ACIREALE − Una settimana turbolenta questa per la storia moderna della nostra cultura: per mancanza di risorse economiche va all’asta un pezzo di storia della Sicilia, la sua tradizione più nobile del teatro di figura popolare, legata al racconto delle epiche gesta cavalleresche dei Paladini di Carlo Magno in lotta contro i Saraceni, viene venduta all’incanto, on line, a partire da ieri, dalla Galleria Pananti Casa d’Aste Pananti di Firenze. Stiamo parlando del Teatro di Emanuele Macrì di Acireale essenza di un’ampia tradizione storica, scolpita nella memoria cittadina ed arricchita dall’enorme contributo apportato da grandi personaggi abili nell’offrire al pubblico innovazioni sceniche ed evoluzioni narrative di grandissimo spessore. I lotti dei pupi appartengono alla tradizione di Acireale, ovvero alla terza scuola siciliana fondata da Mariano Pennisi nel 1887, ultimo discendente di una famiglia di pupari-cantastorie erranti che, sia pure analfabeta, sapeva recitare a memoria L’Orlando furioso e la Gerusalemme liberata. Pupi antichi dell’’800, carichi di un notevole valore iconografico, e pezzi più recenti realizzati negli anni ’50; alti 1,20 metri a gamba tesa, virili, pieni di vigore, poiché leggiamo: “I Paladini non devono avere le ginocchia articolate, devono avere le gambe rigide, perché essi, i paladini non piegano mai il ginocchio davanti a nessuno…” Alcuni sono armati in ottone; 4.000 – 5.000€ base d’asta di tutte le figure storiche, mentre quelli più recenti sono stimati tra 1.000 – 1.500 €.
Il teatro dell’Opera dei Pupi, fondato nel 1887 dal puparo acese don Mariano Pennisi, in via Tono, è stato poi trasferito nel 1928, nell’attuale sede di via Alessi. Nella rappresentazione dell’Opera dei Pupi, don Mariano seguì un gusto molto personale, introducendo tecniche e dimensioni dei pupi diverse rispetto a quelle delle scuole palermitana e catanese. Nel 1934 il testimone passò al figlio adottivo Emanuele Macrì, il quale portò l’opera dei pupi in giro per il mondo riscuotendo lusinghieri successi. Nel 1983 la Soprintendenza per i Beni Culturali ed Ambientali di Catania ha dichiarato che “il Teatro di via Alessi costituisce una testimonianza di rilevante interesse culturale in quanto unico esempio di Teatro Stabile la cui attività rimane legata alla tradizione Siciliana dell’Opera dei pupi”. La Regione Siciliana ha acquisito e restaurato il teatro, restituendo alla città di Acireale l’edificio ritenuto di grande importanza culturale, che ospita le gesta dei paladini. I locali di Via Alessi ospitano in tutto il suo splendore la Mostra permanente della Raccolta del Teatro Pennini-Macrì di Acireale, dei Pupi e delle antiche attrezzature di teatri siciliani. Tale raccolta comprende nel dettaglio pupi, teste di pupi, panche, cartelloni ed attrezzature teatrali originali. Un patrimonio che, nel “Louvre” acese, raggiunge livelli d’eccellenza, con perle artistiche d’incalcolabile valore, simboli della storia multiculturale del nostro Paese. Dal 2014 i costi dei locali dove giace il materiale e dove programmare gli spettacoli sono diventati insostenibili per la cooperativa che gestisce il teatro. Il Comune infatti, chiede l’affitto dei locali, ma nessuna compagnia è in grado di affrontare queste spese. Con la vendita all’asta si cercherà di finanziare il teatro, col tentativo, lodevole, di riportarlo in giro, itinerante, negli alberghi, nelle parrocchie, nelle scuole, nelle piazze, dove l’opera dei pupi potrà rivivere i suoi antichi rituali epici.
Nel quadro delle politiche di austerità istituite a partire dal 2008, la spesa culturale nel paese è stata tagliata in modo netto e “a soffrirne” in primis i musei, l’istruzione e la cultura in generale. In merito alla questione economica si è appurato che il museo non produce nessuna entrata annua poiché l’ingresso è completamente gratuito. Le spese di gestione dunque sono a carico dell’Amministrazione locale, mentre la messa in scena degli spettacoli veniva garantita dal ricavato della vendita dei biglietti. Ultimamente la gestione del teatro Macrì, in mano a Vincenzo Abbate, ha dovuto fare i conti con una riduzione drastica di spettatori. L’introito non basta per coprire le spese e impedisce contorni idillici! Da qui la decisione di separarsi dagli amati “paladini” e decidere di autofinanziarsi vendendo parte degli storici pezzi. Unico modo questo, per riprendere le attività e continuare a fare spettacoli.
Una collezione di preziosi, l’ennesimo indicatore dell’emergenza cronica in cui versa da tempo la nostra Sicilia, un culturicidio che deriva da una mancanza di denaro, da problemi strutturali del sistema di governo e dalla mancanza di certezze che impedisce di programmare iniziative, mostre, collaborazioni, se pur già previste e annunciate, proclamate negli anni, ma prive di ogni forma di progettualità. Il Museo Opera dei Pupi Acireale è regolarmente aperto al pubblico dal lunedì al sabato dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 16.30 alle 19.30, e in occasione delle principali festività con ingresso gratuito. Perché gratis? Perché non decidere di far pagare un biglietto d’ingresso affinché la gestione non sia solo a carico dell’ente amministrativo…? Perché, visti i dati di affluenza che il comune di Acireale dichiara di avere, (si parla di una presenza all’anno di 7000 persone tra turisti, studenti e appassionati) non istituire una biglietto d’ingresso che serva al mantenimento del museo e dei suoi circuiti collaterali? Tenere gratuito l’ingresso al museo ha un suo costo che grava sulle casse delle amministrazioni pubbliche. Come si può pretendere che in tempi di crisi le istituzioni finanzino i musei? La domanda sociale di cultura viene dal basso… Sostenere il patrimonio culturale è compito dei cittadini. Anche perché bisogna riflettere su questo: le spese che lo Stato fa per garantire la sua manutenzione ricadono comunque sulle nostre tasche.
Nei confronti di questo patrimonio è doveroso un pensiero da parte del Comune e più in generale, delle Istituzioni. Da qualche tempo a questa parte le Istituzioni sono diventate ostaggio di politiche nazionalistiche sconsiderate, che mettono in pericolo la storia del Paese. Una perdita, quella dei “custodi” della cultura, che se fosse definitiva sarebbe una tragedia, non solo per l’eredità comune e condivisa dell’Europa. Ricordiamo che dal maggio del 2001 l’opera dei pupi è stata dichiarata dall’Unesco capolavoro del patrimonio orale e materiale dell’umanità. Ha ricevuto solo piccoli finanziamenti ad hoc che peraltro non possono, coprire le spese di gestione dell’intera struttura. Non si deve permettere che questo avvenga: un paese che rimane privo della sua radice storica sarebbe per definizione senza identità artistica e culturale.
“Bagliori di corazze, mulinare di spade, pennacchi colorati e mezze lune…” recita Roberto Leydi, l’etnomusicologo che dedica all’antica tradizione dei Pupi un suo testo, a memoria dell’esistenza di una cultura musicale “altra”, che rivive attraverso la viva voce dei suoi protagonisti…
Auspichiamo che quanto prima il teatro dei pupi sia affidato ad enti privati, tramite criterio di evidenza pubblica in ossequio alle norme che regolano la concessione dei beni culturali che possono desumersi dal codice dei bei culturali e dalle circolari in materia, emanate dall’assessorato dei Beni culturali e dell’Identità siciliana.

Pina Mazzaglia

45848

Scrivi