di Raimondo Catanzaro e Salvo Scibilia

 

L’andata

Avendo vissuto la stessa esperienza di “alibusisti”, l’abbiamo confrontata, e scoprendo quanto le nostre vicende fossero simili fondiamo le due storie in una; a farsi sentire è dunque una sola voce, flebile e sincera, che parla per due.

La settimana scorsa sono stato a Catania. All’aeroporto scopro che l’AMT (Azienda Metropolitana Trasporti), in collaborazione con l’amministrazione comunale della città, lancia un inedito gioco di società, “Alibus”, ispirato al Monopoli, secondo alcune teorie, al Gioco dell’oca , secondo altre linee interpretative. Il gioco, teso a superare le angustie del mero servizio, consiste nel girare in tondo per la città con l’obiettivo di arrivare alla zona partenze dell’aeroporto. Costa poco, non si vince nulla ma in compenso si può perdere l’aereo o mancare un importante impegno di lavoro, se in arrivo.

Assodato che il biglietto da un euro delle linee urbane non vale più, si deve comprare quello da quattro euro, che però edicolanti e tabaccai in aeroporto non vendono. Poco male, si trova al punto vendita delle linee di trasporto extraurbane; vale settantacinque minuti, come quello urbano, e consente di prendere le coincidenze necessarie. Ma chi è quel pazzo che per andare o venire dall’aeroporto programma di prendere due mezzi? Eppure c’è chi, come me, gioca d’azzardo. Raggiungo la fermata, distante quasi duecento metri dall’ultima uscita laterale dell’aeroporto perché i tassisti catanesi non amano la concorrenza del servizio pubblico e se ne stanno stralunati e ostili come i bravi in attesa di Don Abbondio. Mi armo di pazienza. Invano cerco una tabella con gli orari di partenza e le frequenze delle corse. Già trent’anni fa, tornando da Londra e non trovando né una rivendita di biglietti né una tabella con gli orari, il conducente del bus, mosso a compassione, mi suggerì di salire in vettura senza biglietto, perché non avrei corso alcun rischio, visto che dopo le 22 era impensabile un controllo. Proposi pubblicamente, in un articolo scritto con un mio amico, di installare distributori e tabelle negli aeroporti di partenza per Catania. La proposta non fu presa in considerazione ma, mutatis mutandis, potrebbe avere ancor oggi una sua validità.

All’arrivo dell’autobus salgo in vettura e timbro il biglietto. Errore! Avevo dimenticato che a Catania i tempi d’attesa dei mezzi pubblici al capolinea oscillano tra i dieci e i venticinque minuti. Nel mio caso siamo intorno alla media; dopo quindici minuti il bus parte, avendo nel frattempo il conducente cacciato via un ragazzo di colore che prima voleva salire senza biglietto e poi con un biglietto di normale corsa urbana. Considerando che avevo già perso quindici minuti sui settantacinque del biglietto, chiedo al conducente dove prendere la coincidenza con il BRT, il nuovo bus rapido, orgoglio della città. L’autista mi spiega che l’Alibus non passa da via Etnea, dove ci sono le fermate BRT, se non quando è in partenza dalla stazione per l’aeroporto. Dunque prima si arriva in stazione, poi si riparte per l’aeroporto e dopo si può prendere quella coincidenza. Velocemente, poiché non vi sono fermate intermedie tra aeroporto e stazione, e fatto salvo l’attraversamento della zona portuale per evitare il traffico cittadino, dopo venti minuti si arriva in stazione. Poi si riparte in direzione opposta all’aeroporto. Si sale in direzione nord, si prendono i viali, si svolta in giù, direzione sud, aeroporto, per via Etnea, e sessanta minuti dopo essere salito a bordo e aver timbrato il biglietto, scendo davanti alla libreria Feltrinelli per prendere il BRT e risalire Via Etnea. Per andare a Nord bisogna prima indirizzarsi a Sud. Il BRT segue lo stesso percorso dell’Alibus in Via Etnea fino a piazza Stesicoro, fa l’intero giro della piazza e infine si dirige a Nord. Arrivo a destinazione dopo un immane giro dell’oca, per un pelo entro il termine dei settantacinque minuti. Memento audere semper, e così ho fatto.

Il ritorno

Se l’incauto viaggiatore è come me abbastanza masochista da voler provare l’esperienza del percorso inverso, cioè dalla città all’aeroporto, troverà altri motivi d’interesse e tonificanti scariche di adrenalina: l’arrivo in orario all’aeroporto non è garantito!

Tra autobus normale e Alibus, dove il biglietto si fa solo a bordo, al ritorno dunque il costo è di cinque euro.  Le nuove tabelle elettroniche, chiamate “paline” (chissà perché) dai catanesi, sono grandi, con scritte giallo su nero molto evidenti (salvo quando vi batte il sole) e forniscono informazioni dettagliate sui tempi d’attesa delle più svariate linee. Informazioni quasi tutte inattendibili, che vengono snobbate dai catanesi ma gettano nel panico gli altri viaggiatori. Forse per evitare questo panico, nessuna informazione sull’arrivo dell’Alibus è fornita. Cerco sulle tabelle cartacee le quali però si limitano a indicare le principali fermate di ciascuna linea. Né frequenze, né fermate di coincidenze. E in ogni caso non c’è una tabella sull’Alibus, ma sul retro della tabella elettronica, in formato cartaceo, la scritta “Alibus” mi rassicura. Dopo circa quindici minuti eccolo arrivare! Salto a bordo, e come all’andata acquisto il biglietto. Ho  colto in pieno la stretta parentela tra Monopoli, (o Gioco dell’oca, secondo altre sensibilità) e Alibus sulla via del ritorno, fulminato come San Paolo grazie ad un azzimato professionista catanese che, in un completo di grisaglia, ad un certo punto sbotta ad alta voce: “Mi stati facennu furriari comu a ‘ntuppettiru”. Il doppio mento gli vibrava per l’eccesso d’ira. I pochi turisti stranieri intenti a domare i pesanti bagagli che sbatacchiano senza scampo rimangono allibiti. A quel punto ho intuito che avevo preso, venticinque minuti prima, l’Alibus all’incrocio tra corso Italia e viale Vittorio Veneto e dopo aver fatto un giro completo del centro di Catania, interessante divagazione turistica, mi trovavo nel piazzale della stazione centrale, cioè a poco più di cinque minuti dalla mia base di partenza. Lo scorso anno, quando il biglietto costava un euro anziché quattro, l’autista mi aveva spiegato che l’itinerario era contorto perché “ ama pigghiari i turisti”. Sul modello dello scuolabus, per intenderci.

Un passeggero, forse americano, commenta sarcastico qualcosa del tipo “a full loop”, insomma un intero giro del circuito. Alla fermata di fronte alla stazione salgono un signore anziano con un ragazzo e una ragazza. Dopo lunga contrattazione nella quale il padre spiega che deve accompagnare i figli all’aeroporto per salutarli alla partenza, e quindi che vorrebbe non pagare (cuore di papà!), il conducente, irremovibile, gli concede soltanto tre fermate gratis e gli ricorda, prima di riprendere la marcia, che anche i ragazzi, come gli altri viaggiatori, devono timbrare il biglietto. Il padre scende agli archi della marina, dove sale una coppia. Lui anzianotto, francese, paga il biglietto senza batter ciglio. Lei, la sua compagna, una vistosa bionda platino di qualche anno più giovane, protesta con l’autista per la soppressione della linea urbana, più “democratica” a suo dire, da “demos che in greco significa popolo”, sottolinea, orgogliosa della propria cultura. Entriamo in porto, dalla dogana; quando si dice trasporto integrato: aeroporto, stazione ferroviaria e porto in un solo mezzo! Con qualche difficoltà arriviamo all’uscita. Lì, in prossimità del Faro Biscari, lavori in corso per rifacimento manto stradale che ci fanno perdere ancora dieci minuti, fino all’arrivo dei vigili che disciplinano il traffico. Esausti si arriva infine alla meta e si scopre che Catania è l’unico luogo in cui se dovete partire vi lasciano agli arrivi, e vi tocca farvi qualche centinaio di metri a piedi e salire al primo piano dell’aerostazione per imbarcarvi. Così vi viene in mente qualcosa che spesso dicono i catanesi della propria città (e forse i cittadini di tutte le città del mondo): “o la odi o la ami”. Sarà forse così, ma non è questo il sentimento della città nei confronti del viaggiatore. Catania vi ama a tal punto che non vuol farvi partire, vuole trattenervi con sé a tutti i costi. È questo – pensai – il recondito significato di quanto detto dal viaggiatore americano. Poi, riflettendoci sopra, mi resi conto che “loop” significa anche cappio. Avete presente il lazo che usavano i cowboys per domare cavalli e bovini? Sì, proprio quello! E mi si dischiuse un intero mondo di significati: lo scopo del gioco proposto dall’AMT consiste nell’evitare di restare accalappiati. Ma cosa significhi, e come realizzarlo, è lasciato alla libera interpretazione del viaggiatore.

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