La riflessione sulla globalizzazione è un fenomeno ormai noto all’opinione pubblica ed è prevalentemente orientata verso l’economia e la cultura. Una minore influenza e un minore successo hanno spesso quelle riflessioni che affrontano i temi della globalizzazione giuridica o che considerano il fenomeno della globalizzazione dalla prospettiva solo ed esclusivamente dal punto di vista giuridico.

È un tema estremamente interessante e anche estremamente ampio. Una cosa è certa: lo sviluppo vertiginoso del diritto internazionale negli ultimi vent’anni ha smentito e superato molte impostazioni teoriche e culturali giuridiche e filosofiche legate al cosmopolitismo e alla filosofia politica.

Il cosmopolitismo antico proveniente dalla grecia e il cosmopolitismo illuminista sono caratterizzati dall’idea dell’esistenza di un diritto naturale universale e hanno una certa diffidenza per il molteplice e il particolare. L’universalità giuridica della comunità giuridica globale è stata spessissimo contrapposta alla pluralità degli ordinamenti particolari. Secondo questa visione del cosmopolitismo universale e particolare sono in netta contrapposizione tra loro.

Questa visione è stata ormai completamente smentita dalla prassi del diritto internazionale e anche dal cosmopolitismo moderno. Semplificando molto, nella prospettiva attuale universale e particolare non sono in contrapposizione ma sono entrambi elementi positivi da valorizzare. Accanto a grandi principi comuni e uguali per tutti, il diritto internazionale ha cominciato a valorizzare anche le differenze soprattutto in ambito culturale. L’UNESCO ha sviluppato la nuova frontiera dei diritti culturali. Tale approccio è giustificato con un paragone con la biologia: alla varietà della biosfera e degli esseri viventi deve corrispondere anche nel diritto un adeguato riconoscimento delle differenze e delle varietà culturali.

Purtroppo nel mondo universale e particolare sembrano ben lungi dall’integrarsi e constatiamo invece in una certa prospettiva l’appiattimento del mondo verso un modello economico consumista. E proprio tale modello produce disuguaglianza e mette a repentaglio la tenuta ambientale del pianeta. Sul fronte opposto ci sono chiusure estreme in nome dell’identità e della differenza operate dai nazionalismi e dai fondamentalismi religiosi.

La tematica del complesso rapporto tra universale e particolare ritorna spesso nell’applicazione quotidiane del diritto internazionale e forse ci permette di identificare i due polmoni con cui dovrebbe funzionare l’organismo della comunità-mondo. A mio modesto parere, questi due polmoni possono essere ricavati dal confronto del modus operandi della Corte di Giustizia dell’Unione Europea e della Corte Europea dei diritti dell’uomo. Queste due grandi corti hanno assunto un enorme importanza nel panorama europeo e hanno dato vita a due sistemi di tutela del diritto molto diversi tra loro.

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) ha operato in un contesto che sino al 2000 (ante proclamazione Carta di Nizza) era caratterizzato dalla presenza di organizzazioni di carattere economico come la CEE e la CECA. Operando in questo contesto, possiamo dire che spesso la lex mercatoria ha finito per prevalere sulle questioni legate ai diritti fondamentali. Non si vuole sostenere che la CGUE non si sia occupata di diritti fondamentali, ma che la presenza di esigenze economiche ha portato la corte ad affermare il primato del diritto comunitario sui diritti nazionali e soprattutto a cercare di fornire un interpretazione uniforme ed omogenea del diritto comunitario per tutta l’Unione Europea. L’azione interpretativa della Corte tende quindi ad uniformare e ad evitare i particolarismi che sono dannosi per i commerci e la libera circolazione delle persone e dei servizi.

L’approccio della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo è profondamente diverso. Pur riconoscendo, dei diritti universali e tendenzialmente uguali per tutti gli stati membri della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo in molte sentenze ha riconosciuto ampi margini di discrezionalità agli stati e ha aperto anche al riconoscimento dei diritti culturali.

La Corte Europea dei diritti dell’uomo istituita in seno al Consiglio d’Europa è divenuta il modello di riferimento di altre Corti che tutelano i diritti umani nel mondo. Si parla di regionalizzazione dei diritti umani. Queste Corti però utilizzano Carte dei diritti che traducono i diritti umani attraverso le culture di regioni del mondo come l’Africa, l’Asia e il mondo islamico.

Il rapporto tra universale e particolare viene costantemente scritto e riscritto seguendo questi due approcci. Il giurista, il giudice e l’operatore del diritto sono forse i veri ed unici mediatori culturali presenti nel globo e dovrebbero essere in grado di garantire un corretto equilibrio tra universale e particolare, uno standard minimo di funzionamento del diritto uguale per tutti, un corpus di regole in grado di assicurare il collegamento tra ordinamenti diversi e la circolazione degli istituti giuridici.

Il diritto internazionale smentisce la retorica dell’identità e delle radici. Se proprio dobbiamo utilizzare una metafora legata al mondo della biologia, più che di radici dovremmo parlare di frutti e della condivisione dei frutti di tutte le culture del mondo sulla tavola del globo in una dimensione di incontro e convivialità.

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