Daniele Lo Porto

ROMA – Nei giorni scorsi il Senato ha rinunciato alla promozione dell’etichettature dell’agricoltura Made in Italy. Una decisione  che penalizza l’intero comparto e soprattutto la Sicilia, una delle regioni con maggiore vocazione, tradizione e varietà  di prodotti di qualità. Siamo tornati sull’argomento con il senatore Giuseppe Ruvolo, (ALA), componente della Commissione agricoltura.

E’ quantificabile per gli agricoltori siciliani il danno materiale e d’immagine che deriva dalla mancata etichettatura dei prodotti di qualità?

“Parliamo di un danno enorme. Sebbene le perdite economiche complessive non siano quantificabili, le possiamo immaginare citando alcuni dati diffusi dalle organizzazioni agricole. La Coldiretti ha denunciato che la falsificazione e la contraffazione dei prodotti alimentari italiani farebbe perdere al nostro Paese circa 60 miliardi di euro di fatturato. Non proprio poco. E ovviamente, la mancata origine in etichetta è una lacuna che, purtroppo, favorisce la contraffazione. Basti pensare che nel 2014 la produzione dei falsi del Parmigiano e del Grana Padano ha sorpassato quella degli originali. E i consumatori non sono affatto soddisfatti. Per il latte, per esempio, la metà di loro sarebbe disposta a pagare il vero Made in Italy alimentare fino al 20% in più rispetto a prodotti di origine diversa. Inoltre, si deve considerare che ci sono prodotti veramente unici in Italia, il già citato Parmigiano Reggiano, il prosciutto di Parma, il pomodoro pachino e tanti altri ancora… sono davvero queste le nostre eccellenze, le nostre unicità. E l’unico modo per salvaguardarle, e salvaguardare anche i consumatori, è mettere l’origine in etichetta. D’altronde, dopo tutti gli accordi dell’Unione Europea con i paesi del Nord Africa sono arrivati nel nostro Paese prodotti a bassissimo costo che però non rispondono agli stessi standard nostrani, per esempio, in termini sanitari. Si tratta di produzioni che riescono a mantenere basse le spese anche usando manodopera a prezzi stracciati. Sono queste politiche europee che purtroppo hanno messo in ginocchio l’agricoltura italiana, quella siciliana in primis, arance in testa, che non riesce a reggere la concorrenza. E’ giusto che la qualità costi di più ed è giusto che chi compra la possa scegliere consapevolmente.

E’ possibile rimediare a questa “distrazione” con provvedimenti adottati dalla Regione Siciliana?

“No, non è possibile perché la materia è di competenza esclusiva dell’Unione europea. L’unico modo per contrastare le politiche comunitarie è che il governo nazionale si faccia sentire nelle sedi europee, anche alzando la voce, se necessario”.

La rappresentanza parlamentare, e in particolare la maggioranza, le sembra troppo accomodante nei confronti delle sollecitazioni dell’Unione Europea?

Purtroppo sì. Ho l’impressione che non ci si renda proprio conto dei danni enormi che causa l’accettazione di determinate politiche europee. Va bene l’appartenenza all’Europa, ma deve essere un obbligo su cui non transigere quello di lottare per difendere le nostri produzioni. Questo perché difendere i nostri prodotti significa tutelare gli agricoltori, garantire posti di lavoro e quindi assicurare benessere a tantissime famiglie e, non ultimo, assicurare ai cittadini italiani una scelta consapevole ogni volta che fanno la spesa”.

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