il linguaggioLa stampa, la televisione e i social network sono diventati negli ultimi anni dei tribunali speciali in cui si condannano alla gogna mediatica avversari politici, giornalisti o semplici utenti dell’italiano, scritto e orale, colpevoli di lesa maestà della patria lingua. Ne fanno fede plotoni di linguisti improvvisati sui social, uno spazio più che adeguato sulla carta stampata e una pubblicistica, scientifica e/o divulgativa, in cui tengono banco (neo)puristi di ogni categoria. Dagli strali di questi censori non si salva nessuno. Nemmeno il presidente della repubblica e il papa. Va da sé che, per assolvere a questo compito di giudice supremo, ognuno si considera il legittimo custode della purezza della lingua. Di questo e, come vedremo, di molto altro si occupa Salvatore Claudio Sgroi, ordinario di Linguistica generale all’Università di Catania, nel suo ultimo libro, Il linguaggio di Papa Francesco. Analisi, creatività e norme grammaticali (Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2016. Pagine 414. Euro 18,00), pubblicato dalla casa editrice ufficiale del Vaticano, come a dire col «superiore avallo».

Il libro è una raccolta di un centinaio articoli, apparsi su giornali e riviste dal 2000 al 2015; in particolare gli articoli sulla lingua del papa, che danno il titolo al volume, sono stati in gran parte pubblicati proprio su Sicilia Journal, come anche parecchi degli altri. Come dichiara in premessa l’autore, si tratta di articoli destinati a un pubblico di lettori non specialisti, ma, aggiungiamo noi, colti e curiosi dei fatti linguistici. Gli articoli sono distribuiti in due moduli, (A) «La lingua di Papa Francesco» e (B) «La lingua degli italiani»; quest’ultima ha un’articolazione interna molto ricca, in dieci capitoli, dedicati alla lingua delle istituzioni, dei politici, dei letterati, dei presentatori; alle parole dell’italiano; ai vocabolari; alla grammatica (la teoria) e alle grammatiche (i libri di grammatica); ai problemi grammaticali; ai dialetti; ai prestiti o «doni» dall’inglese; alla linguistica degli italiani; ai problemi della cultura (alfabetizzazione, scuola ecc.).

Il libro è aperto da nove articoli dedicati al linguaggio del papa, definito dall’autore, con felice neologismo, Sommo Locutore, in quanto, pur non essendo un parlante nativo dell’italiano, per il ruolo e il prestigio personale, costituisce un modello linguistico da imitare. E infatti alcuni presunti «errori grammaticali», usciti dalla bocca del Pontefice e segnalati dalla stampa e/o dalla rete (per esempio: spuzzano, si pentiscano, misericordiando ecc), danno modo all’autore non solo di dimostrare, al contrario, la liceità delle forme censurate, ma di fare scoprire al lettore che alla base della lingua del Papa, argentino, e di quella di un parlante italofono agiscono le stesse regole della grammatica inconscia, condivise da entrambi. Qui tocchiamo un aspetto teorico che sta particolarmente a cuore all’autore, quello di norma linguistica e di errore, che costituiscono, assieme al concetto di grammatica, il filo conduttore della raccolta. Nella prospettiva coseriana, accettata da Sgroi, la norma non è «quella stabilita od imposta secondo criteri di correttezza e di valutazione soggettiva di quel che viene espresso», ma quella «che seguiamo necessariamente se vogliamo essere membri di una comunità linguistica» (Coseriu 1971). Da questo punto di vista l’errore si configura come l’uso o gli usi che non permettono la comunicazione, che impediscono la comprensione di un testo o che rispecchiano varietà substandard, proprie delle «classi socialmente e culturalmente distanti». In sostanza, ci dice Sgroi, prima di emettere una sentenza di condanna nei confronti di un uso che ci sembra «errato», cerchiamo di capire da dove proviene quell’uso, da quali regole inconsce esso è stato generato. Quando qualcuno ha gridato allo scandalo perché il Presidente della Repubblica si è rivolto agli italiani chiamandoli concittadini e non connazionali, come avrebbe preferito il censore, Sgroi ha commentato che «[u]na reazione del genere è invero indizio preoccupante di una concezione del linguaggio paleolitica, deprimente per il retroterra culturale che lascia intravedere». Ovviamente, dice l’autore, il Capo dello Stato non ha sbagliato, in quanto «concittadino» significa anche «abitante dello stesso Stato».

Anche il concetto di «grammatica» percorre tutto il libro. L’autore molto opportunamente distingue tra a) una grammatica della lingua, che è di tutta la comunità e che nessun parlante conosce nella sua totalità; b) una grammatica del parlante, inconscia, e c) una grammatica teorica, quella dei libri di grammatica, distinta, a sua volta, in grammatica prescrittiva e grammatica descrittiva. L’autore, da linguista «laico», si iscrive alla seconda categoria: il grammatico non deve essere giudice ma notaio; con gli strumenti della linguistica teorica egli deve descrivere gli infiniti usi della lingua non emettere condanne inappellabili.

In ogni argomento trattato l’autore guida con mano il lettore, gli dice di non accontentarsi delle risposte banali, gli fornisce indicazioni sulle fonti e lo invita a collaborare e, infine, gli propone di continuare autonomamente la ricerca. L’opera, dalla gradevolissima lettura, si può leggere tutta d’un fiato o cercando nell’indice generale gli argomenti che più interessano, o ancora compulsando l’utilissimo «Indice dei nomi propri, degli esempi e delle parole notevoli» che chiude il libro.

In conclusione, quest’ultima fatica di Sgroi è un libro salutare di linguistica «laica» e militante, rivolto a un pubblico colto e curioso che speriamo numeroso. Ma è un libro che dovrebbero leggere soprattutto gli insegnanti nelle scuole, alle prese con i problemi vecchi e nuovi che l’apprendimento e l’uso della lingua comportano. (Ci) auspichiamo, infine, che a questa raccolta che appare vent’anni dopo il fortunato Bada come parli (SEI 1995) dello stesso autore, ne segua un’altra non troppo distanziata nel tempo.

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A proposito dell'autore

Alfio Lanaia

Alfio Lanaia (alfio.lanaia@libero.it), classe 1960, laureato in lettere, ha conseguito il dottorato di ricerca in Filologia moderna, tutor il prof. Salvatore C. Trovato. Nel 2014 è stato dichiarato idoneo all'abilitazione nazionale, come professore associato in Linguistica e filologia italiana. È docente di Lingue e letterature classiche al Liceo classico europeo annesso al Convitto Nazionale “M. Cutelli” di Catania, dove ha occupato fino al 2009 la carica di vicepreside. Dal 2003 al 2010, come professore a contratto, ha assunto prima l’insegnamento di Glottologia (a.a. 2002-2003) e poi di Etnolinguistica al Corso di laurea in Scienze dei Beni culturali, sede di Siracusa. Sempre come professore a contratto, ha insegnato Linguistica e comunicazione al Dipartimento di Scienze umanistiche dell'Università di Catania, nell'A.A. 2014-2015

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