Anita Rapisarda

Tracciare un profilo del prof Andrea Canevaro classe 1939 pedagogista di fama internazionale visto i suoi innumerevoli successi risulta un’impresa al quanto ardua, infatti prima di delineare la figura professionale è doveroso presentare l’umiltà della persona e la disponibilità nel rilasciarmi l’intervista, nonostante sia  stato colpito da un’emorragia celebrale e, nonostante la sua disabilità come lui  stesso ha scritto  in risposta ad una mia email  “le mie condizioni non sono temporanee ma ho un’invalidità permanente e irreversibile. che mi permette di rispondere alle sue domande, se può essere utile “.Andrea Canevaro professore emerito ordinario di Pedagogia Speciale presso l’Ateneo di Bologna, laureato in Lettere e Filosofia, ha avuto una borsa di studio all’Université Lyon 2, seguendo gli studi del prof. Claude Kohler, occupandosi di infanzia con ritardo mentale. E’ autore di numerosissimi libri, pubblicazioni, e riviste che trattano della disabilità, deficit, integrazione del disabile. E’ stato componente della Commissione tecnico-scientifica dell’Osservatorio per l’integrazione dei disabili del Ministero della Pubblica Istruzione italiano. Ha al suo attivo diverse missioni di cooperazione internazionali, nelle regioni balcaniche, nella regione africana dei Grandi Laghi, in Bielorussia e in Cambogia. Ha un impegno di valutatore di progetti di ricerca per l’Université de Montréal (Canada) e di Lyon. Coordina il gruppo tecnico-scientifico del progetto di tutela e reinserimento di minori con disabilità fisiche e psichiche e promozione di imprenditorialità sociale in Bosnia-Erzegovina. E’ membro di associazioni scientifiche internazionali e nazionali, direttore di collane editoriali, e nel comitato scientifico di alcune riviste nazionali ed internazionali. Abbiamo posto delle domande al professore circa il tema della disabilità.

 

  • Nella distinzione tra deficit e handicap, la disabilità sta in mezzo?

“In un certo qual modo è così. Ma è bene precisare la differenza fra deficit e handicap. Un deficit è un danno irreversibile, e quindi permanente e tale da accompagnare per tutta la vita. È dunque bene conoscerlo per convivere. E, conoscendolo, capire quelli che possono essere gli handicap derivati, che invece sono riducibili, ed anche annullabili.

La disabilità è il termine che usiamo, in questi anni, per indicare una persona con Bisogni speciali. Il termine dice che quella certa persona vive un suo deficit. Non dice se e come si è organizzata, o come è organizzato il contesto materiale e sociale in cui vive, per ridurre o annullare gli handicap”.

 

  • Dagli anni 50-60, la mentalità del nostro Paese è cambiata? È ancora miope davanti ai disabili?

“Il calciatore Lilian Thuran, merita di essere considerato come un testimone che riflette su una mentalità composta di elementi contraddittori.  Occorre ricordare che Lilian Thuran è nero, è stato campione d’Italia con la Juventus, e nazionale francese. Questo non ha impedito alla popolazione dei tifosi di accoglierlo sul campo – soprattutto quando giocava con la propria squadra in trasferta – con gli ululati delle scimmie. E la sua riflessione, a suo tempo, si intitolava “Perché questi urli da scimmia?”.

Lilian Thuran, da quando era piccolo ogni volta che tentava di parlare di schiavitù, aveva l’impressione che quella storia fosse un tabù. Poi ha imparato a conoscerla, quella storia, e a capire che dal quindicesimo al diciannovesimo secolo – approfittando di una forza di lavoro gratuita – gli uomini di potere avevano messo in atto un sistema ideologico con un’equazione: nero = sottouomo. Questa storia, durata quattrocento anni, ha imbevuto la società. Ed è quindi normale che la società ne sia ancora impregnata, ed è utile riflettere su quanto tutto ciò sia ancora presente nella mentalità comune.

Quando domandano a Lilian Thuran come reagiva al verso della scimmia che lo accompagnava quando entrava in campo e quando toccava il pallone Thuran dice che in fondo comprendeva questo comportamento: quell’urlo richiama semplicemente l’animalità dell’uomo nero, inculcata in modo incosciente in molte persone. Denunciare razzismo secondo Thuran è renderlo presente e bisogna arrivare a decostruire il razzismo ritornando alla storia. Il razzismo non è caduto dal cielo ma è stato installato ed  intellettualizzato da ideologie storiche cioè prodotte dalla storia. Fin qui Thuran, che ci insegna molte cose con questa sua riflessione.

La questione delle persone con disabilità è analoga. Non sono passati molti anni dal giorno in cui, un teologo scriveva su “L’Osservatore Romano” che, nascendo un bambino con sindrome di Down,  non sarebbe poi stato un peccato grave fare in modo che la sua vita fosse breve.

Nella nostra parte del mondo, stiamo vivendo una fase di transizione, composta da esperienze quotidiane di accettazioni vissute come del tutto naturali; e in testa stereotipi carichi di pregiudizi. Recentemente, in una città europea, in un ristorante frequentato da persone nell’intervallo del lavoro – zona di banche, di uffici. Giorno feriale -, a un tavolo si è seduto un signore abbastanza giovane. Ha appoggiato la sua cartella sulla sedia vuota alla sua sinistra, ha ordinato scegliendo dal menu ed ha mangiato tranquillamente, concludendo con un caffè e pagando il conto. Quel signore era con sindrome di Down. Non ha stupito nessuno degli avventori che a quell’ora affollavano il ristorante. Non possiamo essere sicuri che, quelle stesse persone, se interrogate non in quel contesto, non rivelassero mentalità improntate al pregiudizio.

La nostra esperienza quotidiana precede le nostre convinzioni, che fanno fatica ad abbandonare i pregiudizi ereditati da una lunga storia. Nella quale, è bene ricordarlo, vi è stato anche il genocidio, nel cuore dell’Europa e con vaste complicità, di ebrei, zingari, omosessuali, oppositori politici … e persone con disabilità”.

 

  • Cosa manca ancora e cosa deve essere fatto per superare le barriere, non solo architettoniche?

“Seguire il ragionamento di Lilian Thuran: vincere il pregiudizio decostruendolo. E quindi: parlare, documentare, ricordare. È importante non dimenticare  e anche alimentare la memoria. Può essere importante realizzare e valorizzare centri di documentazione che permettano a chi cerca di risolvere un problema derivato da un deficit di avere una risposta e di entrare a far parte di una storia.

Proviamo a fare un esempio. Se una famiglia si rivolge a un servizio per ricevere gli aiuti giusti per un figlio, dovrebbe capire che quegli aiuti sono possibili perché dietro di loro c’è una storia, fatta di persone, istituzioni, ricerca. Anche chi opera in quel sevizio avrebbe non pochi vantaggi sentendosi parte attiva in una storia. I vantaggi sono anche pratici, con ricadute sulla qualità delle prestazioni. Che avrebbero un senso più pieno”.

 

  • Che consiglio dare ai genitori di bambini con disabilità quando sembra che non accettino il deficit del proprio figlio?

“Chiarire e distinguere: fanno benissimo a non accettare gli handicap, che vanno ridotti e anche cancellati, e quindi combattuti. Ma devono conoscere il deficit, insieme al proprio figlio, per imparare a convivere. Questa conoscenza attiva non è sempre facile. Può essere facilitata se quei genitori accettano – e accettano se sono invitati con le dovute maniere e spiegazioni – di partecipare a un percorso nella verità insieme ad altri, anche genitori, ma non solo. È accompagnarsi in un percorso. Che permette di rielaborare la propria esperienza.

La rielaborazione della propria percezione è conquista di autonomia. Insieme. scoprendo anche, o soprattutto, che, come genitori, dovranno accompagnare.

Il paradosso consiste nel fatto che tale rielaborazione è favorita da un accompagnamento “evolutivo”, ne fa scoprire la fecondità; ed è impedita da un accompagnamento “ripetitivo”. La distinzione fra questi due tipi di accompagnamento può essere particolarmente problematica trovandosi a fare i conti con condizioni di scarsa autonomia funzionale. Se una persona ha bisogno costantemente di appoggiarsi a un’altra persona perché diversamente non può muoversi, quella distinzione può sembrare astratta e forse irritante. Però possiamo avere diversi modi di accompagnare. E le differenze non sono vistose e tuttavia sostanziali:

  • accompagnare dove vuole l’accompagnatore
  • accompagnare stabilendo prima insieme dove (ad esempio: mostrando diverse immagini di luoghi raggiungibili e facendo scegliere l’immagine del luogo ove recarsi…)
  • accompagnare spingendo la carrozzella
  • accompagnare affiancando la carrozzella azionata, magari a motore, da chi viene accompagnato
  • accompagnare sostenendo sotto braccio
  • accompagnare facendo il percorso con chi viene accompagnato e si sostiene utilizzando un bastone.

Ci sono molte altre possibili sfumature. Sottolineiamo la necessità di distinguere il piacere di accompagnare dalla sua necessità funzionale. Se vengono confusi, ovvero fusi insieme, il piacere della compagnia e la necessità di essere sorretto, il timore di perdere il primo sarà un potente motivo di resistenza a fare evolvere la seconda. E’ molto difficile vivere un accompagnamento che non riesce a distanziare piacere e funzione (necessità). Senza questa distanziazione, si creano delle funzioni insostituibili. Distanziando, la necessità può essere assunta da chiunque riesca a riprenderne la funzione correttamente; mentre il piacere dell’accompagnamento non può essere assunto da chiunque. Ma questo permette di fare evolvere la condizione di chi ha bisogno di accompagnamento e può ritrovare il piacere dell’accompagnamento attraverso qualche collegamento con telefono cellulare”.

 

 

  • È utile che l’équipe pedagogica vada direttamente in classe per osservare un bambino con disabilità?

“Poter vedere un bambino con altri bambini può permetterci di scoprire che le sue differenze non lo fanno percepire dagli altri come un marziano, ma come un bambino diverso fra bambini diversi. Come per ogni originalità, permetterà di far domande, di vivere le curiosità, di scoprire le differenze. E di togliere quel bambino un po’ speciale dalla categoria degli inavvicinabili”.

 

  • L’inclusione è ancora oggi un miraggio per i bambini con difficoltà?

“Non credo che sia un miraggio. È una realtà diffusa. Certamente noi conosciamo più gli incidenti, le difficoltà, che le buone notizie. Dobbiamo prendere un impegno: diffondere le buone notizie. Che poi è evangelizzare, mi sembra”.

 

 

 

 

A proposito dell'autore

Insegnante di professione, giornalista per vocazione o viceversa. Ancora sto cercando di scoprirlo. Mi sono avvicinata al bellissimo mondo del giornalismo per caso…forse perché ho sempre avuto la passione di scrivere, vedere quel foglio bianco che inizia attraverso la scrittura a prendere colore, ad avere una forma ben definita mi trasmette emozioni infinite… Potrei provare a sintetizzare la mia personale descrizione con una due semplici parole: Curiosa e innovativa. L’essere curiosa è sinonimo di voler sempre scoprire cose nuove, e poter scrivere di eventi, manifestazioni e tutto quello che fa notizia soddisfa la mia infinita curiosità. Innovativa perché penso che il giornale on line è il futuro della nostra società, ed aver avuto la possibilità di collaborare per questo giornale per me è una grande opportunità ma soprattutto un immenso piacere.

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