PivatoIl libro di Stefano Pivato – Al limite della docenza. Piccola antropologia del professore universitario (Donzelli, Roma 2015) – è dedicato, non a caso a Cyrano, autore decisamente laicistico e poco rispettoso delle istituzioni; un libertino, insomma. E dunque Pivato fa, come Cyrano, una provocazione intellettuale nel trattare della figura del professore universitario e della stessa istituzione universitaria. Qualcuno potrà obiettare che non è elegante che una persona come Pivato, al culmine della carriera e dopo aver ricoperto cariche di vertice nell’università, critichi così ferocemente – ma in maniera elegante ed a tratti gustosa – la propria categoria. E invece no, sono proprio persone come lui, che conoscono dall’interno il sistema, che possono tracciare l’identikit del docente, svelarne i tic, la vanità, la litigiosità, la scarsa cura degli studenti, la perenne lotta tra tribù accademiche. Il libro non è un saggio antropologico, non ha dunque un taglio scientifico, ma è un pamphlet che mette a nudo i tratti caratteristici di una professione quasi millenaria che si tramanda modificando ben poco i suoi usi e costumi, in barba alle leggi ed ai regolamenti imposti dallo stato. E gli usi e costumi, le regole non scritte ma ferree che governano le comunità dei docenti, sono conosciuti soltanto da chi ci sta dentro. Nella prima parte del libro viene tracciato un affresco della figura del professore universitario, affresco impietoso, talvolta portato agli estremi, caricaturale, ma sostanzialmente rappresentativo dell’homo universitatis.

Il lettore attento non cadrà nella trappola della facile generalizzazione: non tutti i professori universitari somigliano a quello dipinto in questo divertissement, che è più aderente ai professori delle scienze umane e sociali che a quelli delle scienze naturali, di norma maggiormente internazionalizzati.

La seconda parte del libro ha un taglio diverso: analizza la situazione attuale dell’università attraverso i dati, le politiche universitarie, e rimarca la progressiva riduzione delle risorse disponibili. L’autore si pone dunque la fatidica domanda, “che fare?”, e dà una risposta chiara e, secondo chi scrive, saggia: è inutile continuare con la lamentazione, “dateci più finanziamenti, più posti di professore”. A tal proposito cita Edmondo Berselli che ammoniva: “E’ inutile ripetere mancano i danari. Dobbiamo prendere atto che il mondo (anche il nostro piccolo mondo) è cambiato. E allora conviene fare con i danari che ci sono”. L’autore dunque raccomanda giustamente, ai suoi colleghi di lavorare per ridisegnare, attorno a quelle disponibilità, un nuovo profilo dell’università che suoni come presa d’atto dei cambiamenti intervenuti, e di ripensare un nuovo modello nel quale l’orizzonte di un docente non sia più quello – oggi prevalente – di “far carriera”, ma quello di fare bene il mestiere di insegnante e ricercatore. Sostiene infine che c’è bisogno che le intelligenze, le positività e le pratiche virtuose, che pure all’università non mancano, prevalgano su quelle consuetudini non sempre commendevoli che fanno notizia sui giornali.

Il libro ha due pregi: il primo è che rappresenta un’utile fonte di informazioni per chi vive fuori dell’università, ed un utile strumento di autocoscienza per chi ci vive dentro. Il secondo è rappresentato dalla sua “unicità” nel panorama della pubblica amministrazione: il fatto che un professore universitario “lavi i panni sporchi in pubblico”, che apra le finestre per far entrare la luce del sole, non ha pari nelle altre professioni pubbliche. Non risultano pervenuti simili libri che “sbertuccino” i magistrati, i burocrati, i diplomatici, i poliziotti, i tecnici delle varie amministrazioni pubbliche. Forse è anche per questo che l’università, pur con tutti i suoi acciacchi, i suoi vizi, e con i suoi alti e bassi, sopravvive e prospera da quasi un millennio. In fondo, il libro è un bell’esercizio di democrazia – e ciò può suonare paradossale, visto che tratta di un ambiente di “mandarini”, regolato dalla cooptazione.

A proposito dell'autore

Giorgio Sirilli è dirigente di ricerca presso l’Istituto di ricerca sull’impresa e lo sviluppo (CERIS) del CNR. Economista e statistico, si occupa di politica scientifica e tecnologica, economia del progresso tecnico, indicatori della scienza e della tecnologia, management dell’innovazione, risorse umane per la scienza e la tecnologia, dimensione territoriale dei processi innovativi, valutazione della ricerca. Ha svolto attività di ricerca allo SPRU, Università del Sussex, Regno Unito e all’OCSE, Parigi, ed ha insegnato in varie università italiane e straniere. E’ autore di oltre 200 pubblicazioni scientifiche, tra cui il libro Ricerca e sviluppo. Il futuro del nostro paese: numeri, sfide, politiche, Il Mulino, Bologna, 2005. Presidente del Gruppo di esperti nazionali sugli indicatori della scienza e della tecnologia dell’OCSE (1984-2002) e del Consiglio scientifico dell’ “Osservatorio sulla scienza, la tecnologia e le qualificazioni” del Ministero della ricerca e dell’educazione del Portogallo.

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