CATANIA – La drammatica vicenda dei ragazzi campani che tolsero l’amianto dai vagoni delle Ferrovie dello Stato è in fondo così simile alle storie di altri operai avvelenati da lavorazioni assassine. In Sicilia ne sappiamo qualcosa.

È vero, la commissione Sanità dell’ARS ha recentemente dato il via libera al disegno di legge n. 381 sull’amianto e la Regione si è impegnata a stanziare 18 milioni di euro per intervenire. Il piano, però, aspira a cancellare in fretta vent’anni di ritardi, di norme disattese e somme mai utilizzate, visto che insieme alla Calabria siamo rimasti l’unica regione a non aver ancora provveduto.

L’assordante, pericolosissimo silenzio che circonda l’amianto può essere interrotto solo chinandosi per “chiedere alla polvere” di raccontarci le sue storie negate, come l’equipe di ricerca diretta da Antonello Petrillo è riuscita a fare dialogando con gli operai sopravvissuti alle lavorazioni killer dell’Isochimica di Avellino.

Perché queste vicende non debbano ripetersi, ancora e ancora, a costo di vite umane e scempi ambientali, c’è bisogno di una presa di coscienza collettiva, di un’azione di controllo e tutela, che vigili sul risanamento, la bonifica e il corretto smaltimento dei materiali a rischio.

L’incontro di venerdì 13 novembre) sarà l’occasione per discuterne insieme al curatore del libro “Il silenzio della polvere” (Mimesis 2015), al sociologo messinese Pietro Saitta, a Mara Benadusi, antropologa dell’Università di Catania, e ad Enzo Parisi, responsabile “Dipartimento Industria” di Legambiente Sicilia.

L’incontro, aperto a tutti, è promosso da Vulcanìc, spazio di coworking e incubatore d’impresa sociale e si terrà a Catania, in Viale Africa 31, dalle 18:00 alle 20:00.

“Il silenzio della polvere”

Negli anni Ottanta, in una piccola città del Meridione interno, centinaia di giovani vengono radunati su di un piazzale in periferia. A tutti coloro che hanno meno di vent’anni viene chiesto di fare un passo in avanti: un’impresa, costituita per l’occasione, li assumerà per effettuare una delle operazioni più inquietanti della storia industriale del nostro Paese. A mani nude, senza mascherine né tute protettive, decoibenteranno dall’amianto – in pieno centro abitato – poco meno che l’intero parco rotabile (vagoni ed elettromotrici) delle Ferrovie dello Stato. L’indagine socioetnografica di URiT ricostruisce attraverso le biografi e dei sopravvissuti (operai e abitanti del quartiere, molti dei quali gravemente ammalati), le omertà e i silenzi delle istituzioni di controllo e del ceto politico locale: una vicenda apparentemente incredibile, che può essere invece considerata un paradigma delle modalità attraverso le quali alcuni territori, economicamente e socialmente “deboli”, sono stati costituiti in sede privilegiata per la localizzazione di lavorazioni pericolose.

Antonello Petrillo insegna Sociologia Generale e Topografie dello Spazio Sociale presso l’Università di Napoli “Suor Orsola Benincasa”, dove dirige URiT, Unità di Ricerca sulle Topografie sociali finalizzata allo studio dei dispositivi di controllo e gestione dello spazio e dei corpi all’interno delle dinamiche globali del tardo liberalismo e delle pratiche di resistenza da esse generate a livello locale.

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