Vivere Catania convinti di potersi muovere con un bus AMT la realtà della cronaca 

Marco Spampinato
 
CATANIA – Quando Elia Kazan traspose su pellicola il capolavoro di Tennessee Williams molti compresero che quel Tram si chiamava Desiderio per la voglia della protagonista di evadere da una realtà dura, di espiare alle proprie colpe ponendo fine alle personali e altrui sofferenze, di voltare pagina con la residua speranza di ritrovare il sorriso anche lontano dall’ombra del ponte di Brooklyn.
A Catania non abbiamo i tram, non ci sono i filobus ma persistono, come nella maggior parte delle città italiane gli autobus.E non c’è speranza che si possa immaginare neppure allontanandosi abbastanza dall’ombra del protettivo e massiccio “Liotru” che da secoli guarda la sua città dall’alto della sua posizione di privilegio in piazza Duomo. E quello che si offre ai cittadini non è certo il servizio pubblico che uno si può immaginare, e dovrebbe pretendere e ottenere, e neppure si può definire questa latitanza un biglietto da visita, minimamente accettabile, per chi volesse visitare la città usufruendo dei mezzi pubblici.
In questa città massacrata e massacrante, dove chi amministra minimizza, con sorriso, inducendo a pensare chi legge i comunicati del Comune di Catania che «Va tutto bene» ci sono fatti, e disservizi, ancora più gravi di quello che riportiamo. Ma questo articolo – che vuole essere l’ennesimo rimando, richiamo, lamentela con richiesta di risposta rivolta al sindaco di Catania, Enzo Bianco, e al neo presidente (la nomina e della scorsa fine di settembre) dell’Azienda Metropolitana Trasporti, Puccio La Rosa – desidera porre l’accento su quanto constatato questa mattina di venerdì 14 ottobre 2016. Quanto meno per indurre a riflessione chi di dovere.
Ore 09.32 fermata AMT posta di fronte il civico 400 di via Etnea, senso di marcia in direzione Gioeni. Persone in attesa del mezzo pubblico due. Diverranno quattro 10 minuti dopo, si alterneranno, alcuni andandosene via dopo mezz’ora passata invano altri arrivando dopo.
Ore 10.00, stessa fermata dell’autobus, persone in attesa otto. In 28 minuti non è passato alcun mezzo di trasporto nonostante la segnalazione luminosa ne dava ben due, differenti, in arrivo e passaggio già tempo prima. Una signora contenendo il suo malcontento ci informa che è lì dalle 09.14 ma di autobus, fino a quel momento che ci vede dialogare brevemente, non ne ha visti passare neppure in direzione del Viale Mario Rapisarda.
La via Etnea è l’arteria principale del cuore pulsante della città e da quel tratto si prevede il passaggio di sei differenti linee dei bus dell’AMT. Niente. La giornata è uggiosa e il fresco mitiga l’attesa peraltro snervante. C’è di meglio, rispetto a un non recente passato quanto l’AMT era Azienda Municipale Trasporti e sapeva produrre buchi di bilancio crescenti in centinaia di milioni all’anno e, dopo, in decine di migliaia di euro, poi milioni di euro annuali. Allora il cittadino inveiva contro il sindaco di turno, non di rado vista la continuità in alternanza toccava sempre a Bianco e ai vari presidenti rei, secondo il volgo, del costante, imbarazzante, disservizio.
Oggi la gente ha forse altri pensieri, mugugna piano, guarda nel vuoto, scrive un sms per scusarsi per il saltato appuntamento. Roba da poco, quindi. Siamo cittadini più civili o, più probabilmente, abbiamo perso sia la fiducia che la speranza. Certo si rammarica che nessuno paghi mai, di tasca e di persona, per i buchi di bilancio, per gli stipendi a singhiozzo ai dipendenti, per la mancata programmazione, per lo sfregio giornaliero alla città e ai suoi fruitori.
Il gentile, ma beffardo, messaggio luminoso che va in loop sotto gli avvisi di arrivi prossimi di autobus, che non si intravedono neppure guardando lontano e malgrado l’orologio segni già le 10.10, avvisa gli utenti che, a ben donde, definiamo potenziali e, anche, casuali: “Siamo spiacenti per il disagio causato dalla momentanea mancanza di autovetture”. Anche questo è un segno, in miglioria, dei tempi che passano anche se avrebbe un suo residuo senso se almeno una segnalazione di mezzo pubblico in avvicinamento fosse veritiera.
Niente. Minchiate. Si va a braccio. Pure invenzioni condite da numeri di corse fantasma.
Nulla. E sono le 10.15.
Tra indefessi e nuovi arrivi si è radunata la piccola folla di 16 persone. Tra questi c’è chi dovrebbe essere in clinica, chi al Policlinico dell’Università. Allora chi può permetterselo chiama una società di taxi riconosciuta, poi una seconda, per scoprire che non c’è niente da fare, non ci sono vetture disponibili. Riprova daccapo dopo 4 minuti prima a una compagnia e, dopo alla successiva, nulla tutti i taxi sono impegnati. E si può anche immaginare il perché.
10.18 c’è un autobus AMT all’orizzonte anzi, questo, superato l’incrocio con viale XX Settembre sale proprio percorrendo la via Etnea dove il piccolo nugolo di gente pare rianimarsi. È il numero 448 e poco importa che la segnalazione luminosa alla fermata ci aveva preannunciato l’arrivo in serie del 536 e del 556, che diamine, a qualcuno andrà bene ugualmente anche questo 448. Ovvio, poi, che ad attendere, a perdere il proprio tempo che diviene inutile e infruttuoso, si sta tutti in piedi e che non esista pensilina per ripararsi da sole o acqua.
All’arrivo del mezzo, e una volta aperte le portiere, siamo testimoni della pratica barbara e inaccettabile che viene richiamata da un anziano signore che sentenzia «Nun c’è cchi ffari, chistu è chinu come n’ovu». E, in effetti, la popolazione all’interno del mezzo è stipata fino all’inverosimile, come non si dovrebbe, né potrebbe marciare. Ma questo non basta a scoraggiare 6 utenti che provano a salire. Tre ce la fanno, per altri tre meno aitanti o discretamente ben messi la missione risulterà impossibile. Scene già descritte nei libri e nei film che hanno come protagonista il regionier Ugo Fantozzi interpretato da Paolo Villaggio.
Ma questa è cronaca e, volutamente, non aggiungiamo ironia o sarcasmo.
Alle 10.22 e alle 10.26 arriveranno, finalmente, altri due bus AMT fortunatamente non stracolmi. Noi saliamo sul secondo che ci porterà a un chilometro circa dalla destinazione prescelta (del mezzo che ci avrebbe portato a due passi dal nostro appuntamento non si ha notizia e allora preferiamo recuperare un passaggio da quello che ci porterà meno distante possibile) e ci affidiamo a un aiuto dal Cielo per evitare che quei bus così sudici, impresentabili e obsoleti non si fermino, per giunta, a metà corsa.
Tra una fermata e la successiva piccole folle in attesa del mezzo di trasporto pubblico. Superiamo piazza Borgo e registriamo anche la consueta assurdità delle varie fermate poste a meno di cento metri l’una dall’altra; cosa, almeno questa, alla quale si potrebbe ovviare. Poi riflettiamo che potrebbe trattarsi dell’utile espediente per dividere la massa nella speranza di lasciare a terra, e a piedi, meno gente possibile e anche di dividere il malcontento.
Dividi et impera.
Dovrebbero riflettere, sindaco Bianco e presidente La Rosa, anche l’assessore ai trasporti dovrebbe farlo. Qui più che BRT l’acronimo, e rimando fumettistico, sarebbe BRR dai brividi di freddo che dovrebbero cogliere chi ancora definisce questo come “servizio”.

-- SCARICA IL PDF DI: AMT Catania: 64 minuti, il tempo insopportabile di un'attesa evitabile --


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