Daniele Lo Porto

ROMA- Sessanta anni, oltre quaranta di politica alle spalle, senza dimenticare la professione di medico. Antonio Scavone, catanese, è senatore, aderente al Gruppo AL-A, componente della Commissione Sanità e di quella di controllo sul servizio radiotelevisivo. Con lui abbiamo affrontato alcuni temi dell’agenda politica nazionale e regionale.

La leadership di Renzi sembra offuscarsi: l’opposizione interna è sempre forte e attiva e i recenti risultati elettorali mostrano un consenso decrescente. L’esito del referendum, in caso negativo, potrebbe sconvolgere gli equilibri politici nazionali?

“Il referendum costituzionale riveste un’importanza fondamentale per il nostro Paese e non deve trasformarsi in un voto personale sul presidente del Consiglio. Mi auguro che le forze politiche ed i comitati referendari, da oggi in poi, si concentrino sui veri temi della riforma e non sulle accuse di pretestuose personalizzazioni di Renzi che mirano soltanto ad indebolirne la figura, di capo del governo e di leader di un Pd in aspro dibattito tra le correnti. Si dovrà far capire al popolo italiano la necessità di un voto consapevole e scevro da posizioni strumentali. Poteva farsi di più e meglio. Ma molte volte il meglio è nemico del bene. Intanto, arrivare ad una modifica della Costituzione è un fatto di straordinaria modernità. Si snellisce l’apparato decisionale di questo Paese grazie al superamento del bicameralismo perfetto. Si riducono significativamente i costi della politica parlamentare. Non solo, ci sono molti altri aspetti da tenere in considerazione. Per esempio, una maggiore centralizzazione della gestione della sanità che migliorerà sicuramente i servizi rendendoli omogenei nelle diverse Regioni. In ogni caso, penso che l’esito del referendum non dovrebbe influire sul governo Renzi , o meglio potrebbe essere l’occasione per rafforzarlo, coinvolgendo tutti coloro che avranno dimostrato una concreta e vincente proiezione riformista”.
Senatore Scavone, qual è il peggior nemico del Pd: il Movimento 5 stelle, che però ancora non è riuscito a traghettare dalla sponda della protesta a quella della proposta e del governo o gli stessi alleati che cominciano a riposizionarsi?
Innanzitutto il Pd stesso. La minoranza interna scalpita , incerta su molti provvedimenti, mi sembra troppo concentrata a recuperare un ruolo interno significativo. Obiettivo al quale tutto il resto mi sembra subordinato. Si assiste, infatti, a uno scontro senza precedenti tra due visioni molto diverse sull’evoluzione di un grande partito come è il Pd. Il Movimento 5 Stelle, invece, è una forza di opposizione, un antagonista politico del Pd, come la Lega Nord o Forza Italia. Come tale, dunque, non può creare problemi che esulino dalla dialettica e dallo scontro politico, due elementi alla base di un qualsiasi sistema democratico. Avendo adesso conquistato la guida di alcune grandi città italiane avremo la possibilità di vedere la loro evoluzione attraverso una responsabilità di governo. Gli alleati, infine, hanno un ruolo differente e preciso che, in questa Legislatura, significa traghettare in porto quelle riforme di cui il Paese ha estrema necessità. Mettere a rischio la maggioranza in Parlamento, in questo momento, significa mettere a rischio la tenuta ed il futuro sviluppo dell’Italia.
 In Sicilia il centrodestra ha retto nelle recenti comunali, riuscendo addirittura a realizzare qualche colpo a sorpresa. Schifani del Ncd ha anticipato che a settembre lascerà il partito di Alfano per rientrare nel centrodestra: è la premessa per una autocandidatura dell’ex presidente del Senato alla presidenza della Regione?
“Credo che la Sicilia meriti personaggi importanti e autorevoli che possano assumere con dignità e concretezza la guida della Regione. Schifani è certamente tra questi, non so però se è nei suoi programmi candidarsi come Governatore. Il centrodestra, se solo lo vorrà, potrà certamente candidarsi significativamente e con successo alla Presidenza della Regione. Per raggiungere questo obiettivo bisogna innanzitutto riaggregare il popolo moderato di Sicilia su una base programmatica rigorosa, seria e comprensibile alla gente. Un programma che miri al recupero delle disastrose condizioni in cui Crocetta lascia una Sicilia agonizzante. Una riprogrammazione dell’assetto burocratico amministrativo che valorizzi le competenze invece che le appartenenze. Un piano straordinario di sviluppo del territorio che metta al centro i giovani e le donne, puntando sulle nuove tecnologie, un moderno e tutelato sviluppo di agricoltura e turismo. Un serio recupero infrastrutturale. Un alleggerimento delle pressioni fiscali per privilegiare le iniziative nuove e di successo. Ma la situazione della nostra Regione è di tale gravità che bisognerebbe saper andare anche oltre. Arrivando ad osare un confronto tra le forze responsabili. Una proposta eccezionale e condivisa di un percorso di governo che insieme individui programma, presidente ed un nucleo di uomini adeguati che lo affianchino in un patto che impegni tutti al sostegno per l’intera Legislatura. Una proposta di straordinaria generosità che veda i partiti di governo impegnati a misurarsi oltre i propri colori. Solo così potrà essere contrastato il voto di protesta o di speranza verso forze la cui novità e capacità deve essere del tutto dimostrata. La Sicilia non può aspettare.
 
 Il suo gruppo ha manifestato proprio di recente forti critiche all’operato di Crocetta, facendo intendere che il posizionamento sarà a destra: quali sono per lei i nomi credibili per la presidenza della Regione?
Il lavoro di Crocetta come presidente della Regione Siciliana è fallimentare sotto ogni punto di vista: economico, come certificato dai recenti dati della Corte dei Conti; ambientale, con l’appoggio scriteriato alle trivellazioni e l’incapacità di gestire l’emergenza rifiuti; sociale, visti i dati sull’occupazione delle donne e dei giovani e con la sanità che arretra inesorabilmente con una riorganizzazione ospedale-territorio assolutamente inefficiente e la necessità di un piano di assunzioni, ad oggi ancora fermo, che sia adeguato nei numeri e nelle specificità. Andava fatta un’operazione, sfruttando il raccordo politico con il governo nazionale, per rilanciare il Sud attraverso una cabina di regia che portasse a un piano organico preciso prevedendo, come da noi proposto più volte, la defiscalizzazione, la ripresa del progetto del Ponte sullo Stretto di Messina, il rilancio occupazionale, aiuti per i pescatori e gli agricoltori, in ginocchio per tutti gli accordi fatti dalla Ue con i paesi del Nord Africa. Ma non è stato fatto nulla di tutto questo, anzi si è riusciti anche a mortificare lo Statuto regalando allo Stato fondi che spettavano di diritto alla Regione. Serve quindi un cambio di passo, che sia un cambio netto. Volendo fare dei nomi Alfano e Faraone potrebbero essere i corifei di uno straordinario progetto innovativo di sintesi delle forze che responsabilmente hanno il dovere di dare una risposta di governo, anche innovativa. Anche un Musumeci super partes , come ha dimostrato di essere da presidente dell’Antimafia regionale, potrebbe costituire una figura aggregante e vincente. Pensando alla società civile e alle prerogative statutarie , il professor Armao, protagonista indiscusso di un’anima autonomista ancora molto sentita. Ed altri ancora. Ma il progetto da proporre ai siciliani ha la precedenza su tutto. Gli uomini a cui affidarlo ne saranno la conseguenza.

 

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