Mostre: A Castello Ursino Vittorio Sgarbi racconta le ragioni della follia

 Pina Mazzaglia

Foto servizio: Vincenzo Musumeci

CATANIA – Un progetto di ampio respiro, un percorso che si articola lungo le sale del castello federiciano, l’antica fortezza catanese un tempo sul mare, baluardo di difesa che ha resistito imperiosamente all’attacco vivo del vulcano quando, subito dopo la sua edificazione, lo circonda con le copiose lave.

Una raccolta di immagini, documenti, oggetti, a testimonianza delle condizioni umili e dolenti dei cosiddetti “alienati”, come venivano chiamati prima delle teorie di Freud, coloro che, per ragioni risalenti dalla parte più lontana del loro animo, presentavano “disagi”. Qui, nel contesto espositivo, il termine alienazione trova la sua genesi di espressione e lo fa utilizzando e sfruttando a pieno titolo le opere di un grande artista italiano, Antonio Ligabue, emarginato non per colpa della sua condizione mentale, intesa come “follia”, ma più che altro perché vittima di una società che lo ha miserevolmente allontanato. Da Ligabue che apre con una serie di autoritratti al suo coevo e regionale Ghizzardi, del quale fanno bella mostra una raccolta di drawings eseguiti con le tecniche più disparate: dalla polvere di carbone, alle terre macinate e mescolate con diluenti organici. Al centro troviamo diverse sezioni e installazioni a iniziare dalle sculture di Cesare Inzirillo che narra di un mondo surreale, grottesco, ironico e macabro in cui viene narrato il tema della morte: corpi mummificati, che irrompono con irruenza nel bisogno di essere capiti, congelati nei gesti e castrati da una collettività non sempre in grado di gestirli. Segue la Griglia, con novanta ritratti di pazienti ritrovati nelle diverse cartelle cliniche degli ex-manicomi d’Italia; la sala dei ricordi e degli oggetti abbandonati testimoniano la vita e la speranza di alcuni pazienti; due installazioni video dalle teche Rai sulla legge Basaglia e sugli O.P.G. e il contributo del Senatore Marino: dettagli di una società di cui siamo parte. Il tentativo della mostra che ha un suo precedente a Mantova, in occasione dell’Expo 2015, è quello di conciliare la produzione artistica con il fenomeno della follia, mercificando a nostro avviso, una condizione che nasce più dal bisogno di fare cassa che dall’arte.VMM_3053

I manicomi nacquero non per isolare i pazzi dai sani, né tantomeno per curare i malati, i manicomi nacquero per la vergogna, specie di nobili, ricchi e aristocratici, per nascondere i loro parenti che prima tenevano confinati e occultati dentro casa e successivamente in strutture nate più per nascondere che per curare. La Pazzia era considerata come un flagello di Dio che abbandonava l’anima del povero per consegnarla al diavolo. I parenti del pazzo, una volta chiuso nel manicomio, lo abbandonavano. “Il manicomio, più del carcere, è il luogo dei rifiuti dove vengono chiusi quelli che non si adeguano, che non sono disposti ad accettare l’ordine del mondo, quelli che urlano la loro indisponibilità”. (Cit. Vittorio Sgarbi).

Dare un seguito e un valore artistico a quello che può essere considerato valore prettamente commerciale è alquanto difficile. La rassegna al Castello Ursino riprende dalla storia dell’arte aneddoti ed esperienze individuali per mettere insieme un ciclo dall’essenzialità discutibile. La rappresentazione della Griglia ci ricorda il ciclo degli Alienati, Théodore Géricault, risalente al 1822-23, dove l’autore porta sulla tela il suo interesse per la realtà interiore deviata, stimolato anche dalle ricerche di un amico psichiatra, il cui obiettivo era quello di dimostrare che la follia era a tutti gli effetti una malattia e che chi ne soffriva ne portava i segni in volto. L’intento dell’autore era quello di far trapelare l’immagine del malato con dignità, allontanandosi dall’abiezione che invece gravitava attorno alla figura del monomane, in una società polarizzata sui soli termini di follia e ragione.VMM_3061

Ligabue ha da opporre invece il suo essere completamente incolto e soprattutto la sua estraneità al mondo e al tempo. Lui sconosce i tormenti intellettuali, viatico dell’arte tra Ottocento e Novecento, non conosce la storia che ha permesso di evolvere pensiero e azione. La sua forza e l’originalità delle sue opere consistono nel non sapere. Per lui fare pittura consisteva a un modo di sostenersi, un’occasione che gli permetteva di vivere il quotidiano, “Il mangiare” inteso nei suoi bisogni più umani. Il suo lavoro si compie con una progressiva discesa agli inferi – ma non perché folle o demente – ma per la forza di riuscire a introdursi in un territorio del tutto sconosciuto. Lì, nel ventre della natura, vicino a quella popolazione contadina con la quale poteva intrattenere un linguaggio alla pari, si compie l’educazione sentimentale ed emozionale che gli permetterà in seguito di condurre una vita più agiata.

Un discorso paritario merita Ghizzardi, che quasi in parallelo e confinato nel suo territorio sognava un modello estetico impossibile da raggiungere, visto nelle copertine patinate dei VMM_3040 - Copiagiornali del tempo. Si concede nei suoi drawings l’amore irrealizzabile, sognando attrici e cantanti, per lui inaccessibili, realizzando, sulla carta con interventi di decoupées il sogno e l’emozione: seni offerti e spalle larghe, un bisogno primigenio di protezione materna.

Ci chiediamo allora, perchè strumentalizzare e mettere insieme “prodotti” che nulla hanno in comune? La produzione del giovane Cesare Inzirillo, artista, scenografo di teatro e di cinema, e direttore artistico della Fondazione Sgarbi, ha nella sua natura una genesi del tutto differente da quella degli altri autori inseriti nel percorso. Una produzione voluta, cercata, studiata e analizzata in tutti i suoi dettagli. Le foto, i cimeli, le piccole bottiglie, che venivano strette nelle mani di coloro che incerti sul domani si aggrappavano al vetro della speranza, non hanno nulla a che spartire con le sue sculture mummificate e mortali, che vedono la loro collocazione in altri luoghi e in altrettanti percorsi mueali.P_20160425_122809

La definizione di follia, influenzata dal momento storico, dalla cultura, dalle convenzioni, nasce per definire qualcosa o qualcuno che prima era normale e viceversa. Nasce deliberatamente come cultura confinante, come prassi usurpatrice di libertà.

Lo stereotipo dell’artista maledetto, la leggenda del genio sono i clichè generati sulla scia di vissuti che non fanno parte della stessa medaglia e che meritano di essere analizzati e trattati con sensibilità e dignità.

Diffondi la notizia!Share on FacebookShare on Google+Share on LinkedInTweet about this on TwitterEmail this to someone

Scrivi