Mentre il premier Matteo Renzi e la ministra per le Riforme Costituzionali, Maria Elena Boschi, girano l’Italia in lungo e in largo per fare propaganda al referendum, spacciando, impudicamente, tale attività elettorale per delle visite istituzionali (in queste ore il premier si trova in Sicilia a caccia di consensi per il Sì); il centrodestra, atarassico nei confronti della competizione referendaria, è più intento, invece, a pensare al suo ruolo dopo il 4 dicembre, nel tentativo di ricostruirsi un’identità. Ma l’impresa resta alquanto ardua, almeno quanto ricostruire un puzzle senza avere alcuna idea sull’immagine che si deve realizzare.

Ed è così che il leader, in pectore, di Forza Italia, Stefano Parisi, viene archiviato in un paio di battute da Silvio Berlusconi a Radio Anch’io, senza che abbia mai esercitato la leadership. La buccia di banana su cui è scivolato Parisi sono alcune dichiarazioni con cui  ha preso le distanze da Salvini e dalla Lega Nord, stigmatizzandoli  con “Noi siamo un’altra roba”.

Ed ecco la risposta del Cavaliere che si disfa di Parisi in tre righe: “Parisi sta cercando di avere un ruolo all’interno del centrodestra, ma avendo questa situazione di contrasto con Salvini, credo che questo ruolo non possa averlo”.

Da un lato il vecchio capo del centrodestra italiano, in un’intervista rilasciata recentemente al Corriere della Sera, confrontandosi con Trump, ha sottolineato come lui non si identifichi con la destra rappresentata dal neoeletto presidente americano ma con “un centro liberale e popolare”; dall’altra Berlusconi sa benissimo che senza i voti della Lega (la quale si attesta tra l’11% e il 13% secondo i diversi istituti) il centrodestra non va da nessuna parte, ed è destinato all’ennesima debacle, consegnando il paese nuovamente nelle mani di Renzi o del M5S.

In sintesi anche il Cavaliere come Parisi – e lo ha ampiamente dimostrato durante la sua carriera politica – “non è quella roba lì”, ovvero una destra con posizioni radicali, ma obtorto collo non può prescindere dall’alleanza della Lega se vuole diventare competitivo. Il Berlusconi pensiero è razionale e logico ed è supportato dalla disfatta alle amministrative capitoline dove se il centrodestra si fosse presentato unito avrebbe almeno soppiantato il candidato del Pd, Giachetti, disputando al suo posto il ballottaggio che poi ha visto trionfare la Raggi.

Trovare una sintesi alla strategia di Berlusconi non è facile, perché al momento Forza Italia non ha un leader degno di questo nome pronto a prendere l’eredità del Cavaliere, che possa fare da pontiere con la moderatezza di Forza Italia e le posizioni di Lega e Fratelli d’Italia. Alla luce di ciò Berlusconi non sembra avere altre vie d’uscita se non quella di lasciare la leadership a Matteo Salvini, che in questo momento sta cavalcando l’onda emotiva del trionfo inaspettato di Trump, basato sul contrasto all’immigrazione indiscriminata: noto punto di forza della Lega Nord.

Nel centrodestra il problema dei leader non è solo a livello centrale ma riguarda anche le regioni. Ad esempio in Sicilia non si intravedono nuovi leader e a tenere banco è ancora la vecchia guardia come Gianfranco Miccichè, Nello Musumeci, Basilio Catanoso. Il più giovane è il bravo 44enne Salvo Pogliese.

Nel mentre il centrodestra cerca di risolvere questo busillis che ha le stesse possibilità di soluzione di un’aporia, lascia l’intero campo dell’agone referendario a Matteo Renzi che, sapendo di giocarsi tutto o quasi, visita l’Italia in lungo e in largo, invia epistole dove non può arrivare, come quelle spedite agli italiani all’estero lasciando perplessi su chi sia l’effettivo giocatore: il segretario del Pd o il premier? (questo è un altro conflitto di interessi che la prossima legislatura dovrà affrontare urgentemente a garanzia di una democrazia sempre più lisa).

La politica eccessivamente timida del Cavaliere in merito al referendum non fa che lasciare tutto il carico del confronto al M5S e al Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, ma lascia troppo terreno ad alcuni esponenti dell’intellighenzia sinistrorsa come Gustavo Zagrebelsky, Stefano Rodotà, Paolo Flores d’Arcai e Moni Ovadia, che nella manifestazione per il No del 13 novembre scorso, organizzata da MicroMega al Teatro Vittoria a Roma, promuovono il referendum collegandolo a un utopistico superamento della proprietà privata all’insegna del manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli. Nel tentativo disperato di resuscitare un comunismo morto e sepolto, il 9 novembre 1989, dalle macerie del muro di Berlino.

 Vincenzo Adalberto

 


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