In uno dei suoi soliti tweet il senatore Maurizio Gasparri, non nuovo a simili disavventure linguistiche, scatena lʼironia degli utenti di face-book e di twetter.

Ecco il testo: «E’ vero che @Giorgia Meloni è figlia della storia di destra e proprio per quello a suo tempo le chiesimo la disponibilità …».

Lʼoccasione era troppo ghiotta perché i social network non la sfruttassero. E infatti il sito de “la repubblica.it” parla dello «scivolone del senatore e vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri che, intervenendo nel programma Agorà sulla questione dei candidati del centrodestra al Campidoglio, twitta (non personalmente ma tramite il suo staff) una delle sue dichiarazioni storpiando in maniera clamorosa il passato remoto del verbo chiedere. Un errore che diventa ben presto virale, con conseguenti tweet ironici che invadono il social network».

Lo stesso senatore (o qualcuno del suo staff), dopo il chiasso mediatico suscitato dal suo tweet, sembra che se ne sia accorto, come infatti ci informa il sito del messaggero.it: «Peccato solo che,  mentre l’hashtag #chiesimo è entrato nei trend topic nazionali, il post sia scomparso».

Ma ora, detto che prendersela con Gasparri è come sparare sulla Croce Rossa, dal momento che il senatore è indifeso e inerme persino di fronte alla coniugazione dei verbi, credo sia giunto il momento di tentare di capire che cosa abbia provocato lo “scivoloneˮ linguistico. Sgombriamo innanzitutto il campo da certi censori che non sanno nemmeno di cosa parlano e che, nella fattispecie, non sono poi così diversi da Gasparri, come lʼanonimo autore di un post su ricercalo.it: «Stavolta [Gasparri] si è fatto notare per un  errore di ortografia [sic!] …, facendo confusione con il passato remoto del verbo “chiedereˮ. Insomma, il deputato PDL anziché scrivere “chiedemmoˮ, ha inventato il neologismo [sic!] “chiesimoˮ». Non si tratta, ovviamente, né di errore di ortografia, né di neologismo ma di altro, come vedremo subito.

Proviamo a coniugare il passato remoto di chiedere: chiesi, chiedesti, chiese, chiedemmo, chiedeste chiesero. Questo verbo, come in genere i verbi della seconda coniugazione, è irregolare, poiché nella flessione, in questo caso del passato remoto, presenta due temi verbali diversi.  Come si può constatare facilmente, infatti,  nella  1a e 3a sing. e 3a pl. il tema è chies-, nella 2a sing. e nella 1a e 2a pl. il tema è chiede-. Tecnicamente si tratta di una caso di suppletivismo debole, in quanto tra i due temi vi è una base etimologica comune riconoscibile (il suppletivismo forte è ad esempio quello del verbo andare: io vado, tu vai, egli va, essi vanno vs noi andiamo, voi andate). Il tema chies– è quello più vicino alla base latina quaesii (forma parallela a quaesivi), il tema chied(e)- è quello della base romanza, sempre dal lat. quaerere con dissimilazione r─r in d─r.

In altre parole i verbi irregolari sono più difficili da usare di quelli regolari e pertanto i parlanti cercano di rimediare attraverso formazioni analogiche. Nel nostro caso il tema verbale della prima persona sing., chies-i, è stato esteso alla prima plurale, chies-imo. Forme simili, riscontrabili negli elaborati degli studenti del Nord e del Sud, come  presimo, raggiunsimo, decisimo, fecimo, dissimo, ecc., dimostrano che il fenomeno è più diffuso di quanto si creda. In particolare si tratta di interferenze del dialetto sullʼitaliano: il sen. Gasparri in questo caso non ha fatto altro che usare una forma dialettale, il romanesco chiesimo, in un post scritto in ʽitalianoʼ, o meglio nel ʽsuoʼ italiano, interferito spesso di romanesco. Non si tratta dunque né di errore di ortografia, né di neologismo, ma di una regolare forma dialettale, tipica del code-switching (commutazione di codice) del parlato e trasferita nello scritto di un tweet.

Data dunque la diffusione del fenomeno, dovremmo aspettarci la presenza di chiesimo anche nella lingua scritta e infatti uno sguardo a Google libri non delude la nostra attesa: fino a tutto il Settecento e lʼOttocento la nostra forma è diffusa, nonostante la condanna di grammatici e lessicografi, come Pietro Fanfani, in Lingua e Nazione. Avvertimenti a chi vuol scrivere italiano (1872). La troviamo per esempio in una novella di Ippolito Nievo, Le maghe di Grado (1856): «Così dunque, chiesimo fra noi, dove si scappa a far qualche bagno che ne raccomodi lʼanima e il corpo? …».

Se non proprio chiesimo, tipi simili sono propri della lingua cortigiana, le cui tracce si ritrovano oltre lʼetà rinascimentale:  ebbimo ʽavemmoʼ, fecimo ʽfacemmoʼ, apersimo ʽaprimmoʼ, risimo ʽridemmoʼ, dissimo ʽdicemmoʼ, giunsimo ʽgiungemmoʼ, misimo ʽmettemmoʼ, vidimo ʽvedemmoʼ. Tali forme «pur censurate dai grammatici, sono impiegate per tutto l’Ottocento sia in scritture private sia più raramente in opere scritte per la pubblicazione, per poi estinguersi a cavallo tra Ottocento e primo Novecento: ancora sei esempi di ebbimo nella Coscienza di Zeno di Italo Svevo, e un caso sporadico in  Gabriele D’Annunzio ‘notturno’ (“Come i fastelli si furono consumati ed ebbimo attorno attorno i sermenti e gli stecchi …ˮ), solo per citare due scrittori inconciliabili per scelte stilistiche» (treccani.it/enciclopedia).

Con ciò non abbiamo voluto giustificare la forma usata da Gasparri, quanto capire come e, forse, perché lʼabbia usata.

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A proposito dell'autore

Alfio Lanaia

Alfio Lanaia (alfio.lanaia@libero.it), classe 1960, laureato in lettere, ha conseguito il dottorato di ricerca in Filologia moderna, tutor il prof. Salvatore C. Trovato. Nel 2014 è stato dichiarato idoneo all'abilitazione nazionale, come professore associato in Linguistica e filologia italiana. È docente di Lingue e letterature classiche al Liceo classico europeo annesso al Convitto Nazionale “M. Cutelli” di Catania, dove ha occupato fino al 2009 la carica di vicepreside. Dal 2003 al 2010, come professore a contratto, ha assunto prima l’insegnamento di Glottologia (a.a. 2002-2003) e poi di Etnolinguistica al Corso di laurea in Scienze dei Beni culturali, sede di Siracusa. Sempre come professore a contratto, ha insegnato Linguistica e comunicazione al Dipartimento di Scienze umanistiche dell'Università di Catania, nell'A.A. 2014-2015

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