Daniele Lo Porto e Katya Maugeri

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PALERMO – È il 1979 quando un giovane cronista arriva a Palermo e da quel momento non hai mai smesso di raccontare le atroci vicende legate a Cosa nostra. Attilio Bolzoni, corrispondente de La Repubblica, ha seguito in prima persona gli orrori dei primi anni Ottanta, dagli omicidi quotidiani, le rivelazioni di Tommaso Buscetta, il maxiprocesso, le stragi di Giovanni Falcone e Palo Borsellino.

Nei giorni scorsi ha moderato l’incontro avvenuto al Teatro Biondo di Palermo, “NOma – luoghi e storie NOmafia”, al quale erano presenti numerosi familiari delle vittime di Cosa nostra.

Lei racconta storie di mafia da oltre trent’anni: com’è cambiato il modo di raccontarla in relazione a come si manifesta diversamente la mafia oggi?

«Il modo di raccontare la mafia è cambiato perché la mafia è diversa, trent’anni fa non sapevo niente adesso piccole cose e quindi ho il dovere di raccontarla meglio. Oggi il giornalista ha il dovere di informare i lettori in maniera seria, la mafia cambia sempre pelle, cambia vestito e molto spesso non ce ne accorgiamo».

Ed è difficile da individuare il mafioso rispetto al passato?

«Spesso l’antimafia, nelle sue componenti, non ha più la capacità di riconoscere il proprio nemico ed è questo il vero tema della difficoltà e del disagio che viviamo in questo momento».

Antimafia che a volte fa involontariamente da spalla alla mafia…

«No, secondo me no. C’è una mafia mascherata da antimafia e non bisogna confonderla, perché ha capito che l’antimafia è un valore, un capitale sul quale può giocare e non dobbiamo intenderla come un sistema di potere che il nome dell’antimafia occupa spazio di potere e nella società.  E poi soprattutto c’è un’antimafia degenerata che ha smarrito il suo spirito originario. Girano troppi soldi nell’antimafia, troppi avventurieri, e troppi mercenari».

Possiamo affermare che la mafia imprenditrice, oggi, è la mafia vincente?

«In Sicilia, secondo me, la mafia imprenditrice ha assunto volti particolari. Sono convinto che questa organizzazione criminale cambia sempre, pur rimanendo se stessa. Oggi un problema serio in Sicilia sono certi imprenditori».

 A chi si riferisce?

«Un pezzo di Confindustria in Sicilia per dieci anni è stata la rappresentazione di un grande inganno – mi riferisco ad Antonello Montante  e Ivan Lo Bello –  perché si sono presentati come grandi imprenditori della nuova antimafia e hanno occupato ogni posto pubblico che potevano occupare: uno è indagato per concorso esterno l’altro per associazione a delinquere e sono il simbolo del grande bluff di un cambiamento che non c’è mai stato».

Ritiene che il “partito” Confindustria è stato uno dei più potenti in Sicilia negli ultimi sette/otto anni proprio per la rappresentatività che ha avuto negli organi di potere politico?

«Noi abbiamo sempre parlato di Cuffaro come il male assoluto, ma con molta dignità ha scontato la sua pena. Gli apparati burocratici, i suoi uomini erano gli stessi dell’ex governatore Raffaele Lombardo che è stato condannato in primo grado a quasi nove anni di carcere per concorso esterno e l’attuale presidente della Regione è un altro malato di antimafia che ha ereditato potere, voti e apparati e sostiene di essere antimafia e parlo di Rosario Crocetta».

Il ruolo degli intellettuali, oggi, di fronte il fenomeno mafioso qual è?

«Gli intellettuali stanno sempre zitti, parlano sempre dopo. Sentiamo delle forti mancanze in Italia: Leonardo Sciascia, Pier Paolo Pasolini, ad esempio.
Gli intellettuali si voltano dall’altra parte e in Sicilia, fanno finta di non vedere. Siamo di fronte a una vera e propria pigrizia investigativa, giudiziaria: l’Intelligence, che serve a scoprire prima quali sono i pericoli per la democrazia, gli spioni italiani erano insieme a quei personaggi che si sono spacciati per antimafia e invece si scopre che hanno avuto, secondo alcune indagini ancora in corso, rapporti con la mafia dal 1990 ad oggi».

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