Salvo Reitano

Fuga dall’agricoltura. Potrebbe essere il titolo di un film. Un film già visto. Dialoghi già sentiti. Il solito monologo. Deflazione che comprime i prezzi, cambiamenti climatici sempre più estremi, una burocrazia feroce e l’ultimo colpo di grazia con l’embargo russo. Per chi lavora la terra è un momento difficilissimo. Dal latte alle arance siciliane, dai pomodori al grano, spesso i prodotti dei campi sono venduti sottocosto con il risultato che in 15 anni sono fallite oltre 300mila imprese. Le cifre dell’Istat parlano di 60 aziende al giorno costrette ad alzare bandiera bianca. La chiusura di un’azienda agricola significa maggiori rischi sulla qualità degli alimenti che si portano a tavola e minor presidio del territorio, lasciato all’incuria e alla cementificazione. A salvarsi è solo chi riesce a saltare la filiera distributiva, ma non tutti se lo possono permettere.
Risultato: da decenni non si riesce a combattere concretamente i due furti ai quali è sottoposto giornalmente il nostro settore primario: da una parte il furto di identità e di immagine che vede sfacciatamente immesso in commercio cibo proveniente da chissà quale parte del mondo come italiano; dall’altra il furto di valore aggiunto che vede sottopagati i prodotti agricoli senza alcun beneficio per i consumatori per colpa di una filiera inefficiente.schermata-2016-10-27-alle-12-57-10
Così senza girarci troppo intorno, l’Italia agricola è allo stremo se non in coma. Tende anzi a scomparire questa Italia, nonostante la tenacia dei vecchi contadini, dei rari giovani che vi si dedicano con pregevoli iniziative. Dopo oltre mezzo secolo di industrializzazione, per certi versi avventurosa e qualche volta anche forzata e selvaggia, si cerca di convincere gli italiani a tornare in campagna. Ma è solamente un’idea, buona per le convention dei politici in campagna elettorale, spesso fortemente demagogica.
La verità è che chi coltiva agrumi, uva, grano, alleva bestiame o produce latte deve superare un’infinità di rischi. Ora tutti sollecitano un ritorno alla terra ma restano appelli senza risposte perché la fuga ha radici antiche e viene da lontano.
Per tornare a coltivare le nostre campagne bisogna, anzitutto, saperci fare: un’arancio, un limone, un pomodoro un chicco di grano, una pecora, un vitello pretendono cure assidue, dedizione incondizionata da sole che nasce a sole che tramonta, comprese le notti qualche volta. Un’esperienza frutto di mille conoscenze, di molteplici innesti.
Provate a guardare dal finestrino della vostra auto mentre percorrete le strade delle domeniche fuori porta. Nulla è più triste di una campagna abbandonata, ma nulla è più crudele di combattere contro gli spaventapasseri lasciati su un campo brullo. Chi crede, con facile ottimismo, di poter riportare a frutto un orto, un frutteto, un seppur piccolo allevamento di galline, indossando tute sportive e scarpette da ginnastica, è già un “chierichetto” del tempo libero.
Non abbiamo, qui, la pretesa di innalzare un elogio alla civiltà contadina dalla quale siamo stati partoriti. E’ stata, nei suoi secolari esempi, mostruosamente dura.
Ci sono pagine memorabili di grandi scrittori che ci riportano a un mondo di poveri, sempre vessati, sempre mandati a morire in trincea in nome di chissà quali ideali patrii a difendere una causa spesso solo portatrice di morte, sempre abbandonati all’ignoranza, sempre con la schiena ricurva sulla terra e gli occhi fissi sul solco.
schermata-2016-10-27-alle-13-06-16Sono storie e racconti di uomini e donne che dalla prima tenera età fino agli ottanta, se riuscivano a sopravvivere tra decine di fratelli e alle miserie, in pace e in guerra, non hanno mai smesso di lavorare e spesso a patire anche la fame.
Sono i nostri antenati. Non lo scordiamo. Quelli che partivano a piedi dai paesi etnei per raggiungere la Piana di Catania e lì restavano per intere settimane, per mesi, dormendo in caseggiati di fortuna. I “caseddi” come li abbiamo sentiti chiamare ai mezzadri che coltivavano le terre dei ricchi possidenti di un tempo. Sono quei contadini che lasciata la zappa, andavano a cercare fortuna in America, a lavorare in miniera; quelli che vestiti con un’uniforme sgualcita  e scarpe con le suole di cartone andavano a morire sul Carso, in Russia, in Africa. Braccia e mani tolte all’agricoltura e consegnate alle armi e alle trincee da dove in tanti non sono più tornati.
Sono le storie che vorremmo sentir leggere a voce alta, ogni santo giorno che Dio manda in terra, nelle scuole e nelle università italiane prima di ogni lezione: perché apre a tutti i perché delle storie maggiori e laureate.
Non è, allora, per elogiare il mondo agricolo che stendiamo con pudore questo elzeviro: ma per sostenere che il nostro stesso odio-abbandono della terra è figlio delle sofferenze dell’animo contadino che ci partorì e che ci ha visti allontanarci, ancora una volta disperatamente.
Quando sentiamo dire che il governo e le regioni vogliono assegnare ettari di terra confiscata alla mafia sorge spontanea una domanda. A chi? Agli “orfani” di coloro che hanno dovuto scappare da pianure, valli e colline? Agli eredi di quei coltivatori diretti che come traguardo finale hanno una misera pensione di 600 euro? Alle future vittime di una gelata o una grandinata che ti riduce in miseria? A chi?
Buone leggi per la nostra agricoltura è molto probabile che ve ne siano. Ma dormono nei cassetti dei burocrati romani e regionali. In fondo a questi “signori” basterà la pizza surgelata, la carne in scatola, un goccio di vino fatto con bustine e coloranti e un’arancia africana.
Sui contadini italiani, quei pochi rimasti, non piovono studi e provvedimenti degni di questo nome, solo i fulmini dell’Unione Europea che si allarga altrove e favorisce gli imbrogli import-export.
Chi ha il coraggio di rivelare che una politica agricola nel sud potrebbe risolvere ben oltre il settanta per cento dell’intera questione meridionale, dall’occupazione al reddito pro capite?
Da oltre mezzo secolo sentiamo dire agli scienziati: con l’acqua il Sud sarebbe davvero il giardino d’Europa. E invece? Nulla. L’acqua resta in mano alle mafie e si discute sulle nuove tecnologie e come innalzare ancora capannoni industriali per rilanciare l’occupazione e il terziario nel Mezzogiorno.
Intanto l’Italia viene saccheggiata da malaffare e ruberie, con la corruzione che la fa assomigliare, sempre più da vicino, al Paese di Cetto La Qualunque.  Mentre noi discutiamo, in qualche altra parte del globo fanno cartello per innalzare i prezzi. Così da domani, non solo per fare il pieno all’utilitaria ma anche per comprare due panini dovremmo indebitarci con vecchi e nuovi sceicchi del petrolio e del grano. Richiamare la favoletta della cicala e della formica ci sembra fin troppo scontato. Ce ne asteniamo.

 


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