Vediamo di esaltare qualche contraddizione, raccontando una storia. Tranne qualche rigurgito ai tempi di Benedetto XVI, l’Affaire Galilei è stato digerito abbastanza bene dalla Chiesa di Roma. Ma come accade in questi casi, è sempre meglio parlarne il meno possibile. E quando bisogna farlo, meglio farlo per il proprio tornaconto. Il motto aureo, che anche la politica ha imparato bene, è: Quieta non movere e mota quietare.

Papa Wojtyla era conterraneo di Copernico. Ed è forse per questo che sapeva perfettamente che sdoganare la figura dell’eretico pisano equivaleva a scongelare anche quella dell’astronomo, figlio dell’Università di Cracovia, senza il quale Galilei non avrebbe mosso i primi passi verso le sue idee rivoluzionarie e, diciamo così, antibibliche. Radici e fronde fanno l’albero: le une senza le altre non sarebbero corpo vivo. In questo modo, stupenda concessione, il credo cattolico ha permesso che le teorie fisiche dei due si comprenetrassero e completassero senza soluzione di continuità. Concessione non da poco e, insieme, affermazione simbolica di potere. In aggiunta, se è vero che le colpe dei padri non devono ricadere sui figli, deve essere altrettanto vero il contrario. Se i figli continuano a essere contrassegnati da colpe, è più probabile che si discuta di quel legame. Se esso viene rimosso, tanto meglio. E così è stato. E poco ci mancava che in quell’opera di slancio non si collocasse in qualche chiesa di Roma accanto alle statue dei santi, della Vergine e del Risorto qualche statua di Galileo. Da qui, il cuore della mia contraddizione: una chiesa, una bellissima basilica in Roma. Si tratta di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, la chiesa che il presidente Saragat volle come luogo nel quale la politica e l’allora credo confessionale di Stato si dovevano incontrare per le cerimonie ufficiali. Ma erano gli anni Sessanta, la revisione del Concordato era un sogno e Galilei per la Chiesa era scomunicato.

È noto che cerimonie, riti, simboli, luoghi spirituali e di culto si stratificano non solo nella storia delle idee, ma anche nelle testimonianze architettoniche. Questa basilica le contiene tutte, non solo perché si è appropriata delle terme di Diocleziano, costruite – si dice – con grande impiego e conseguente mortalità di manodopera cristiana, ma perché essa custodisce il patto del 2002 del risarcimento a Galilei con la grande statua in bronzo che il premio Nobel per la fisica nel 1957, allievo di Enrico Fermi negli Stati Uniti, Tsung Dao Lee, disegnò personalmente per donarla alla Chiesa di Roma, quando era a capo del China Center of Advanced Science and Technology.

Titolo dell’opera: Galilei Divin Uomo. Ritorna la contraddizione: Galilei, Divino? In una chiesa? Dono di un’istituzione scientifica cinese alla Chiesa romana? E perché non ci ha pensato, che so, il rettore dell’Università di Padova o il sindaco di Pisa? I soliti italiani. Penso d’istinto: desidererei sperare almeno che tutto non vada nel senso che Antonino Zichichi ha dato al suo libro, ispirandosi chiaramente al titolo della statua, con lui stesso sponsor dell’iniziativa di contrabbando dei significati. Approfondisco. Invece è proprio così. Dalla prima all’ultima supposizione.

Non si tratta infatti di un Uomo divino, ma un Divin Uomo. “Divino” non va letto nella direzione della creatura, ma del creatore. Galilei non viene considerato un “creatore”, seppur di teorie fisiche, ma un ispirato; un vas, uno speculum dell’intelligenza del creatore; insomma,  un “uomo di Dio”. Solo così si può declinare quel termine, solo così quella statua può trovare posto nel cortile adiacente alla chiesa, nel quale il rimando simbolico del titolo alla scultura finisce per distorcere l’intero significato dell’operazione concettuale e scientifica di Galilei. E la cosa diviene ancora più disturbante se, oltre a recarsi sul posto, si ha la pazienza di leggere cosa venne detto nell’occasione ufficiale, tra saluti e accoglienze.

La supremazia del patto stipulato con Galilei defunto da parte della Chiesa di Roma, a questo punto, è ancora più chiara. Galilei ritorna simbolicamente alla Chiesa di Roma, con una scomunica e un’abiura il cui cartello è stato girato al contrario, ma non scollato del tutto. È ancora appeso al collo non come gogna, ma come testimonianza di un convertito sul quale, per caso, si commise una svista abbastanza importante, tale da meritare scuse circostanziate. Se c’è un dato che manca, nel caso della statua di Galilei a Santa Maria degli Angeli, è proprio lo stato di parità tra Galilei e la Chiesa di Roma. La cancellazione della scomunica non è dunque il riconoscimento di un errore compiuto nel territorio della libertà di pensiero scientifico, da parte ecclesiastica. Quanto, piuttosto, il segno tangibile della rivestizione della verità religiosa con altri panni. Una supremazia invisibile, una conoscenza tacita sembra permeare l’operazione. E ritorna prepotentemente in mente l’espressione associata all’operato politico della chiesa di Roma pronunciata da Vittorio Messori, a proposito della natura della teologia cattolica della storia: “La Chiesa, unita ai suoi nemici di ieri, combatte oggi i suoi alleati di domani”. Comprendo meglio, ma continuo a non giustificare la malafede dell’intera operazione. Anche se so che oggi, provando a tradurre, insieme all’ex nemico di ieri, Galilei, si sta provando a combattere qualcuno che domani potrebbe tuttavia risultare un alleato nel richiamo allo svolgersi naturale dell’evoluzione umana, su temi di bioetica e di intelligenza artificiale, sempre utilizzando il metodo della statua di Galilei. Provo a scomettere su Darwin e sulla semplicità, non matematica, delle sue teorie selettive, oggi ugualmente avversate da larga parte dei creazionisti, anche non cattolici, e da alcuni settori della scienza eterodossa. Ma domani, chi può saperlo. I fronti si potrebbero unire e Darwin e i creazionisti potrebbero sedere alla stessa mensa.

Torno a Galilei per aiutarlo a difendersi, dal momento che la sua riduzione al silenzio è ormai nelle mani della nuda terra: egli non mirò mai, e sottolineo l’avverbio, a “conciliare” scienza e fede, come invece si dice, mentendo, a chiare lettere in quella basilica. Su questo terreno egli spese l’intera esistenza. Significati, principi, linguaggi di riferimento di scienza e fede rimasero per lui, e lo sono ancora per noi, inconciliabili. Se non si comprende tutto ciò, Galilei non sarebbe uno scienziato, ma un buon parroco di campagna con l’hobby notturno dell’astronomia. È come se si credesse che un cardinale possa aderire nello stesso tempo ai precetti di Dio e a quelli di Mammona. Mi si dirà, sempre sciogliendo contraddizioni, che se è vera quest’ultima affermazione, perché non ci si potrebbe soffermare a rendere vera anche la precedente? Rispondo: infatti. Vera sembrerebbe essere la seconda, e con la prima si è provato a farlo.

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