di Agnese Maugeri

Catania – Bisogna credere nelle istituzioni e nello stato, noi cittadini abbiamo necessità di sapere che esista qualcuno che ci tuteli e protegga, dobbiamo pensare che vi sia una giustizia dove ogni torto venga ripagato e dove l’ordine, quello vero e imparziale, possa essere ristabilito. Ci sono casi in cui la nostra “fede” vacilla, le famose bugie di stato, le stragi di stato, pongono in noi dubbi e incredulità sul perché le istituzioni delegittimano questi fatti, sono tante le domande che ancora oggi a distanza di anni attendono una risposta. Tutto questo non fa altro che produrre ferite e dolore, sia su chi è vittima e subisce queste atrocità, sia sul tessuto sociale che incredulo perde fiducia sentendosi smarrito.

Amnesty International in occasione del suo quarantesimo compleanno inaugura un nuovo anno a fianco dei diritti umani. Per tale occasione il gruppo regionale di Amnesty International Sicilia (gruppo 72 Catania) nella sala refettorio del Palazzo della Cultura ha conferito un premio a Lucia Uva “testimone di tortura in Italia” per le vicende che segnarono per sempre la vita del fratello Giuseppe.

Presenti al convegno insieme alla signora Lucia Uva, la responsabile del gruppo 72 Catania Antonella Petrosino, l’assessore ai saperi e alla bellezza condivisa Orazio Licandro, Andrea Lodato giornalista e relatore dell’incontro, l’attrice Ester Anzalone, Liliana Maniscalco responsabile Amnesty della regione Sicilia e Giuseppe Provenza membro del coordinamento Europa della sezione Italia di Amnesty International e responsabile del gruppo 243 Palermo.

«La storia che ci racconta Lucia Uva è drammaticamente simile a quella di tanti altri di Federico, Riccardo, Stefano, Aldo, Marcello, Giuseppe. Cosa scatta in chi crede nelle istituzioni e vuol continuare a farlo ma si trova davanti a una fitta coltre di bugie che viene somministrata in maniera così terribile?» Con questa domanda Andrea Lodato ha iniziato la lunga intervista a Lucia Uva, un racconto netto, duro, di questi sette anni di silenzio, di macchinosi inganni, di sotterfugi, di processi vuoti e ingiustizie per celare una verità troppo scomoda, quella realtà dei fatti che farebbe traballare il sistema, un prezzo troppo basso al cospetto di una vita umana eppure troppo caro per quegli equilibri istituzionali tenuti uniti da un ponte di carta.

IMG_1861Nella risposta che Lucia Uva ha dato al giornalista c’è tutto quello che il suo animo, la sua famiglia e Giuseppe hanno subito in questo interminabile calvario. «E’ un’eutanasia immediata che ti danno appena accade il dramma. Noi non siamo qui per parlare male o contro lo stato, le forze dell’ordine o la giustizia. Io sono una vittima, mi hanno portato via mio fratello senza un perché e sono sette anni che chiedo e attendo una motivazione, che voglio sapere la verità. Sono solo arrabbiata con quegli 8 uomini, 6 carabinieri e 2 poliziotti, che quella notte dovevano tutelare Giuseppe, perché era dentro la loro caserma e aiutarlo se aveva bisogno del medico e invece li dentro mio fratello è morto».

La storia di Giuseppe Uva è famosa alla cronaca, l’uomo era stato fermato insieme all’amico Alberto Biggiogero la notte del 14 luglio del 2008, dopo essere stato portato in caserma e trattenuto, Uva morì sete ore dopo in ospedale a causa di un’insufficienza respiratoria con conseguente edema polmonare.

Lucia racconta di trovarsi in macchina in partenza per Senigallia con la figlia al momento della telefonata che l’avvisava, in un primo momento che il fratello si trovava ricoverato in ospedale nel reparto di psichiatria perché carabinieri lo avevano trovato ubriaco per strada che si picchiava e sbatteva la testa contro i muri, subito dopo ha ricevuto una seconda chiamata da suo figlio che le ha annunciato la morte del fratello.

Una volta rientrata a Varese Lucia si è recata in ospedale e lì nell’obitorio ha visto il corpo esanime del fratello, il suo dolore in un instante è mutato in freddezza. Il volto di Pino era irriconoscibile pieno di ematomi e bruciature di sigarette, così Lucia ha invitato tutti a uscire dalla sala, una volta rimasta sola con alcuni familiari ha tolto il lenzuolo che copriva il corpo e davanti ai suoi occhi si è palesata l’orrenda realtà.

Giuseppe era ricoperto di ematomi, non c’era uno spazio pulito e candido nella sua pelle, le sue gambe tumefatte, Lucia si è subita accorta che il fratello indossava un pannolone, presa dall’impeto di rabbia glielo ha tolto ed ha notato che era sporco di sangue, qualcuno evidentemente gli aveva rotto il retto. Gli indumenti di Giuseppe erano ricoperti di 78 schizzi di sangue, Lucia con estrema lucidità ha iniziato a fotografare il corpo, i lividi, quelle foto le ha tenute senza dire nulla a nessuno finché non è uscita la prima autopsia che decretava la morte di Giuseppe dovuta a un cocktail di farmaci datogli dai medici, senza menzionare i lividi. Quattro anni di processo vuoto e ingiusto, come lo definisce la signora Uva, contro dei medici innocenti che hanno subito gravi danni nella loro professione.

Dopo tre anni e mezzo il giudice ha deciso di ripetere l’autopsia sul corpo di Giuseppe, questa volta l’esame ha rivelato che il decesso non era stato causato dai farmaci ma da ciò che era successo all’interno di quella caserma e quindi per via delle innumerevoli percosse.

Da quel momento si sono susseguite una serie di bugie, di risposte celate, di incongruenza sui fatti, di domande che Lucia ha posto ma di cui ancora attende riscontro.

Lucia ha dovuto pagare le spese di questo “processo vuoto” ha venduto la casa, la macchina, impegnato il suo oro ma ancora non si è giunti a nessuna conclusione e la verità sembra essere lontana.

La sua storia è simile a quella di molte altre famiglie, la morte di Giuseppe è una procedura uguale ad altri casi. La lunga intervista tra Lucia Uva e Andrea Lodato è stata intervallata dall’attrice Ester Anzalone che ha letto alcuni brani del libro “Una sola stella del firmamento” trattante la vicenda del giovane Federico Aldrovandi scritto da sua madre Patrizia Moretti.

In questi sette anni sono cambiati tre PM ma il processo continua nella solita incertezza, intanto il tempo scorre e la prescrizione è ormai prossima, quello che Lucia chiede è solo la risposta a due semplici domande: «Perché Giuseppe era in quella caserma? Perché c’erano quei 78 schizzi di sangue nei suoi indumenti? Fino a che non riceverò le risposte che cerco io non mi fermerò. Mi hanno accusata di fare un processo mediatico ma io devo rivolgermi ai mezzi di comunicazione non perché mi faccia piacere ma per mantenere alta l’attenzione su mio fratello se no tutto verrà sepolto sotto il nulla».

Giuseppe Provenza durante il suo intervento ha dichiarato che Amnesty International si sta prodigando a far inserire l’introduzioneIMG_1864.JPG del reato di tortura che segnerebbe una svolta eclatante nelle nostra costituzione, soprattutto si chiede che sia un reato specifico alle forze dell’ordine con l’obbligo di telecamere all’interno delle caserme e nelle auto delle pattuglie così come avviene in molti paesi americani. Questo tutelerebbe sia le forze dell’ordine sia i cittadini e una mancanza che si dovrebbe presto sopperire in un paese democratico.

Al termine dell’incontro è stata consegnata la targa di Amnesty a Lucia Uva testimone di tortura in Italia, la signora ringraziando ha ricordato tutte le famiglie delle vittime come Giuseppe che si sono riunite nell’associazione ACAD associazione contro gli abusi in divisa: «la targa voglio dedicarla a tutte le donne che hanno perso un figlio, un marito, un fratello, questa non è una battaglia solo mia ma anche delle mie sorelle, ormai ci chiamiamo così, è nostro diritto sapere perché degli uomini ci hanno portato via un nostro caro senza un motivo».

La storia di Giuseppe è agghiacciante e la forza di Lucia emblematica, una donna che cerca la verità combattendo contro tutto e tutti per dare una degna conclusine a questa atroce vicenda, per onorare la morte del fratello.

È necessario fermarsi e riflettere: quando la giustizia travalica quel sottile filo tramutandosi in maledetta, non svolgendo più la sua funzione primaria?

Agnese Maugeri

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