Il nostro premier Matteo Renzi è una fucina di idee anti-convenzionali; ed è al tempo stesso una sorta di termometro per tastare la temperatura del paese e rendersi conto di alcuni vizi concettuali di fondo che reggono certe linee di pensiero.

Nella sua recente uscita all’università LUISS “Guido Carli” ha lanciato un’idea originale: «i Promessi Sposi a scuola andrebbero proibiti per legge. Perché obbligarli li ha resi odiosi, e invece così tornerebbe il fascino per un capolavoro assoluto». A voler seguire la logica di questa tesi, dovrebbero allora essere parimenti aboliti per legge, in modo da non renderli odiosi agli studenti, la matematica, il latino, il greco, la divina commedia, Foscolo, la letteratura italiana, la lettura dei classici e così via. Insomma, perché non aboliamo tout court la scuola, in modo da non renderla odiosa? E la sostituiamo con corsi di Twitter, informatica, educazione sessuale, fitness e pilates, conversazione e chatting, storia della canzonettista, gossip cinematografico e altre discipline piacevoli per gli studenti. E poi potrà anche accadere che qualche studente ne riscopra dopo, passati gli anni, il fascino. Chissà!

Ma quanto detto potrebbe esser ritenuto solo un voler fare celia. In effetti al fondo del ragionamento del premier Renzi v’è un luogo comune molto diffuso. E cioè che lo studio, l’educazione, l’istruzione debbano essere cose piacevoli, dilettevoli, fatte col sorriso sulla bocca e che quindi si debbano evitare agli studenti fatica, impegno, sforzo intellettuale, applicazione. Ma in effetti l’educazione è innanzi tutto un esercizio di autocontrollo di disciplina del carattere: già riuscire a stare per quattro ore in un’aula, fermi, ad ascoltare un insegnante invece di divertirsi all’aria aperta con i propri coetanei, twittando e chattando o scorrazzando in motorino, significa sviluppare un disciplina del proprio sé che sarà utile nella vita futura, indipendentemente dalle cose che si apprendono.

Ma l’educazione non è solo questo:  la formazione data a scuola ha anche la funzione di fornire una disciplina al pensiero, è un esercizio intellettuale che si esercita su modelli concreti e già consolidati: dimostrare un teorema “serve” non perché poi lo applicheremo nella vita professionale (tutta la matematica che ci rimarrà e che ci sarà utile è appena racchiusa nelle quattro operazioni), ma a modellare il nostro pensiero su un tipo di ragionamento argomentato e deduttivo che costituirà per la nostra vita futura un criterio che ci distinguerà da chi agisce solo sulla base dell’istinto e dell’impulso. Analogamente, lo studio del latino non “serve” perché grazie ad esso converseremo con gli antichi romani, ma perché è un modello razionale di costruzione del discorso che ci esercita alla interpretazione e alla comprensione ermeneutica di un testo fortemente strutturato dal punto di vista sintattico e logico.

Chi non ha odiato i Promessi Sposi da studente? Chi non ha avuto gli incubi il giorno prima del compito in classe di latino? Chi non si è domandato da ragazzo a che servissero quelle lunghe dimostrazioni di geometria, quando la verità dei teoremi era del tutto “evidente”? Eppure, chi non si è reso conto – dopo, con la maturità – di quanto sia stato utile questo studio? Di quanto sia stata importante la narrazione di concreti esempi di comportamento (morale e immorale) contenuti nel romanzo di Manzoni, in modo da sviluppare il senso civico ed etico, molto più di molte sviolinate di religione ed educazione civica?

Il fatto che certi studi risultino “odiosi” è purtroppo il prezzo che si deve pagare se si vuole offrire effettivamente una educazione. Sta ai bravi insegnanti non indurre gli studenti a questo sentimento negativo (onde l’importanza della loro formazione). Perché, come già aveva capito un rivoluzionario come Gramsci, «lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza».

Andare in senso inverso, cioè amministrare l’educazione in base al suo gradimento da parte degli studenti, significa abdicare alla formazione della gioventù, vuol dire rinunciare a quella necessaria opera pedagogica che si trasmette da una generazione all’altra nella formazione dei giovani. Alla base v’è la medesima logica che fa sì che ormai siano gli studenti a dire se, quanto e come l’insegnamento dei propri insegnanti sia più o meno interessante, con la necessità di questi ultimi di non insegnare ciò che ritengono utile e indispensabile per la maturità dei propri allievi, ma di solleticare i loro momentanei impulsi e desideri, nella speranza di essere così popolari e di essere giudicati “moderni” e “interessanti”. In questo populismo educativo – del quale si è fatto inconsapevole interprete il nostro premier – si deve vedere una delle motivazioni di fondo della crisi della nostra educazione che, tutta protesa ad inseguire la modernità e le discipline più “alla moda”, rinuncia alla vera formazione che dovrebbe essere fornita alla gioventù: plasmare e forgiare la sua intelligenza, che sta alla base di ogni apprendimento futuro, di ogni capacità professionale, di ogni innovazione e creatività.

Scrivi