La frase «Gesù allevi le sofferenze dei cristiani» pronunciata da papa Francesco in occasione della Pasqua il 5 aprile 2015, e riportata nel titolo dell’art. di S. Rame “Papa Francesco alla Messa per Pasqua”, è stata oggetto quasi di “scandalo” grammaticale, suscitando in Google commenti privi di fondamento:

(i) «Di sicuro [il Papa] disconosce [recte: “ignora, non conosce”] che il Congiuntivo Presente e l’Imperativo Presente per la terza persona singolare del verbo ALLEVIARE prevedono la doppia ‘i’.”; (ii) «ps. al titolista. ‘gesù allevii e non allevi’». (iii) «Ma i titoli del Giornale, li scrive la Santanchè? Credo di si, vista la padronanza dell’‘Itagliano’….. O è sempre colpa del T9». (iv) «Spero che l’errore ortografico nel titolo sia dovuto soltanto a un mero errore materiale, ma sarebbe comunque opportuna una maggiore attenzione. Non ho mai visto ‘allevare’ sofferenze». E (v) al limite della volgarità: «Con questa semiotica si fotte la semantica».

Proviamo a fare un po’ di chiarezza, dinanzi a manifestazioni di così scarsa competenza della lingua propria e altrui, e anche della grammatica scolastica.

In primo luogo, il linguaggio di una autorità quale è il Papa – per principio – ovvero per un elementare principio di teoria sociolinguistica – è in virtù del ruolo che incarna un modello linguistico. Quindi il suo esempio non è “errato” ma al contrario è potenzialmente da imitare.

In secondo luogo, la frase in questione non è affatto errata perché è semanticamente chiara, trasparente e priva di ambiguità (Il Papa non ha affatto detto “allevare le sofferenze”).

In terzo luogo, i testi istituzionali autorizzati a denunciare come “errata” la forma “allevi (le sofferenze)” in quanto congiuntivo di alleviare sono le grammatiche e i dizionari. Ma dizionari autorevoli quali il Grande Dizionario della lingua italiana a cura di T. De Mauro (6 voll. 1999-2007), e i dizionari di De Mauro 2000, Sabatini-Coletti 2007, Devoto-Oli 2015 e Zingarelli 2013 nei loro quadri flessionali indicano come congiuntivo presente (e imperativo) di alleviare la sola forma allevi (col pl. allevino), omofona (i.e. identica) a quella del cong. (e imperativo) del verbo allevare (e ciò è confermato anche da parlanti da me elicitati al riguardo). E quindi l’ispanofono papa Francesco parla perfettamente come un italofono nativo, senza lasciar trapelare nulla della sua lingua nativa.

Fin qui l’analisi linguistica degli usi corretti e scorretti per i nativi e gli stranieri. Più delicata l’analisi teorica, grammaticale, di allevi (le sofferenze) congiuntivo a un tempo di alleviare e di allevare, distinti invece in altre forme come l’infinito.

La omofonia di allevi (cong. di allevare/alleviare) si spiega tenendo conto delle desinenze del congiuntivo di prima coniugazione (es. [che io/tu/egli/noi/voi/essi] am-i/iamo/iate/ino). Il cong. di allevi-are fa quindi allevi-i / allevi-ino, con una sequenza di due “i”, che nella grafia e soprattutto nella pronuncia si riducono facilmente a una sola: allev-i / allev-ino. Da qui la coincidenza con il congiuntivo di allev-are: allev-i /allev-ino. (Analoga l’omofonia nel caso dei verbi variare/varare, celiare/celare, cerchiare/cercare e udire/odiare).

Nell’uso di 12/18 scriventi (da me elicitati ‘mailarmente’) la forma con due “ii” allevi-i (le sofferenze) è stata distinta da allev-i (un figlio). E letterariamente è documentata per es. in Boccaccio (1342) «allevii le nostre angoscie»; nel Parini del Giorno (1765): «Fia d’uopo ancor, che da le lunghe cure / t’allevii (ed. Dante Isella: t’allevj) alquanto»; in Verga (1871) Storia di una capinera «Che Dio le allevii le pene del purgatorio». Tale forma è peraltro quella della grammatica classica, cinquecentesca, risalente almeno a Lodovico Castelvetro (1563), che integrava (ed. 2004 p. 251) il Bembo (1525). Possibilisti tuttavia grammatici come L. Serianni (1988): «I verbi in -iare […] perdono [la i] davanti a un’altra i“. E «Tuttavia può essere opportuno» (§ XI.69.e) conservarla per evitare l’omofonia. E in precedenza G. Bottiglioni (1914): «può tornare utile conservare l’i del tema per evitare la confusione» (p. 145). E analogamente il Flora (1956 p. 169).

Non solo, ma altri parlanti (5/18, degli interpellati, nord, centro e sud-Italia) – ed è questa una piccola scoperta indirettamente favorita dalla frase del Pontefice – oppongono anche la forma alliev-i (le sofferenze) a allev-i (un figlio). La forma alliev-i permette così di evitare la sequenza di due “i”: allevi-i(no) > allièv-i(no) mediante spostamento di vocale (metatesi). Nel contempo la forma al-liev-i appare più trasparente etimologicamente per via della presenza dell’agg. lieve (rispetto all’opaco latino levis) nel verbo al-levi-are. E come se non bastasse, non si tratta di una variante isolata, o di un lapsus, dal momento che essa è documentata nell’italiano dell’800.

In G. Carducci (av. 1907) si legge infatti: «Il lauro non dà frutti dolci ma bacche amare, onde, a chi ne gusti, s’inaspra il dolore anzi che si alliev (Opere). E, con ulteriore sorpresa, in G. Pascoli (1855-1912) nei postumi (1913) Poemi del Risorgimento. 10 Inno a Roma, si può ancora leggere: «il Popolo pilumno / pensi i trionfi che menò, le leggi / che fece, il dritto che impartì, la pace / che diede, e allievi il suo lungo lavoro / d’oggi con la sua gloria veterana» (vv. 297-301). La traduzione dal latino dello stesso Pascoli non lascia dubbio sul significato del verbo: «et levet assiduum veterana laude laborem».

Per gli amanti della lingua, va anche detto che l’it. antico registrava la forma allevare col significato di “alleviare” per es. in Cino da Pistoia (1270c.–1336/7): «D’ogni gravor m’alleva / lo suo gentil aspetto vertudioso / che mi fa star giocoso». E si tratterebbe di un cultismo, dal lat. allevare ‘alleviare’ (che appunto in lat. non significa affatto “allevare”, come chiariremo in un prossimo intervento.

Il cong. di alleviare presenta così in italiano tre possibilità, tutte legittime e corrette: (a) con una “i” allev-i(no) (b) con due “i” allevi-i(no), (c) con metatesi allievi(no) (le sofferenze).

In conclusione, la lingua del Pontefice, non solo si rivela modello per gli italofoni, ma inaspettatamente, serendipicamente, ha agito come uno stimolo per scavare dentro la grammatica profonda, inconscia, degli stessi nativofoni.

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