Marco Iacona –

 

Cosa ci fa Fulvio Abbate, scrittore e opinionista che le idee le ha e le coltiva, in un paese mediocre e conformista come l’Italia? Anni fa abbandonò la Sicilia e si appassionò al mondo dell’arte; in seguito fondò “Teledurruti” televisione monolocale fatta in casa, da dove con garbo e ironia non le mandava a dire. Ideatore nel 2010 anche di un movimento “Situazionismo e libertà” con programma pienamente libertario. Uno degli slogan più fortunati era: “Aboliamo il lavoro!”.

Non si occupa di politica ma da ex scrittore civile ha voglia di confessare i peccati, in special modo quelli altrui. Probabilmente non ha dimenticato il messaggio pasoliniano, per cui essere ingenui significa anche essere colpevoli. La sua opinione sull’attuale fase politica non può sfuggirmi.

 

Come commenti la “marcia su Roma” di Salvini insieme a quelli di CasaPound?

«Davanti al cadavere politico di Silvio Berlusconi, Salvini, che può contare su un partito risanato dopo le vergogne e le ferite dell’era Bossi, si è trovato in mano un’utilitaria politica che si chiama “Lega” e in qualche modo l’ha rifondata. Ha pensato attraverso la semplificazione del linguaggio – fuori gli immigrati e gli zingari! no a Equitalia – di poter prendere in custodia il logo del centrodestra e si è ritrovato a fianco i fascisti di CasaPound. Con questi, assodato che in Italia si vince col centro, nel migliore dei casi potrebbe toccare il tetto del 22 – 23% e si ritroverebbe in un nulla di fatto. Possiamo stare tranquilli dunque che non vedremo la bandiera di Salvini né la “tartaruga” sventolare su Palazzo Chigi. I nostri sentimenti antifascisti sono salvi da questo punto di vista».

 

Cosa pensi nello specifico di CasaPound?

«Mi sono peritato di leggere il programma: è qualcosa di raggelante innanzitutto sul piano della retorica lessicale e per il modo in cui i punti vengono enunciati. Basterebbe questo: un minimo di amore per il senso del limite e del ridicolo per chiudere qui qualsiasi riflessione su CasaPound».

 

Ma secondo te la vera destra è questa qui o è quella dei banchieri?

«I banchieri o chi per loro, da sempre si preoccupano di garantire i propri interessi. Gli interessi delle classi dominanti. Quell’altra destra, quella movimentista, storicamente ed è accaduto col fascismo prima che diventasse regime, è sempre stata massa di manovra, polizia al servizio di un interesse superiore. Mi chiedo chi è che deve temere i mazzieri. Li devono temere sul territorio i poveri disgraziati, gli extracomunitari, due ragazzi gay che si baciano per strada. Ma noi abbiamo il dovere di difendere queste persone. Che importanza ha se io, intellettuale borghese, non ho nulla da temere? Se vivo cioè in una dimensione da garantito e non ho nulla da temere dai mazzieri di CasaPound? Io penso ai ragazzi nelle scuole e allora mi pongo il problema».

 

 

La sinistra invece com’è messa, secondo te?

«La sinistra non esiste più! Non c’è. Innanzitutto cosa significa sinistra? assodato che il Pd è la nuova Democrazia cristiana che ha accettato l’idea che ci possano essere dei diritti civili come divorzio e aborto. Assodato questo, la sinistra dovrebbe essere la presenza di un partito socialista. Non in senso craxiano ovviamente. Chi dovrebbe farlo questo partito socialista? Le forze della sinistra, che in questo paese hanno anche toccato percentuali considerevoli. Dunque dovrebbe esserci per lo meno, come contrappeso, un modesto partito socialista dell’11%. O meglio un partito che dovrebbe chiamarsi il “partito della sinistra” e non “la sinistra” confidenzialmente, proprio perché la parola “partito” darebbe la misura di un presidio, con un suo retaggio o radicamento storico. Tutto questo non c’è. Sorvoliamo su come si sono sciolte come neve al sole Rifondazione comunista e le sue creazione successive. Rifondazione ha toccato l’8% nella sua storia. Sorvoliamo su tutto ciò che fa riferimento al nome comunista. Sel che adesso per bocca del suo leader Vendola manifesta un atteggiamento antagonistico nei confronti del Pd, per anni è stata nient’altro che il beautycase del Pd. La sinistra non c’è, né potrà essere riformulata da persone come Vendola, Cofferati, Boldrini che esiste per un gioco spartitorio da puro manuale Cencelli: a Sel spettava la presidenza della Camera… Bisognerebbe aspettare un’altra generazione. Non mi pare che all’interno della sinistra vi sia uno cattivo e determinato come Renzi».

 

E gli oppositori interni di Renzi?

«Quelli non li considero proprio! Civati non mi sembra abbia la tempra per alcunché…».

 

Bersani?

«Ha una sua rispettabilità e l’ha sempre avuta. Gliela riconobbi anche sull’“Unità” tanti anni fa. Ha una sua chiarezza e una sua onestà intellettuale. Ma Bersani ha sessanta e rotti anni, al massimo può stare in terza fila e fare cenno di “sì” per rassicurare. Non vedo nessuno all’interno del Pd. E quel Landini che si permette di indicare Cofferati come un caposaldo, deve tacere! Cofferati è stato il peggior sindaco di Bologna, è stato colui che ha volutamente sprecato un patrimonio di tre milioni di persone portate in piazza dalla Cgil. Pensando a Sel mi viene in mente anche Fratoianni che però sembra che sia mosso col joystick da Vendola. Insomma, questa è la situazione».

 

Il peggio deve ancora arrivare: che mi dici degli intellettuali di sinistra?

«Non ci sono! Ci sono soltanto io che non sono un intellettuale di sinistra ma un artista. E che ogniqualvolta muovo un’obiezione ciò che mi viene rinfacciato è di muovere critiche per invidia o perché sto “rosicando”. Perché il livello intellettuale è questo. Quindi secondo questo principio anche Trotskij quando denunciava i crimini di Stalin lo faceva perché stava rosicando. Non li vedo gli intellettuali di sinistra. Vedo solo me stesso che sono un artista!».

 

Ma lo vorresti un ruolo nella politica?

«Nella maniera più assoluta! Io voglio essere semplicemente una testa di cazzo in proprio e non per conto terzi come ho detto più volte. Ma nessun ruolo: io desidero semplicemente diventare ciò che sono e in questi anni in tutti i modi hanno cercato di spezzarmi le gambe».

 

So che ti sei formato su Celine, cos’altro hai letto per essere quel che sei?

«Io mi sono formato su varie cose. Mi sono laureato in storia della filosofia con una tesi su “Celine e l’apocalisse” in anni in cui ci si poteva laureare anche con una tesi sul “club di Topolino”, su qualsiasi cosa. Faccio parte di una fortunata generazione che ha avuto una serie di amori intellettuali: in una prima fase il teatro di Brecht nei primi anni Settanta, poi è arrivato Celine insieme alle neoavanguardie: dadaismo e surrealismo. Poi ho avuto interesse – avendo fatto il critico d’arte – per le arti visive, soprattutto pensando alla grande tradizione delle avanguardie del Novecento. Poi ho amato molto anche Pasolini e ne ho scritto. In qualche modo all’inizio venivo connotato come uno scrittore “civile”, mentre adesso desidero essere uno scrittore che fa rifermento unicamente al proprio narcisismo. È il dovere di un intellettuale e dell’arte: il gioco, la gratuità assoluta».

 

“Vendi” te stesso dunque, la tua immagine…

«Questo deve fare un artista. È irrilevante pensare che un artista debba salvare il mondo. Sinceramente c’è stato un momento in cui ho preso le distanze anche dal mio interesse per Pasolini. L’ho fatto con un articolo sul “Corriere della sera” nel quale dicevo che la ritenevo un’esperienza conclusa».

 

Fulvio, tu sei palermitano. Nutri un particolare interesse per la Sicilia?

«No, non ho nessuna idea della Sicilia. Ne ho scritto nel mio primo romanzo che è un romanzo palermitano. Così come il mio libro in uscita per Bompiani è un libro su Roma, una sorta di guida enciclopedica che esce tra pochissimi giorni. Le cose siciliane le vedo da molto lontano. Ogni qualvolta vado in Sicilia vado a Palermo e dopo meno di dieci ore sogno il bombardamento a tappeto su tutta la città. Mancano i diritti di cittadinanza fondamentali: se tu mi tagli la strada io mi devo incazzare, e non posso tacere perché ritieni di poterlo fare in nome della tua mafiosità!».

 

A te non piace la retorica dei figli della Sicilia che continuano ad amare la loro terra e che non vedono l’ora di tornare. E poi le varie nostalgie…

«La questione è più complessa. Intanto come dice Karl Kraus l’origine è la meta: esiste una dimensione del desiderio di fare ritorno al primo giorno della propria creazione. Mi emoziona ripensare la mia infanzia nella Palermo degli anni Cinquanta – primi Sessanta, ma il costo umano del vivere lì è elevatissimo e io me ne sono andato via trentadue anni fa, quasi trentatré, e non tornerei assolutamente. Sto in un luogo altrettanto ripugnante che si chiama Roma, ma alcuni diritti di cittadinanza sono più garantiti di quanto non lo siano a Palermo».

 

Ma la Sicilia è davvero così bella? Non sarà per caso tutta una colossale presa in giro?

«Guarda, nei giorni scorsi si è verificata la vicenda degli Hooligans che hanno colpito la “Barcaccia”. Mi viene in mente che a Palermo un monumento del ‘500 in piazza del Garraffello viene vilipeso quotidianamente insieme a tutta la città cinque-sei-settecentesca. E tutto questo è connaturato al vivere stesso della città. In Sicilia non esiste l’idea del bene comune. Neppure del bene comune artistico-architettonico perché chiunque ritiene di poterci pisciare sopra. La fontana di piazza del Garraffello alla Vucciria se tu la guardi ha vissuto ogni genere di scempio nel corso del tempo. Aveva una pigna in cima che per tanti anni veniva usata come contrappeso dal  fruttivendolo per la sua bilancia. Quando un signore di “Italia nostra” andò lì e disse: “Mi deve ridare la pigna”, quello rispose. “M’ha dari decimila liri!”. Ecco, questa è Palermo».

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