di Anna Rita Fontana

I pensieri si affastellano, scorrendo uno dietro l’altro, anzi camminando su un telo bianco a terra, che ne diviene il palcoscenico virtuale, reale per l’occasione e fittizio a un tempo, attorniato dal parterre degli spettatori su gradoni di paglia. Ad esprimerli è Antonio Caruso che recita il suo copione preferito, in uno spazio di tempo che diviene per l’occasione performance al Teatro di Paglia, tra refoli di gradevole aria estiva, nella corte della Biblioteca Comunale “Vincenzo Bellini”. Immerso in un diario personale, Libero come un attore, una produzione del Centro culturale e teatrale Magma diretto da Salvo Nicotra, assistente di palcoscenico Enrico La Spina.ANTONIO CARUSO E TIZIANA CANTARELLA

Un flusso inarrestabile di pensieri, che l’autore attinge ad emozioni dell’attimo unico e imperdibile, e a sensazioni fugaci ma scolpite nell’animo, le une e le altre nella coscienza del suo vissuto, messe di getto sulla carta tra il 2013 e il 2014. E adesso in veste teatrale, carezzevoli e cullanti ma irremovibili, amare e ciniche. Uno scorrere senza tempo, ma che del tempo ha fatto una risorsa preziosa, cogliendo ed elaborando ciò che di bello o triste la vita può regalarci grazie al nostro esistere, dove l’unico istrionico protagonista e a un tempo regista, interloquisce con se stesso attraverso la sua voce pregnante, stentorea o sussurrata, accanto al suo alter ego, l’agilissima ballerina Tiziana Cantarella. Lei, così leggiadra come una gazzella, dà corpo a quei flussi mentali, tra parole e ascolto dei silenzi mozzafiato, che si traducono in movimenti sinuosi e guizzanti, riflessivi e intimi, aperti e solari, di fronte a un pubblico attento e partecipe, sul sottofondo delle armonie struggenti dell’islandese Olafur Arnalds, tra i disegni incisivi di un violoncello, un violino e un pianoforte.

Dagli anfratti dell’anima in un bagno di bianco, fra il telo e i vestiti dell’io che si sdoppia, ecco il ricordo dei volti bui visti in città, alienati dal vivere odierno, prigionieri e segnati dal tic tac del tempo che li guarda sornione; o il peso delle cose vissute che si lasciano sbrogliare come gomitoli di lana da lasciare al gatto.antonio caruso che recita

E con la leggerezza di un gatto l’autore anela a saltare di tetto in tetto per arrivare più vicino al cielo, col gusto di perdersi nelle cose e nel vento, di assaporare la vita apprezzandone il gusto e avvertendo i fremiti di un corpo, quale plurimo contenitore di anime che si muovono come matte, senza un perché. Non manca anche un inno alla vita, che Caruso esorta a vivere in natura, saltando come grilli e cantando come fiori, ma pronti a sorridere alla morte, salutandola con un sorriso sincero come una risata di bimbi. Un gioco di contrari, in un divenire ciclico: vivere, morire, ritrovarsi con il sole che dall’alto ride soddisfatto. Volendo- ci dice il bravissimo attore- basta poco per vivere, in un viaggio che ricorre all’evasione per stemperare le amarezze della vita e ci illude di smaterializzarci, per approdare a un luogo dove la realtà è soltanto un insieme di sogni, evanescente e presente, viva e assente. E quel luogo, immaginario e reale se si vuole, è da sempre esistito dentro di noi, che ci protendiamo verso l’infinito, con la libertà di essere tutto e niente al tempo stesso. Caruso, col gusto dell’assonanza linguistica e della parola dalla dizione elegante, si muove tra una fantasia di nuvole, tra l’essere e il non essere shakespeariano di Amleto, e librandosi mentalmente su una corporeità evanescente (sulfurei e inconsistenti sono le mie mani e il mio corpo).

Come un attore, che prima di entrare in scena si toglie il trucco, si strappa il costume e dimentica il copione. Così, entrando nudo, libero dai condizionamenti giusti o sbagliati, non conterà più esibirsi o inibirsi, nè attendere che il sipario si chiuda prima o poi o che ci siano gli applausi. Appagando così la propria anima travagliata, nell’essere attore di uno spettacolo che non esiste, dove il copione è quello della vita, suscettibile di continui cambiamenti fra l’esserci e il non esserci. L’approdo spirituale di un uomo che ha fatto propria la bellezza della libertà.
A. R. F.

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