La notte degli Oscar, evento mediatico su scala planetaria, è un ottimo esempio della teoria che Hollywood è la cucina in cui si prepara a fuoco lento l’immaginario occidentale.

Dieci ore di collegamento per un paio d’ore di spettacolo finale, quello in cui vengono assegnate le statuette, taglierebbero le gambe a chiunque, tranne – è ovvio – ai fans del gossip cinematografico, che si relazionano all’arte filmica con la competenza di un idraulico in un bacino idroelettrico.

La serata su Sky inizia all’insegna del “red carpet”, questa fantomatica passerella attraverso la quale i vip della celluloide sfileranno, uno dietro l’altro, infagottati nei loro abiti supergriffati, nelle loro movenze studiate, sotto un’implacabile regia che non lascia alcun riscatto alla spontaneità.

Perché la nota fondamentale è proprio questa: il cinema di Hollywood costruisce immani dispositivi narranti sempre più nel segno del realismo, perfino quando in gioco è la logica del genere, che sia fantascienza o western o horror. Hitchcock, con il suo linguaggio straniato, onirico, marcato dai tratti di una metalinguisticità disvelante, è sempre più lontano, anche rispetto ad operazioni che lo evocano o lo celebrano. Il dato certo è un esasperato realismo che impregna le storie, la messa in scena, gli attori, questi ultimi completamente trasparenti rispetto ai caratteri che interpretano, totalmente declinati ad una corrispondenza alla “realtà”.

Bene, esattamente nel momento in cui Hollywood si celebra, ovvero si “rappresenta”, mette in scena lo spettacolo più artificioso, bugiardo, finto che si possa pensare: decine di presenze ammiccanti, con strane posture yankee a metà fra il pistolero in procinto di estrarre e Topolino che saltella dentro il suo fotogramma, una mimica posticcia, innaturale, saturante.

In una parola (si fa per dire): il lavoro di Hollywood consiste nel creare realtà – più esattamente ipperrealtà – mediante una serie di allineamenti linguistici ed estetici che portano inesorabilmente ad un punto, la sospensione dell’incredulità e la definitiva identificazione (proiettiva). Il dopolavoro di Hollywood consiste nel concedersi finalmente la sboccata, volgare, esemplare esperienza di denudare il suo ingranaggio micidiale di costruzione manipolatoria.

Quando le icone sfilano sul tappeto rosso, libere dal compito di produrre realtà, cedono alla natura del set e si mettono a recitare. Stavolta davvero.

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A proposito dell'autore

Sandro Vero
Esperto in processi di comunicazione, psicologo

Si laurea in psicologia sperimentale a Roma. Dopo esperienze lavorative nell’ambito psicopedagogico inizia la sua attività in ambito sanitario. Contemporaneamente collabora con l’Università di Roma prima e di Catania poi come cultore della materia. Dal 2003 al 2009 è docente a contratto di psicologia della comunicazione presso la Kore di Enna. Ha pubblicato numerosi articoli scientifici e due volumi, uno su “Le strutture profonde della comunicazione” e l’altro su “il corpo disabitato: fenomenologia del fitness”. Dal 2008 cura i processi comunicativi dell’ASP 7 di Ragusa. Dal 2011 svolge attività pubblicistica per testate on line e la rivista “Le Fate: identità e cultura siciliane”. L’area dei suoi interessi va dalla filosofia alla musica al cinema.

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