PALERMO – Scala malsicura e senza dispositivi antiscivolo; nessuna formazione adeguata per mansioni così pericolose; totale inosservanza della norma antinfortunistica; nessun controllo. Sono pesanti le lacune sul piano della sicurezza sul lavoro che il 6 ottobre 2015 hanno causato il decesso di Raffaele Intravartolo, l’ennesima morte bianca di un’interminabile sequela, e che hanno spinto il Pubblico Ministero della Procura di Termini Imerese, dott. Giovanni Antoci, che segue il procedimento penale per omicidio colposo, a chiedere il rinvio a giudizio dell’imputato Andrea Pantina, in qualità di titolare dell’omonima impresa nella quale l’operaio era impiegato: il Giudice per le indagini Preliminari, dott.ssa Stefania Gallì, ha fissato al 3 ottobre 2016, alle 9.30, presso il nuovo palazzo di Giustizia di piazza Di Biasi, l’udienza preliminare in relazione alla richiesta del Pm. I congiunti della vittima, che attraverso il consulente personale Diego Tiso si sono rivolti e affidati a Studio 3A, la società specializzata a livello nazionale nella valutazione delle responsabilità civili e penali, a tutela dei diritti dei cittadini, ora si aspettano giustizia.

L’evitabile tragedia si è consumata a Polizzi Generosa, nel palermitano. Intravartolo, 49 anni, residente nel posto, era intento a porre in opera delle tubazioni di gas metano sul prospetto di un’abitazione, in via Vinciguerra, a circa otto metri di altezza, per conto della ditta Pantina Andrea, un’impresa individuale, sempre di Polizzi Generosa, che installa impianti idraulici, di riscaldamento e di condizionamento in edifici e opere in costruzione. Poco prima di staccare per la pausa pranzo, alle 12.15 il dramma: l‘operaio è improvvisamente precipitato dalla scala appoggiata sul pianerottolo, schiantandosi al suolo. Un volo terribile che non gli ha lasciato scampo: inutile l’intervento del personale medico, sopraggiunto anche con l’elisoccorso.

Fin da subito ai nostri esperti è apparso chiaro che alla base del tragico incidente vi fossero gravi carenze sul fronte della sicurezza e il mancato rispetto delle regole minime: circostanze che ora vengono confermate in tutta la loro evidenza dall’autorità giudiziaria” spiega il dott. Ermes Trovò, presidente di Studio 3A, che assiste i familiari di Intravartolo sia in sede civile sia in quella penale per il tramite del proprio servizio legale.

A conclusione delle indagini preliminari, affidate alla locale stazione dei Carabinieri di Polizzi Generosa, infatti, il Pm Giovanni Antoci ha emanato il decreto che dispone il giudizio per il titolare dell’omonima ditta, il 42enne Andrea Pantina, anche lui di Polizzi Generosa, che dovrà rispondere di imputazioni particolarmente pesanti per numerose violazioni del Decreto Legislativo 81/2008, il testo unico in materia di sicurezza sul lavoro.

Più precisamente, del reato di cui agli artt. 18 comma 1 lett. f) e 55 comma 5 lett. e) del D.Lvo 81/2008 “perché, quale datore di lavoro di Intravartolo Raffaele (…), non richiedeva l’osservanza delle norme vigenti, nonché delle disposizioni aziendali in materia di sicurezza e di igiene del lavoro e di uso dei mezzi di protezione collettivi e dei dispositivi di protezione individuali messi a sua disposizione.

Ancora, del reato di cui agli art. 71 comma 4 lett. a) n. 2) e 87 comma 2 lett. e) “perché (…) non adottava le misure necessarie affinché le attrezzature di lavoro fossero oggetto di idonea manutenzione al fine di garantire, nel tempo, la permanenza dei requisiti di sicurezza. Nella specie, la scala fornita al lavoratore era sprovvista dei dispositivi antiscivolo ai piedi dei montanti e presentava la barra metallica tra i due montanti dissaldata”.

Inoltre, del reato di cui all’art. 77 comma 4 lett. h) e 87 comma 3 lett. e) “perché (…) non assicurava una formazione adeguata e non organizzava uno specifico addestramento circa l’uso corretto e l’utilizzo pratico dei dispositivi di protezione individuale”.

Infine, del reato di cui all’art. 589 commi 1,2, del Codice Panale, “perché – per colpa consistita in negligenza, imprudenza, imperizia e netta inosservanza della norma antinfortunistica (…), nonché nella mancata adozione, in violazione dell’art. 2087 c.c., delle misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica del lavoratore e, comunque, assegnandogli con estrema leggerezza un’attività oggettivamente pericolosa, trascurando di assicurarsi che le condizioni di lavoro fossero adeguate ed idonee a prevenire rischi di infortunio e tralasciando ogni tipo di controllo durante l’attività lavorativa e, in ogni caso, non attivandosi per organizzare le attività lavorative nel rispetto della normativa antinfortunistica sopraccitata e in condizioni di sicurezza dell’incolumità fisica del lavoratore, omettendo ogni necessario controllo e non impedendo che esso svolgesse dette mansioni nelle descritte condizioni di lavoro – cagionava la morte del suddetto lavoratore, il quale cadeva al suolo perdendo la vita. Con l’aggravante di avere commesso il fatto con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro”. Conclusioni che suonano già come una sentenza di condanna.

Purtroppo, assistiamo al solito copione – commenta il dott. TrovòImprese per le quali le più banali norme di sicurezza sono un optional, che non investono in formazione, che per risparmiare anche la virgola non manutentano l’attrezzatura, che mandano allo sbaraglio i propri addetti. E poi capita la tragedia annunciata”.

Un discorso che vale a maggior ragione per la Sicilia, che nel primo semestre del 2015 risultava la prima regione del Sud per numero di morti sul lavoro, 33, e per Palermo in particolare, la provincia siciliana che, sempre nei primi sei mesi del 2015, ha fatto registrare il maggior numero di decessi, 10, più due avvenuti in itinere: peggio hanno fatto solo Roma e Milano.

Non è più tollerabile, nel terzo millennio, che in Italia ogni anno continuino a morire sul lavoro oltre mille persone, quasi tre al giorno, che la vita dei lavoratori venga messa in secondo piano rispetto alle logiche del profitto – conclude Ermes Trovò Studio 3A si batterà con ogni mezzo per rendere giustizia a quest’operaio e alla sua famiglia e per dare il proprio contributo per invertire questa tendenza. Chissà che a suon di condanne e di ingenti risarcimenti, le aziende si convincano che rispettare le normative sulla sicurezza conviene sempre e comunque, non solo per la vita dei propri collaboratori ma anche per i propri bilanci”.

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