ColettiTitolo decisamente azzeccato, ed originale, quello dell’ultimo agile, godibilissimo, volume di Vittorio Coletti: Grammatica dell’italiano adulto, sottotitolo: L’italiano di oggi per gli italiani di oggi (Bologna, Il Mulino, pp. 226). Una grammatica per gli italofoni nativi “adulti”, adeguatamente acculturati, della lingua italiana “adulta”, capillarmente diffusa a livello nazionale, dopo 150 anni dall’unità d’Italia, come esplicitamente chiarito (“Premessa” p. 9). Una grammatica tendenzialmente sistematica in 9 capp. di Fonologia (I. “Pronuncia e grafia dell’italiano”), Morfo-sintassi (II. “Il nome e il numero”, III. “Il genere”; IV.”Accanto al nome o al suo posto (aggettivi, pronomi)”; V. “Parole prima di altre (articoli, preposizioni, congiunzioni)”; VI. “Il verbo”), Lessico (VII. “Il lessico e la formazione delle parole”), Sintassi della frase (VIII. “La sintassi”), Sintassi testuale (IX. “La grammatica in pratica”). In chiusura una “Nota bibliografica” essenziale, ragionata. E un “Indice delle forme e delle cose notevoli”, ricco ma, augurabilmente, in una riedizione, da completare, a beneficio di una più puntuale consultabilità, soprattutto per gli esempi e (secondariamente) con i nomi propri.

Quale il fine di questa grammatica? Contrariamente a quello che il lettore potrebbe aspettarsi, un testo del genere non serve tanto a “evitar[e] e corregger[e]” gli errori (p. 201), quanto piuttosto – avverte l’A. nella “Premessa” – a “spiegare” com’è fatta lingua, puntando sugli aspetti non sempre ‘simmetrici’, ‘razionali’, ‘logici’, della lingua chiarendo nel contempo perché il parlante può avere dei “dubbi” (p. 10). «Il libro aspira – ribadisce Coletti – ad essere una grammatica ragionata, semplice e discorsiva dell’italiano contemporaneo» (ibid.).

La grammatica, in quanto teoria della lingua, ha quindi essenzialmente finalità cognitive, meta-linguistiche, di analisi della propria competenza, e non già finalità “linguistiche” di insegnamento della lingua ai nativi, che, come direbbe E. Coseriu (e con lui G.R. Cardona), in quanto nativofoni non possono “sbagliare”.

Gli errori sono caso mai prerogativa degli stranieri che imparano una lingua seconda o straniera. La componente “normativa” del volume, molto contenuta ed equilibrata, tende ad essere di tipo tradizionale. La nozione di “errore” (“un uso condannato” cioè generato da una regola, conscia o inconscia, diversa da quella che si vorrebbe alla base della forma giudicata corretta) coincide per lo più (a) con l’uso non-etimologico (cfr. inflattivo dall’ingl. inflative p. 31, l'”inesistente ed errato” redarre ‘redigere’ p. 150, scorazzare p. 29, soddisfavo p. 148, ma non per ossequiente p. 147), il qual’è (pp. 36, 44, 96) con elisione anziché con apocope, l'”erroneo ma in estensione” (pp. 70, 108) “gli per le” (‘a lei’). Ma a volte l’errore coincide (b) con l’uso dell’italiano regionale di matrice dialettale (es. piuttosto che disgiuntivo ‘o’ p. 130; varie pronunce regionali locali, la gorgia, pp. 38-40, ecc.). E ancora coincide – e condivisibilmente – (c) con l’uso popolare (es. squola p. 19, robba p. 28, ciò fame ‘ci ho fame’ pp. 35, 109, vadi, stassi p. 140, dicete p. 142, venghino p. 149, l’ipercorrettismo “le per gli” (‘a lui’) p. 108).

Tradizionalista si mostra l’A. riguardo all’uso della “virgola tematica” (non sintattica), censurata dopo un soggetto pesante, per es. le giornate buie e fredde dell’ultimo autunno, rattristano Carlo (p. 50). E sorvola sull’uso del “punto enfatico” (o “enfopunto”), per es. quando una frase inizia con il relativo Che/Il quale (pp. 166-67, 184).

La posizione di Coletti rispetto al problema dei “forestierismi” (p. 159) è di un “moderato tradizionalismo”. «Pensarci due volte prima di usarne una straniera quando è disponibile un valido equivalente italiano non sarebbe male. Anzi, è forse uno dei compiti primari di (e per) un italiano veramente adulto» (p. 160). Avanzando “qualche perplessità” per gli anglicismi governativi quali il Jobs Act (“patto per il lavoro”?) o la spending review (p. 160).

Se una Grammatica comporta una teoria (con un metalinguaggio tecnico) finalizzata all’analisi di un linguaggio-oggetto (qui l’italiano odierno col suo immediato retroterra linguistico), Coletti ha però avuto cura – per il suo lettore non specialista – a ridurre i tecnicismi, per es. “primo elemento”/”confisso”, “epiceno”, “blend”/”incrocio” (es. bancomat, modem pp. 163, 57) ecc., sacrificando però anche la differenza tra “suono” e “fonema” e il pur utile “(dipendente) circostanziale”, sfruttando al massimo i termini tradizionali.

Nel contempo l’A. non ha affatto rinunciato a tener presenti i risultati più moderni della ricerca, nella fattispecie soprattutto quelli legati al nome di F. Sabatini, il suo maestro (co-autore del Dizionario della lingua italiana 2007), relativi all'”italiano medio”, alla tipologia testuale, al modello valenziale della frase, alla grammatica testuale. Il che gli ha consentito di superare l’ottica tradizionale dell’errore in esempi quali Credo che tu hai ragione, il Dunque conclusivo egocentrico iniziando a parlare, il pan-italiano “A me il comportamento di Mario, […] non mi convince del tutto” (p. 195), il ma però “limitativo non oppositivo”(p. 129), ecc.

L’analisi grammaticale non è però condotta solo in prospettiva puramente sincronica. L’A., quando può, introduce in maniera pertinente punti di vista retrospettivi, di grammatica storica cioè, quali invito alla riflessione sulla non sempre prevedibile evoluzione della grammatica dell’italiano. Ed è questo un aspetto originale del volume.

Coletti commenta per es. il francescano «Laudato si’, mi signore» (p. 140) rilevando che la lettura del si’ come moderno “imperativo passivo” (“sii” p. 224) creerebbe un contrasto semantico col valore chiaramente di “auspicio” (ibid.) e non di “comando” del verso. E in effetti il «si’» forma apocopata di «sii» andrebbe invece inteso come “antica forma del congiuntivo” (p. 139), propria anche dell’it. popolare (vedi il fantozziano mi dichi). A non voler ritornare al testo francescano che presenta anche la variante, decisamente arcaica, con valore di cong. esortativo «sie», formatosi secondo la trafila: lat. class. sim > lat. pop. ricostruito *sias > it. ant. sie (con palatalizzazione della “a” e caduta della “s“).

Concludendo con l’autore, «La grammatica [teorica] si fa tanto più difficile quanto più cerca di analizzare ciò che facciamo istintivamente e senza problemi [grazie alla grammatica inconscia]. Non di meno è anche questo il suo compito» (p. 94). Ovvero con Eugenio Coseriu (1967), «Complicata è la cosiddetta grammatica dei grammatici, non la grammatica dei parlanti».

A proposito dell'autore

Docente di linguistica generale all'università di Catania

Salvatore Claudio Sgroi, ordinario di linguistica generale (Università di Catania), è stato pres. del corso di laurea in "Culture e linguaggi per la comunicazione", fa parte della direzione del "Bollettino del Centro di studi filologici e linguistici siciliani", del comitato di redazione "Le Forme e la Storia", e collabora a importanti riviste italiane e straniere di linguistica. È autore di circa 400 saggi e di numerosi volumi, tra cui i più recenti sono Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica dalla parte del parlante, UTET 2010; Scrivere per gli Italiani nell'Italia post-unitaria, Cesati 2013; Dove va il congiuntivo? Il congiuntivo da nove punti di vista, UTET 2013.

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