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di Anna Agata Mazzeo

Uno spot a favore del SI, contro la perforazione dei fondali marini dell’Adriatico, per l’abrogazione del comma 17 dell’articolo 6 del decreto legislativo n. 152 del 3 aprile del 2006 “Norme in materia ambientale” dove si dispone l’estrazione dal fondo marino di petrolio e gas fino all’esaurimento (durata di vita utile) del giacimento.

E’ bastato che l’agenzia pubblicitaria Be Shaped twittasse l’immagine stilizzata di una ragazza, in posizione “doggy style”, ovvero a 4 zampe, con alle spalle una torre a traliccio, identificabile come la struttura che serve per l’estrazione del petrolio, accompagnata dall’hashtag didascalico #trivellatuasorella, slogan per incentivare i cittadini a votare SI al referendum del 17 aprile, per scatenare le polemiche di un’intera nazione attraverso tutti i social network.

L’iniziativa non è stata commissionata dal comitato “No triv”, che si è premurato di dissociarsi da questo linguaggio.

“Sessista” e “volgare” sono i comun denominatori delle risposte in merito alle provocazioni di questa campagna, che come messaggio include: “ Se l’ami non farle del male #votaSì!”

In un primo intervento i chiarimenti dell’agenzia non sembrano mirare a scusarsi per l’utilizzo di un linguaggio forte, ma a condurre il pubblico verso la giusta interpretazione del messaggio: trivellare il mare sarebbe come compiere una violenza a una persona fisica, nella violenza non c’è godimento.

“Noi non vogliamo rinunciare al nostro mare, non vogliamo smettere di condividerlo con chi lo abita e lo rende vivo e meraviglioso. Nessun sessismo quindi. E’solo orribile, quanto lo è l’azione di distruggerlo ai nostri occhi. Non si può combattere una violenza come questa con immagini belle, sarebbe come denunciare la guerra postando foto di campi in fiore. Noi diciamo NO allo stupro del mare e lo facciamo senza censure, come siamo abituati a fare”.

Nonostante la pioggia di critiche, c’è a chi piace questo modo crudo di lanciare un messaggio per scuotere l’opinione pubblica e farla agire, o meglio reagire, di fronte a un tema così importante, come la salvaguardia dell’ambiente.

A distanza di qualche ora dalla pubblicazione, dal messaggio di ‘scuse’ Be shaped, torna sull’argomento, quasi urlando, (vedi l’utilizzo del Caps Lock) prendendo le difese dell’agenzia, ma accusando il singolo responsabile dell’accaduto: il social media manager ‘in prova’ e a cui era stata affidata la gestione della pagina, che in piena autonomia, avrebbe deciso una strategia dall’effetto boomerang. Per questo motivo, l’autore dello slogan è stato rimosso dal team, mentre l’agenzia si scusa per la pessima figura.

Una polemica divenuta virale per effetto dello sdegno, infatti l’immagine è rimbalzata di bacheca in bacheca, e l’agenzia in questione è stata investita da una valanga di insulti personali, che mettono in discussione anche la condotta morale, oltre a quella etica- professionale, finendo per etichettare i 4 soggetti che ne fanno parte come ‘comunicatori incapaci’.

Forse colpa della scarsa esperienza, come ha scritto qualcuno, fra un insulto e l’altro rivolto all’agenzia, ma “la pubblicità progresso è una bomba a mano”, bisogna stare attenti che non esploda contro il proprio viso, danneggiando la propria immagine.

Eppure ad una settimana esatta dai festeggiamenti per la “giornata mondiale della donna” di cattiverie, nei confronti del genere femminile, ne sono state divulgate a iosa.

Uno sciorinamento di buongusto tra:

“Mi hanno chiamato brutta, grassa, e obesa” – la denuncia di Patrizia Bedori, ex candidata a sindaco di Milano per il Movimento 5 Stelle.

“Giorgia Meloni faccia la mamma” (anziché candidarsi a sindaco), l’attacco di Guido Bertolaso, candidato a sindaco di Roma per il centrodestra.

Infine lo slogan sessista dell’agenzia. E’ stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Potremmo continuare a chiedere all’Accademia della Crusca di inserire termini coniati al femmnile, come “assessora” o “presidenta” per dare parità alla donna, ma se non cambia la testa e la mentalità, non ci saranno lemmi che tengono, l’Italia non è abbastanza matura per abbandonare stereotipi denigranti ed evolversi verso una eguaglianza di genere.

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