CATANIA- Un lavoro a lungo atteso e che sta riscuotendo ampi successi, quello di Luigi Favara, che si incentra sulla figura di “El Fuser”: Ernesto “Che” Guevara. Dopo l’ottimo riscontro di pubblico delle rappresentazioni dello scorso mese di marzo, ecco che la Direzione della Sala Magma di Catania ha voluto due repliche straordinarie, in scena domani sabato 2 aprile alle 21 e domenica 3 alle 18.30, per “Ricordo di un campesino”. Ricco e qualificato il cast, che annovera Enrico Pappalardo, Francesca Privitera, Giuliana Bella, Valeria Rachele Triolo, Jacopo Raniolo, Angelo Ariosto e Liliana Scalia, con le coreografie curate da Francesca Romana Di Giorgio e a cui daranno corpo Greta Giarrusso, Agnese Privitera e la stessa Francesca Romana Di Giorgio. Lo spettacolo, che fa parte della stagione 2015/16 della storica Sala Magma di via Adua 3 a Catania (la stagione proseguirà dal 15 aprile con “Il fruscio del tempo” a cura di Salvo Nicotra, ed infine dal 13 maggio con “La borghese di Orleans” di Alfio Guzzetta), è così raccontato dal suo autore e regista, Luigi Favara:

«Chi ha frequentato casa mia, sa bene che all’interno del salone d’ingresso, ho ricavato un angolo che funge da studiolo e sulla parete di fronte spiccano innumerevoli foto del CHE, le quali, lasciano appena un piccolo spazio alla mia laurea, guarda caso in medicina come la sua!

Certo, qualcuno dei miei vecchi “ex compagni” sostiene che io mi vanto di dormire con le bandiere rosse al capezzale. Vi garantisco che non si sbaglia, perché come diceva Aristotele: “È bennato colui che vive conforme alla virtù: nobile colui che non degenera dalla sua natura”.

Non ho avuto la fortuna di conoscere il CHE, intendo di persona, eppure lo amo tanto come si può amare il padre, la madre oppure i figli!

Molto è stato scritto intorno a questo “guerrigliero”, leader carismatico ed ideologico.

Circa cinquanta anni fa (esattamente il nove ottobre del 2017 compirà mezzo secolo) la vita di Ernesto Guevara de La Serna, conobbe una fine improvvisa ed immeritata nella giungla della Bolivia sudorientale. Nacque così un mito inestinguibile: per una combinazione quasi magica tra figura individuale e spirito dell’epoca, il “CHE” divenne il martire estremo, un modello anche al di fuori delle cerchie che ne condividevano l’ideologia, l’emblema per una generazione che credeva di potere trasformare il mondo (i giovani di ieri) ed anche per coloro i quali, all’ombra di un “mito” credono di migliorare attualmente il mondo (i giovani di oggi).

Ernesto Guevara nasce in una famiglia colta ed anticonformista e cresce in un ambiente dove gli amori giovanili, le sue inquietudini, la sua fondamentale “a-politicità” originaria, sono il non plus ultra, fino a quando però, affronta, a bordo della “Poderosa”, i suoi viaggi “antituristici” per l’America latina in visita a lebbrosi e diseredati, è a questo punto che si riesce a spiegare la sua vera personalità e le sue scelte!

Questo mio modesto lavoro non vuole essere né una beatificazione né un attacco a questa straordinaria figura, ma si prefigge come scopo, quello di comprendere, l’uomo, il figlio, il padre ed anche il guerrigliero!

In esso sono presenti vari momenti artistici che, con notevole rischio nella esecuzione della regia, ho cercato di legare tra loro e cioè: la danza, la cinematografia e la recitazione. Questo per rendere meglio e più efficacemente un quadro della vita di Ernesto Guevara, che difficilmente può compattarsi in un semplice racconto!

Sono fondamentali i filmati (originali) le foto dell’epoca ed alcune sequenze girate dagli attori al di fuori del “palcoscenico” che evocano momenti dei ricordi del “campesino” che altrimenti sarebbero avulsi dalla “fantastica” realtà del diario!

Infine i momenti di danza, corredati da musiche andine, rendono vivaci e contemporanei alcuni momenti dello spettacolo che solo quest’arte sublime può esplicitare con l’armonia dei suoi movimenti. Tutto ciò ci aiuta a capire come, il mito del CHE, abbia potuto superare indenne la crisi delle ideologie e riaffiorare più attuale che mai, diventando figura carismatica ed icona della contestazione anche per gli oppositori delle teorie marxiste.

Tempo fa lessi ai miei figli il “testamento di vita del CHE”. Spero di leggerlo un giorno anche ai miei nipoti. Non per prolungare la mia esistenza terrena, quella è destinata a volgere al termine, ma perché il mondo possa essere più buono. Il CHE avrebbe usato il termine “più giusto”. Nessuna opera, letteraria o meno, valgono più di una vita ben spesa: quella di Ernesto Guevara de La Serna!

Spero, un giorno d’incontrarlo, nella valle di Josafat, dove gli eroi vivono frammisti agli uomini.

Lo riconoscerò subito, per il suo asmatico sigaro e dal suo amore per la mia libertà!».

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