Carmelinda Comandatore

Sarà presentato domani in anteprima mondiale alla 73a Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, “Orecchie, il lungometraggio scritto e diretto dal registaorecchie_poster_texts_wb02 palermitano Alessandro Aronadio. Una commedia dai toni grotteschi, sul senso di smarrimento e di distacco dalla realtà che ci circonda, che spesso appare incomprensibile. Il film, prodotto da Costanza Coldagelli per Matrioska, in collaborazione con Roma Lazio Film Commission, Frame by Frame, Rec e Timeline, è uno dei quattro progetti internazionali sostenuti e prodotti da Biennale College, esperienza innovativa e complessa, che integra tutti i Settori della Biennale di Venezia, promuovendo i giovani talenti.

Protagonista uno straordinario Daniele Parisi, che al suo esordio al cinema interpreta il ruolo di un uomo che si sveglia con un fastidioso fischio alle orecchie e un biglietto sul frigo: “È morto il tuo amico Luigi. P.S. Mi sono presa la macchina”. Da quel messaggio inizia un viaggio tragicomico nella follia umana, che può avere facce e ruoli apparentemente normali: dal medico fino al prete, interpretato da Rocco Papaleo. Nel cast anche Silvia D’Amico, Pamela Villoresi, Ivan Franek, Piera Degli Esposti, Milena Vukotic, Andrea Purgatori, Massimo Wertmüller, Niccolò Senni, Francesca Antonelli, Sonia Gessner e Paolo Giovannucci. Ne parliamo con il regista, Alessandro Aronadio, che ha recentemente scritto anche gli inediti “Cosa vuoi che sia”, di Edoardo Leo e “Classe Z”, di Guido Chiesa.

Alessandro, cosa ci può anticipare di questo film dal titolo abbastanza singolare?

«“Orecchie” parla di un uomo che si sveglia una mattina con un fastidio alle orecchie. Tutto si svolge nell’arco di una giornata, è una sorta di viaggio suo personale, attraverso vari incontri di personaggi in varie situazioni, per cercare di capire cos’è questo fastidio e come cercare di risolverlo. È un film in generale sull’incapacità oggi di ascoltarci realmente: anche se viviamo un’era in cui abbiamo ogni mezzo a nostra disposizione, anche i più moderni, per poter comunicare tra di noi, è paradossalmente il periodo in cui si comunica di meno. Il protagonista cerca di comunicare in tutti i modi il disagio che prova, ma ognuno dei personaggi che incontra non lo ascolta davvero, scaraventandogli addosso, in maniera grottesca, i propri problemi».

orecchie_scena_083Possiamo dire che il protagonista rappresenta l’emblema del senso di smarrimento che questo film si propone di raccontare?

«Si, il film vuole fare proprio questo: catturare il senso di disagio, di smarrimento, che ognuno di noi prova almeno ogni tanto. La sensazione di essere nel giusto e rendersi conto che però il mondo invece sta andando da tutt’altra parte, in maniera abbastanza compatta. Ci si sente soli nel rendersi conto che si è gli unici a vedere che il “re è nudo”».

Si parla di uno scollamento dalla realtà. Secondo lei cosa ci ha portati a questo punto?

«Fondamentalmente si è perso il significato e il piacere della “lentezza”. Il progresso dei mezzi di comunicazione, che avrebbero dovuto in teoria migliorare la nostra vita, renderla più semplice, hanno reso tutto troppo semplicistico e veloce. Se si punta a dare una notizia, si cerca di farlo attraverso un titolo, perché la soglia di attenzione ormai è minima e la maggior parte dei lettori si ferma sostanzialmente a quello. Sono diventate scontate certe immagini e certe situazioni, come il vedere tanta gente che cammina per strada ricurva sui propri cellulari o che va in giro alla ricerca di Pokemon, per arrivare a situazioni incredibili come le decine di selfie scattati nei luoghi delle tragedie, metastasi di una cultura dell’immagine, del voler esserci a tutti i costi. È un aspetto questo, molto grottesco, che viene ripreso anche nel film».

Una commedia grottesca, ma anche surreale?

Alessandro Aronadio

Alessandro Aronadio

«No, è un film assolutamente realistico. Magari all’inizio si può avere la sensazione che alcune situazioni raccontate siano un po’ sopra le righe, ma in realtà è surreale quello che ci circonda e a cui ormai ci siamo abituati».

Perché la scelta di girare il film in bianco e nero?

«Paradossalmente perché è un film estremamente realistico. Il mio obiettivo era quello di rappresentare la realtà nella maniera più realistica possibile e secondo me il bianco e nero è il linguaggio più spietato perché non concede distrazioni, nè dà spazio ad altri tipi di input per lo spettatore. Setacciando i colori, quello che rimane è solo la cruda verità delle facce, dei luoghi e anche delle parole. “Orecchie” è un film estremamente parlato, dalla comicità molto ebraica: da molta dignità alla parola, e il mio intento era proprio quello di dare vita ad una commedia, che desse più importanza ai dialoghi che alle situazioni».

 

https://www.youtube.com/watch?v=bmCP1g1dKOo

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