Un brano, un unico brano fa partire la “traiettoria” musica-cinema che vi proponiamo. Si tratta di An American Tune, di Paul Simon, nell’interpretazione di un jazz vocalist raffinato ed eclettico come Kurt Elling. La melodia è semplice, come riuscivano ad esserlo tutte le composizioni dei due menestrelli Simon & Garfunkel: una struttura singolarmente composta da venature folk e gospel che si intrecciano, con quel poco che basta ad esaltare la lyric e la malinconia che la ispira.

Ma la versione di Elling è qualcosa di stupefacente! La filigrana soffice, la sensualità baritonale, l’assoluta capacità di intonazione, il feeling meraviglioso che esalta proprio la blackness sottesa, il controllo di una dizione drammatica che moltiplica la commozione del tema, e tutto intorno – e sotto e dentro – l’unica voce strumentale armonizzante del piano di Laurence Hobgood che scandisce, con mirabile sintesi e senso della messa in scena, il perfetto storytelling del cantante di Chicago.

Se ascoltate questa meraviglia con lo stato d’animo giusto ritengo probabile (molto) che avrete perfino bisogno di una risma di fazzolettini: sono tre minuti fulminanti, che vanno dritti al cuore, fanno rizzare i peli e riconciliano col mondo.

Dopo aver ascoltato, provate a guardare American Hustle, ultimo lavoro di David O. Russell. Il cast stellare non inganni: gli attori, strepitosi (e non potrebbe essere diversamente, con gente del calibro di Christian Bale, Bradley Cooper, Jennifer Lawrence…..), sono totalmente al servizio del regista, che procura una immersione acida nell’American trip dei seventies, ma non quelli ancora sognanti di Woodstock e delle adunate hippies, bensì quelli sporchi, cattivi, metropolitani del malaffare, della disco music, del tramonto del sogno.

La storia, di spie e di agenti federali più schizzati dei criminali,  è quella di personaggi che ingaggiano fra di loro una gara, una strenua gara, a chi mente più e meglio, in un crescendo di doppi, tripli e quadrupli giochi da cui si viene fuori solo in un modo: interrompendo la visione nel punto in cui Russell ce lo impone. Perché fosse per lo spettatore, non basterebbe mai. Una movie-addiction che vi farà rivedere il film altre decine di volte.

Sembrano gli ingredienti fondamentali della “nazione” americana. Ma ricordiamolo: da un’altra parte c’è sempre qualcuno che canta An American Tune. E noi rifacciamo pace con gli yankees…….

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A proposito dell'autore

Sandro Vero
Esperto in processi di comunicazione, psicologo

Si laurea in psicologia sperimentale a Roma. Dopo esperienze lavorative nell’ambito psicopedagogico inizia la sua attività in ambito sanitario. Contemporaneamente collabora con l’Università di Roma prima e di Catania poi come cultore della materia. Dal 2003 al 2009 è docente a contratto di psicologia della comunicazione presso la Kore di Enna. Ha pubblicato numerosi articoli scientifici e due volumi, uno su “Le strutture profonde della comunicazione” e l’altro su “il corpo disabitato: fenomenologia del fitness”. Dal 2008 cura i processi comunicativi dell’ASP 7 di Ragusa. Dal 2011 svolge attività pubblicistica per testate on line e la rivista “Le Fate: identità e cultura siciliane”. L’area dei suoi interessi va dalla filosofia alla musica al cinema.

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