Nella intervista del settembre 2013 di Antonio Spadaro S.I. su “Civiltà Cattolica” alla domanda un po’ a bruciapelo in terza persona: “Chi è Jorge Mario Bergoglio?“, il Papa rispondeva: «io sono uno che è guardato dal Signore. Il mio motto Miserando atque eligendo l’ho sentito sempre come molto vero per me». L’intervistatore opportunamente ha chiarito: «Il motto di Papa Francesco è tratto dalle Omelie di san Beda il Venerabile, il quale, commentando l’episodio evangelico della vocazione di san Matteo, scrive: “Vide Gesù un pubblicano e, siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse, gli disse: Seguimi”».

Il Potenfice ha quindi aggiunto: «il gerundio latino miserando mi sembra intraducibile sia in italiano sia in spagnolo. A me piace tradurlo con un altro gerundio che non esiste: misericordiando».

Il giornalista Jorge Milia, ex-alunno del prof. Bergoglio, si è successivamente soffermato su tale stilema lessicale del Pontefice nell’articolo «’Misericordiando. Diálogo con el Papa sobre un gerundio curioso» del 20.XI.2013 in “Terre d’America“, prontamente tradotto su “L’Osservatore Romano“. Jorge Milia osserva che tale bergoglismo è «probabilmente quello a lui più caro, che sfugge anche al lunfardo (slang) di Buenos Aires perché solo lui, il suo autore, ne detiene la paternità esclusiva». E a sua volta chiede al Pontefice: «Perché ‘misericordiando‘? La gente non lo capisce molto bene ma piace tanto». Ottenendo come risposta la motivazione già fornita ad A. Spadaro: la intraducibilità del latino ‘miserando. Il giornalista ha quindi giudicato il misericordiare «una bella trovata, o meglio, un bel neologismo ‘papale-papale’. Anche perché in spagnolo, e anche in italiano, ‘miserando’ suona più a ‘misero’ che a ‘misericordioso’ […]». Con l’avallo (autorevole e condivisibile) del Pontefice: «– Può darsi…».

Dinanzi a queste affermazioni, qual’è la posizione del linguista? Il neologismo verbale bergogliano misericordi-are ‘avere misericordia’ si configura (sia in spagnolo che in italiano) come verbo tratto dal nome misericordia. Una regola, questa, attiva nella grammatica mentale di ogni nativofono, come dimostrano esempi di verbi denominali, quali emocion-ar/emozion-are, pen-ar/pen-are, obsesion-ar/ossession-are, ecc.

In termini di formazione della parole, il Pontefice ha quindi costruito il verbo ‘misericordiare‘ grazie alla regola attiva di derivazione di verbi denominali. Da questo punto di vista, il parlante non “crea” regole, ma applica (più o meno inconsciamente) le regole interiorizzate. Creazione, è solo il risultato dell’applicazione della regola, ovvero il particolare verbo. Ma lo storico della lingua, ‘sospettoso’, che si chieda se questa specifica creazione verbale ha avuto luogo per la prima volta nel 2013, può constatare, con la complicità paziente di Google libri, che in realtà sia in spagnolo che in italiano i verbi misericordiar / misericordiare erano stati già formati.

La voce spagnola appare infatti due volte. Così in una traduzione spagnola del 1749 di un testo di Ramon Llull (1233-1315): «Dios es Misericordia, y Acto de Misericordia es Misericordiar; y por cuanto el perdonar y el misericordiar se convienen entre sí, la imaginacion en la fantasía de Blanquerna quiso imaginar, que en Dios huviesse perdonar eternamente» (p. 398).

In italiano, il termine è segnalato come arcaico nel Dizionario del Tommaseo-Bellini ([1861] 1865-1879) con tre presenze in una traduzione biblica, sembrerebbe, del ’400: (i) Ecclesiaste 18. «Colui che riceve la dottrina di misericordiare, misericordii (Miseretur excipiens doctrinam miserationis)». E quindi: (ii) Geremia 31. «Ancora mi ricorderò di lui… e misericordiando (miserans), averò misericordia di lui, dice Iddio».

Stando così le cose, il misericordiar(e) del Papa è stato formato in due diversi momenti della storia delle due lingue: nel ’400 in italiano e (almeno) nel ’700 in spagnolo. Ma ha avuto brevissima vita. Morto, misericordiare – con la presenza del latino cor, cordis ‘cuore’ – è rinato nel 2013 grazie al Pontefice, con tutto “un avvenire” dinanzi a sé.

A proposito dell'autore

Docente di linguistica generale all'università di Catania

Salvatore Claudio Sgroi, ordinario di linguistica generale (Università di Catania), è stato pres. del corso di laurea in "Culture e linguaggi per la comunicazione", fa parte della direzione del "Bollettino del Centro di studi filologici e linguistici siciliani", del comitato di redazione "Le Forme e la Storia", e collabora a importanti riviste italiane e straniere di linguistica. È autore di circa 400 saggi e di numerosi volumi, tra cui i più recenti sono Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica dalla parte del parlante, UTET 2010; Scrivere per gli Italiani nell'Italia post-unitaria, Cesati 2013; Dove va il congiuntivo? Il congiuntivo da nove punti di vista, UTET 2013.

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