione meridionale, Antonio Gramsci, oggi in Italia dimenticato, ma all’estero ritenuto il più grande pensatore italiano del ’900  – il Mezzogiorno è una questione nazionale; e l’Italia si salva solo se si salva il Mezzogiorno. I nostri politici hanno qualcosa da dire in merito o vogliono continuare a fare ancora gli àscari al servizio di interessi e gruppi di potere che da oltre vent’anni hanno abbandonato il Sud al proprio destino?

 

Mozione dell’assemblea dei docenti dell’ateneo di Catania sullo Stop Vqr
di giorno 23 febbraio 2016 indetta da Uspur, R29aprile, CUDA

L’assemblea tenutasi giorno 23 febbraio presso il Palazzo centrale dell’Università – che ha visto un’ampia partecipazione di docenti e una presenza importante di colleghi non strutturati, di studenti e di dottorandi – prende atto che ad oggi rispetto alla situazione del 1 febbraio, quando si tenne la precedente assemblea, gli unici elementi di novità siano costituiti dalla proroga concessa dall’ANVUR per il 14 marzo (ben diversa dal 30 aprile chiesto dalla CRUI) e  dall’invito del ministro all’assemblea Crui che si terrà tre giorni dopo la scadenza, il 17 marzo; non vi è ancora nessun segnale serio e concreto di quel tavolo tecnico tra docenti, Miur e Mef necessario ad avviare una soluzione dei problemi dell’Università (dallo sblocco degli scatti stipendiali, al ripristino del turn-over fino ad una seria politica di sostegno del diritto allo studio, necessaria per studenti e famiglie).

L’assemblea rileva con rammarico che – dinanzi ad un atteggiamento di dialogo e collaborazione – ai molti docenti che in Italia hanno scelto di aderire alla protesta Stop VQR sono stati opposti (talora, spiace dirlo, anche da componenti della Crui) tentativi di disinformazione e argomenti deboli se non offensivi. Siamo stati accusati di essere pochi e insignificanti (perché allora ci si è così tanto preoccupati di questa protesta?). Siamo stati accusati di voler impoverire le nostre università (ma i nomi e i cognomi di chi ha impoverito l’università italiana attraverso il taglio lineare dei fondi per la ricerca, il blocco del turn over, la mortificazione del diritto allo studio costituzionalmente sancito, il blocco del piano associati, i 50 milioni buttati per la misura demagogica dei 500 superprofessori, la porta in faccia alle nuove generazioni di ricercatori, etc… non stanno sulla luna. QUESTI NOMI STANNO NELLA GAZZETTA UFFICIALE, DALLA LEGGE 133/2008 VOLUTA DA TREMONTI E GELMINI FINO AL DDL STABILITA’ DEL GOVERNO RENZI          DEL 2015). Ci si è detto anche che con la nostra protesta responsabile e democratica rischiamo di fare saltare stipendi e tredicesime; ma chi lo dice sa bene che solo grazie al risparmio sul FFO generato dal blocco quinquennale degli scatti stipendiali 2011-15 si possono ancora pagare tredicesime e stipendi…

Riteniamo dunque – data la numerosa e significativa adesione alla protesta nell’ateneo di Catania e negli altri atenei italiani, con dati che vanno dal 60% di Pavia al 30% di Palermo – di dover confermare la linea del non conferimento e della non collaborazione al processo di valutazione VQR. Alla fine dell’assemblea, si comunica che la lista degli aderenti alla protesta – ad oggi 240 –  verrà inviata al Rettore.

L’assemblea ritiene di dovere continuare l’azione di proposta concreta di un modello nuovo di finanziamento dell’università italiana. Per fare questo è necessario perseverare nella protesta, anche attraverso le vie legali, con l’obiettivo di salvaguardare le prerogative dei docenti universitari italiani (anche con ricorsi amministrativi e forme di class action) e di invalidare un processo di valutazione colmo di vizi di forma e di sostanza, come evidenziato in numerose sedi, insieme ai suoi effetti perversi (si pensi alla ricaduta sui dottorati). Riteniamo inoltre che altre forme di protesta, complementari e non sostitutive dell’astensione dalla VQR, debbano essere discusse, decise ed implementate dopo la scadenza del “conferimento dei prodotti”.

L’assemblea ritiene importante continuare un’azione di sensibilizzazione dei colleghi nei singoli dipartimenti e degli studenti (oltre che di collaborazione con i colleghi non strutturati, i dottorandi e il PTA) al fine di arrivare a una piattaforma congiunta di richieste e ad una adozione reciproca delle rivendicazioni dei singoli settori dell’università a livello nazionale. Solo così si potrà costruire una pressione dell’intero sistema universitario ancora più efficace nei confronti di politiche penalizzanti e mortificanti, che mettono a rischio l’alta formazione e con essa il benessere materiale e morale del nostro paese. Possiamo solo augurarci che anche la Crui voglia abbandonare pratiche di lobbying rivelatesi inefficaci e che rischiano semplicemente di vanificare le legittime richieste dei docenti italiani e voglia contribuire ad azioni incisive di promozione politica della ricerca e dell’alta formazione.

L’assemblea si aggiorna dunque a data da destinarsi dopo il 17 marzo per una valutazione dei provvedimenti annunciati o messi in atto dal governo e  per le scelte conseguenti.

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