Salvo Ficarra e Valentino Picone sono bravi guaglioni. Hanno successo con merito. Sono siciliani, nel campo di cui trattiamo sono fortemente avvantaggiati. Non che i siciliani siano più bravi degli altri a fare le cose, solo che godono di involontaria pubblicità. Le loro “dotazioni” accentate ove occorre riportano a quelle spaventose tradizioni di attaccamento alla terra (la grande madre) e di odio-dipendenza dalle leggi del padre che lambiscono il valore aggiunto del film horror, per misura ed emozione. Aggiungete quel tocco di sessualità tribale da civiltà contadina – mi scopo mia cugina o la zia che peraltro è bona e resta tutto in famiglia – avrete così la ricetta vincente di un discreto film siciliano sulla Sicilia.

Anche in passato i due ragazzacci ci avevano raccontato degli assurdi intrecci che legano le famiglie siciliane – quando si parla di famiglia in Sicilia sapete subito cosa pensare – come a dire: “la Sicilia quello è, che ci possiamo fare, cosa dobbiamo raccontare?”. Quando si avventurarono a pigiare tasti poco siciliani – come nel film con crovinapellicole (unica parola) prova vivente che la crisi del cinema è crisi di personalità nel cinema – i risultati furono meno che mediocri. Una commediola dimenticabile che non raccontava nulla, così sdrucciolevole da infastidire, ordinaria in ogni suo atomo di materia.

“Andiamo a quel paese” è una sorta di ritorno al passato, all’avventura nel territorio. Ennesimo giro di valzer con la grande madre che sa mostrarsi – con obiettività che è ironia non si sa quanto convinta – in tutta la sua orgogliosa bruttezza. La Sicilia bedda lascia il posto – ai due ragazzi gliene diamo atto – alla Sicilia di Germi; luogo che è sunto dei difetti della Penisola moltiplicato due (lì però c’era una dose di violenza che sfugge oggi al buonismo). E i due ragazzi da questo punto di vista si muovono più che bene, anche se, non c’è bisogno di dirlo, non sono affatto attori. Ma un battutista e mezzo, dove mezzo sta per maschera.

Con la Sicilia si può raccontare l’Italia? Sa di buttafuochismo – che di quella Sicilia è figlio orgoglioso, beato lui – capovolgerei il periodo dicendo che i siciliani sono abili a raccontare se stessi e di tradizioni non ne mancano (molta robaccia in mezzo), con la presunzione che ciò che appartiene a loro appartiene a tutti. Ricordiamo che per il siciliano lo spazio pubblico è un privato allargato che va difeso col codice della legge del più forte in mano. Per entrare nello specifico del film, che oggi gli anziani siano i forzieri del paese e che gran parte dei giovani campi grazie a mamme, papà, nonne e zie è un dato di fatto. Al sud lo si racconta non perché si ha coraggio ma per quell’attaccamento morboso ai consanguinei, per cui si finge di raccontare la società ma si finisce per parlare sempre di lei: la famiglia. È questo il momento migliore, non vi pare?

Il film di Ficarra e Picone è mediocre se visto con occhiali con le giuste gradazioni. Non recitato (unico attore o quasi Mariano Rigillo), la sceneggiatura è firmata anche dai due protagonisti, una scrittura frettolosa e ansiosa di sorprendere e di divertire a tutti i costi. Ficarra di suo spassoso lo è: ottimo comico da schermo, tempi giusti ed espressioni esilaranti. Il siciliano nelle movenze c’è tutto e piace e molto agli amanti del genere. Picone è a metà di ogni percorso. Costretto a recitare la parte del bello, ma bello non è, affiancato da partner femminili di grazia notevole, sembra eternamente un pesce fuor d’acqua. Della spalla non ha il peso specifico, è un muretto sul quale Ficarra si poggia volta a volta. Fotografato in assenza del partner dà l’idea di un attore della corte di Vincenzo Salemme. Ma scartato al provino.

Se visto con occhiali colorati il film mostra qualche pregio. Non è ipocrita (non so quanto però la storiellina riesca a graffiare), e ritrova sicilianità oscene dimenticate dai camilleriani in arruolamento volontario. Non si parla di incesto, che in nome di una “purezza familiare” da mantenere sarebbe praticato come certificazione di chiusura a riccio dei gruppi sociali. Valerio Caprara che è un’autorità ha parlato di commedia “pulita” e non “volgare”. Merito dei due giovanotti è di esser riusciti, variando la trama, a non riproporre porcate intrafamiliari con spiate dal buco della serratura, docce e cambi di biancheria: grazie anche all’escamotage della zia anziana (per amor di dio). Ma scene di nudo a parte, siamo sempre lì. È un ritorno all’antico: alle unioni sacre zia-nipote, adesso spacciate per matrimonio zia-nipote. Tutto in velleitario silenzio: casa/cosa loro, dio-Trinacria e famiglia.

E potevano mancare? C’è un sacerdote e ci sono i funerali – Pietro Germi è semplicemente strepitoso, altro che Tornatore – poi la relazione nascosta della zia col prete, in conclusione. In Sicilia non si pensa ad altro, dicono, e in nome della tradizione c’è pure il cibo, non le abbuffate colossali in stile mafioso – ricordate “I cento passi” con Badalamenti? – ma parche tavolate e un abbozzo di dieta. In omaggio alla modernità salutista.

Come? ah già, avete ragione, ci sono pure i soldi. Quelli però mica li danno se lavori: o c’è la zia o li procuri in poche mosse. Verbo chiave? Sempre lo stesso: fottere.

Scrivi