Il Catania ha scelto il silenzio, fino al termine della stagione. Fabrizio Ferrigno spara a zero su tutti dopo la gara contro l’Akragas, in primis sulla classe arbitrale e su un sistema calcio forse accanito nei confronti dei rossazzurri dopo i fattacci dell’anno scorso che sono costati la retrocessione in Lega Pro e 9 punti di penalità, ma anche sui giornalisti e sulla tifoseria accusati, tra virgolette, di non voler bene il Catania. Parla di “cucche”, assurdo. Le componenti di cui soltanto pochi giorni fa il direttore sportivo Marcello Pitino non voleva sentire parlare, oggi diventano il pezzo forte di Ferrigno che in conferenza stampa, dopo la gara persa contro l’Akragas, ha chiamato a raccolta chiunque tenga al Catania e alle sue sorti in questa stagione dopo aver annunciato che nessuno parlerà più fino al termine del campionato. Il direttore dell’area tecnica, a dirla tutta, non nega comunque gli “orrori” commessi dai giocatori e dalla dirigenza. E menomale.

Compito di chi scrive, però, è sempre quello di raccontare  la realtà delle cose, o almeno, senza voler essere presuntuosi, di delineare il quadro attraverso il proprio punto di vista. Ed è indubbio che ad Agrigento il Catania perda innanzitutto e soprattutto per propri demeriti, non ce ne voglia il direttore Ferrigno. Certamente, l’arbitraggio
del signor Viotti lascia spazio a pochi dubbi sulle proprie capacità, ma sono gli errori dei rossazzurri a condizionare
l’esito dell’incontro, inevitabile che sia così. Calil ha dimenticato come si fa gol, Pegalatti come si difende. E i Lupoli? I Gulin, i Felleca? Cosa ha portato il mercato di riparazione. “Ma le occasioni le abbiamo create”. Aria fritta, purtroppo. A voler essere cinici. Il Catania deve vincere le partite, “perché Catania è Catania, perché qui contano i successi”, diceva il buon Pippo Pancaro. Viotti, che tutto sbaglia, o quasi, espelle Dyulgerov alla mezzora del primo tempo e consegna alla formazione etnea un vantaggio numerico che invece di tradursi in una forsennata e disperata battaglia verso la porta avversaria, in una gara in cui cadere sembra impossibile, diventa una Waterloo in cui l’ex Di Grazia trova praterie e in cui Di Piazza può facilmente bucare la porta.

Troppo facile, adesso appellarsi ad un ambiente ostile. Ad inizio stagione sembravano esserci i presupposti per qualcosa di diverso, chi ci pensava agli arbitraggi… Nessuno si è mai tirato indietro nel momento in cui era necessario dire le cose come stavano e tanto meno questo accadrà adesso che sembra prospettarsi l’ennesimo finale
thrilling di stagione, sulla scia degli anni scorsi. Non c’è più Pulvirenti, non c’è più Cosentino, quest’anno è stata un’altra storia. Vero. Ma certe dinamiche non sono cambiate. Come ad esempio il prendersela con una tifoseria che invece dovrebbe essere santificata, ma anche prendersela con chi, con la massima onestà intellettuale tenta di lavorare. Lamentarsi dell’arbitraggio, forse, è lecito, ma non è ammissibile accettare una critica totale. Altresì appare
evidente che la squadra di Moriero abbia ancora molto da fare per tornare ad essere competitiva (in questo senso rinnoviamo l’invito ad usare anche in casa la maglia mimetica al posto di quella rossazzurra che poco a che fare “per storia e per blasone” a chi oggi sbaglia in modo insopportabile).

La Lega Pro è questa, il Catania è in questa categoria ed ha calciatori adatti per questo torneo. Ma Catania è Catania, lo ripetiamo. E Catania è stanca. Dopo anni di insuccessi ed un’estate dolorosa come non mai con una città gettata vergognosamente in pasto alle cronache sportive per fatti su cui ancora si cerca di far luce questo è il minimo. Concludiamo ricordando e riportando le parole di Moriero nel corso della conferenza stampa della sua presentazione: “Dobbiamo essere noi a riportare la gente allo stadio, la gente tiene a questi colori. Il loro riavvicinamento passa dal nostro impegno e dai nostri risultati”. Più chiaro di così. E non c’è arbitro o complotto che tenga.

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