In alcuni giornali on-line di qualche giorno fa girava una notizia di cronaca nera, annunciata dal titolo «Catania – Detenzione e spendita di banconote false, tre arresti». Lì per lì, non avendo mai letto né sentito la parola spendita, ho pensato a un errore del giornalista, ma poiché essa ricorreva in tutte le cronache e nei titoli – a parte lʼovvia constatazione che tutti gli articoli dipendevano da unʼunica fonte (un rapporto della polizia?) – ho voluto verificare di persona.

Un rapido controllo sul dizionario scolastico di De Mauro (2000) se da una parte conferma lʼesistenza della voce, «s. f. B[asso] U[so] lo spendere, spesa, esborso (19) [av. 1884]», dallʼaltra non chiarisce del tutto il significato di spendita del titolo.

Altri dizionari, fra cui il Devoto-Oli, il Garzanti e lo Zingarelli, ripetono la stessa definizione, ad eccezione del Vocabolario Treccani on-line e, soprattutto, del Grande dizionario della lingua italiana (GDLI) di Salvatore Battaglia. Il Vocabolario Treccani registra la voce con lo stesso significato degli altri dizionari, «L’atto, il fatto di spendere», aggiungendo un esempio dʼautore, la vita largale spendite allegre (Bacchelli), e una “marca dʼusoˮ: «È usato soprattutto nel linguaggio burocr. e amministrativo: la s. va contenuta nei limiti del bilancio». Nemmeno lʼaggiunta del Vocabolario Treccani, tuttavia, rende più perspicuo il titolo del giornale.

Finalmente il GDLI registra ben quattro significati sotto la voce spèndita. Il primo è quello di “spesaˮ che ormai conosciamo; il secondo, nella locuzione spendita di moneta falsa, è dellʼambito del diritto penale e vale “delitto consistente nel comportamento di chi […] mette in circolazione […] monete contraffatte o alterate (cioè monete comunque false)ˮ. Il secondo significato chiarisce finalmente il reato di cui sono state accusate tre persone: detenzione e spaccio di banconote false.

La piccola ricerca lessicale potrebbe considerarsi a questo punto conclusa, ma probabilmente il lettore curioso vorrà saperne di più, a partire dalla data di prima attestazione che sia il De Mauro sia lo Zingarelli assegnano al 1884.

Bene, una rapida ricerca on-line su google libri permette di retrodatare la parola di qualche secolo. Risale, infatti, al XVII secolo un editto di Vittorio Amedeo I di Savoia (1587-1637) in cui si lamenta «la toleranza delle spendite delle monete dʼoro, e dʼargento introdotte finʼ al presente neʼ Stati nostri». Non è da escludere che ricerche più raffinate possano retrodatare ancora la nostra parola.

Nel XIX secolo, la voce spendita doveva essere abbastanza diffusa, se nel 1890 due lessicografi come Pietro Fanfani e Costantino Arlia, nel Lessico dellʼinfima e corrotta italianità, ne condannavano lʼuso, dicendo che «errano alla grossa, quando, per es., dicono: Il tale è stato condannato per ispendita di monete false – Non son mica pochi i processi per ispendita di fogli di Banca falsi. Al verbo Spendere bastan i due verbali Spendizione e Spendimento».

Non c’è ovviamente nulla che giustifichi la preferenza di spendizione e spendimento al posto di spendita, trattandosi di suffissati verbali, formati, rispettivamente, dal tema spendi– di spendere + –zione, –mento e –ita. Cʼè da dire, anzi, che le forme preferite da Fanfani e Arlia hanno avuto, come si vedrà, meno fortuna. La prima, spendizione (fabbricazione o spendizione di monete false), è attestata almeno dal XVIII secolo (1790), nel Supplementum pragmaticarum edictorum decretorum interdictorum regiarumque […] del Regno di Napoli.

La voce spendimento ʽlo spendere e il suo risultatoʼ si trova attestata dal XIV sec., secondo il Grande dizionario italiano dellʼuso (Gradit), a cura di Tullio De Mauro.

Nonostante dunque la condanna dei lessicografi dellʼOttocento, spendita è giunta fino ai nostri giorni; nel significato di “spesaˮ è di uso raro, mentre è diffusa in quello tecnico-scientifico del diritto penale.

Degli altri due derivati di spendere, si può dire che si sono perse le tracce: in particolare, mentre spendimento si trova registrato solo nei voluminosi GDLI e Gradit, spendizione non ha nessun riscontro nella lessicografia odierna.

Ancora una volta, è il caso di ribadirlo, è lʼuso dei parlanti e degli scriventi a determinare la vitalità o lʼobsolescenza di una parola, indipendentemente dalla censura o dalla preferenza di grammatici e lessicografi di ogni orientamento.

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A proposito dell'autore

Alfio Lanaia

Alfio Lanaia (alfio.lanaia@libero.it), classe 1960, laureato in lettere, ha conseguito il dottorato di ricerca in Filologia moderna, tutor il prof. Salvatore C. Trovato. Nel 2014 è stato dichiarato idoneo all'abilitazione nazionale, come professore associato in Linguistica e filologia italiana. È docente di Lingue e letterature classiche al Liceo classico europeo annesso al Convitto Nazionale “M. Cutelli” di Catania, dove ha occupato fino al 2009 la carica di vicepreside. Dal 2003 al 2010, come professore a contratto, ha assunto prima l’insegnamento di Glottologia (a.a. 2002-2003) e poi di Etnolinguistica al Corso di laurea in Scienze dei Beni culturali, sede di Siracusa. Sempre come professore a contratto, ha insegnato Linguistica e comunicazione al Dipartimento di Scienze umanistiche dell'Università di Catania, nell'A.A. 2014-2015

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