Daniele Lo Porto

ROMA – Sono quattrocento, non tutti giovani e forti, alcuni disinvolti, altri imbarazzati. Scarpe da ginnastica sotto il vestito blu, borse a tracolla, sulla fascia tricolore, capigliature  fresche di parrucchiere, altre sudate d’emozione. Giacce bianche e ombrelli al gomito, fuori stagione. Baschi e gradi abbinati agli abiti civili, tailleur da grandi occasioni. Telefonini in mano per riprendersi e riprendere una festa vista sempre da lontano, tramite il televisore, quando non immaginavano che sarebbe stati loro, un giorno, i protagonisti, tra i primi a sfilare.

Sono i sindaci, i rappresentanti di quell’Italia dei campanili che subisce lo tsunami della globalizzazione e dello stravolgimento etnico-culturale. I sindaci, prima linea della pubblica amministrazione, eroici combattenti nella trincea dei problemi: disoccupazione, povertà, allarme sociale, abusivismo di ogni genere. Hanno pagato e pagano un tributo importante, anche di sangue. In Sicilia abbiamo testimonianze e ricordi ancora dolorosi.

FOTO SINDACI DUEOggi sono stati tra i primi a sfilare a Roma, in modo un po’ disordinato, e anche se erano “ingessati” dalla fascia tricolore, dalla presenza delle autorità, dal presidente della Repubblica in giù, non tutti hanno saputo trattenere la tentazione di una mano da sventolare o di un atteggiamento goliardico. Hanno ottenuto i primi applausi in una giornata che dovrebbe essere di orgoglio nazionale, di ricordo del sacrificio di chi spinse l’Italia oltre la palude di una guerra, anche civile.

A guidare la carica lenta dei sindaci il catanese Enzo Bianco, il loro presidente, tra pochi giorni anche presidente della Città metropolitana di Catania. Al suo fianco, a destra, non a caso, il palermitano Leoluca Orlando: ancora stanco per i ritmi imposti dai Bersaglieri che si sono radunati nella sua città. Avanti adagio, è meglio.

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