Solo pochi mesi fa sono stati ricordati i quaranta anni dal terremoto del Friuli, uno fra i più violenti e devastanti terremoti della seconda metà del Novecento in Italia. Questo sisma di magnitudo 6.4 accadde nella serata del 6 maggio del 1976 e colpì un’area di circa 5.000 kmq; furono 17.000 le case distrutte, 965 le vittime, oltre 3.000 i feriti e circa 200.000 senzatetto. Ma ben più grave fu il terremoto dell’Irpinia di magnitudo 6.8 (nono-decimo grado della scala Mercalli), avvenuto appena quattro anni dopo la sera del 23 novembre 1980. Il sisma che colpì l’Irpinia e la Basilicata fece registrare un bilancio di oltre 2500 morti, 8 mila feriti e circa 300.000 senzatetto.

Purtroppo, ancora oggi mercoledi 24 agosto 2016 si deve assistere a un altro disastroso terremoto di magnitudo 6.2, nel centro Italia, paragonabile per intensità a quello dell’Aquila del 2009: il bilancio al momento (ore 16:00 notizie ANSA) è di  73 morti secondo la Protezione Civile nei paesi più colpiti di Accumuli e Amatrice, in provincia di Rieti, e nelle Marche a Pescara del Tronto (Ascoli Piceno). Vengono però segnalate molte persone sotto le macerie e il bilancio delle vittime è destinato a salire.

L’Italia è uno dei pochi paesi al mondo in cui il rischio sismico si sovrappone a quello vulcanico e idrogeologico, ma anche a quello industriale.  Per densità di popolazione e ridotta estensione areale c’è solo il Giappone che ci supera, ma ci batte anche in materia di prevenzione.

Nel nostro paese le azioni di riduzione del rischio sismico hanno sempre seguito i forti terremoti, ma anche a seguito dei più recenti e tragici terremoti di San Giuliano di Puglia in Molise del 2002, dell’Aquila del 2009 e dell’Emilia del 2012, ancora oggi non si vuole comprendere come l’unica via da seguire sia quella della prevenzione e di intervenire rapidamente. Viceversa, malgrado l’Italia sia colpita mediamente da un terremoto violento ogni 5-10 anni, noi continuiamo ad andare avanti a piccoli passi. Ma il rischio sismico è lì visibile, concreto ed è legato alla notevole vulnerabilità del nostro patrimonio edilizio. Vuoi per la presenza di un gran numero di edifici storici e monumentali, vuoi per il degrado di interi ed estesi quartieri in aree metropolitane. Se poi consideriamo che l’edilizia abusiva e illegale, da decenni è imperversata devastando il nostro territorio soprattutto nelle aree a maggiore pericolosità sismica, allora il quadro sarà quasi completo. Già, perché l’ultimo capitolo di questo libro degli errori comprende la non perfetta conoscenza della pericolosità sismica del territorio, l’inadeguatezza delle norme e della loro applicazione.

Forse non tutti sono a conoscenza che solo dopo il terremoto di San Giuliano iniziò un percorso (OPCM 3274 del 2003) che portò alla pubblicazione della nuova mappa della pericolosità italiana (OPCM 3519 del 2006) e all’emanazione delle Nuove Norme Tecniche delle Costruzioni (NTC08, G.U. n. 29 del 04/02/2008). Norme che furono rese obbligatorie solo nel 2010, dopo il terremoto dell’Aquila, consentendo di uscire dalle acque stagnanti della politica e della burocrazia a difesa dei cittadini. A partire dal 2009 è stata avviata l’erogazione di alcuni fondi per le verifiche e l’adeguamento dell’edilizia pubblica e privata, quasi un miliardo di euro da spendere nei successivi 7 anni. Fondi che non coprono le effettive esigenze, visto che occorrerebbero almeno 100 miliardi. Ricordiamoci che noi cittadini versiamo allo Stato tra i 4 e i 5 miliardi per i terremoti passati.

Purtroppo oggi non si può che testimoniare come, dopo 13 anni dall’emanazione dell’OPCM 3274, ancor oggi, nel 2016, circa il 70% dell’edificato in Italia non è in grado di resistere ai terremoti comprese scuole, ospedali e molti altri edifici strategici. I danni derivanti da catastrofi naturali, come terremoti e alluvioni, sono in continua crescita nel territorio italiano e i costi della ricostruzione sono stimati in circa 3-4 miliardi di euro all’anno. Sono risorse che il Paese potrebbe investire con molta più efficacia in opere di prevenzione piuttosto che in interventi di emergenza e in misure compensative dei danni subiti, senza considerare l’incalcolabile valore delle vite umane perse in molti disastri.

Come già ho già detto e ampiamente scritto in numerose occasioni, analogamente a altri miei colleghi, la prevenzione non piace. Non piace ai cittadini, perchè impone sacrificio e impegno, perché siamo fatalisti e speriamo sempre che non ci capiti la disgrazia (almeno non ora e non qui). Non piace ai politici perché impegnativa dal punto di vista mentale e finanziario e non gli da la giusta visibilità nell’arco del loro mandato. Inoltre se avviene un terremoto si possono sempre scaricare le colpe su altro e su altri: le amministrazioni precedenti, le scarse risorse. Fortunatamente, ma non per noi, in altri paesi, come negli Stati Uniti, in Giappone, in Cile, esistono politici e amministratori lungimiranti e determinati che operano diversamente. Pur anche in Turchia, dove da alcuni anni si sta lavorando seriamente per ridurre il rischio sismico.

Per quanto riguarda la Sicilia, ormai è ampiamente noto come la Sicilia orientale in Italia può essere considerata come la California per gli Stati Uniti. Anche da noi ci si aspetta prima o poi il Big One, ovvero il grande terremoto come è già accaduto nei secoli scorsi (es. 1169, 1693, 1818, 1908). Con ciò non si vuole fare allarmismo o catastrofismo, ma il terremoto non si evita con la burocrazia, con l’indifferenza o il fatalismo, l’unica via da seguire è la prevenzione. Se ne parla da decenni e dovrebbero averlo capito ormai tutti, anche i sassi, che questa è l’unica via per mitigare i rischi. Ma purtroppo nel nostro Paese non c’è questa cultura. Passata la commozione del momento per aver sentito di un terremoto catastrofico avvenuto in un altro paese o per aver vissuto anche indirettamente un terremoto nel territorio italiano, si scorderanno tutti di quanto successo fino al successivo evento disastroso. Quando si perde la memoria di eventi distruttivi del passato, come i terremoti, si perde anche la percezione del rischio a cui si è esposti e i più recenti casi dell’Aquila e dell’Emilia ne sono la più chiara evidenza.

Il 10 Maggio 2016 al Monastero dei Benedettini di Catania sono stati presentati i risultati di un progetto regionale PO-FESR “Riduzione del Rischio Sismico in Sicilia Orientale”. La conferenza ha visto una scarsa partecipazione dei numerosi politici, amministratori e tecnici invitati, a testimonianza della scarsa sensibilità della Politica e delle Amministrazioni in Sicilia alle problematiche del rischio sismico. Nell’ambito del progetto, al quale ho collaborato come responsabile per l’INGV e che ha visto anche la partecipazione dell’Università di Catania e di Messina e di alcuni soggetti privati, partendo da un campione di 52 strutture localizzate nelle varie provincie della Sicilia orientale, dopo una accurata selezione basata anche sulla disponibilità e completezza documentale, sono stati identificati e studiati in grande dettaglio 4 edifici più rappresentativi e significativi. Per lo studio di vulnerabilità sismica, i quattro edifici presi a campione sono stati 2 strutture strategiche (l’INGV di P.zza Roma e la sede del DRPC di Messina) e 2 strutture rilevanti (la scuola Nazzario Sauro di Catania e la Maria Teresa di Calcutta di Tremestieri Etneo). I risultati ottenuti hanno evidenziato una elevata vulnerabilità di 3 delle 4 strutture analizzate, nonché aspetti lacunosi nella attuale normativa tecnica italiana (NTC08) sia relativamente all’input impattante sulle strutture in termini di picchi di accelerazioni e dei contenuti in frequenze, con conseguente grande impatto sui metodi di progettazione antisismica correnti.

Domenico Patanè

Dirigente di Ricerca dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia – Sezione di Catania

Diffondi la notizia!Share on FacebookShare on Google+Share on LinkedInTweet about this on TwitterEmail this to someone

Scrivi