Daniele Lo Porto

CATANIA – Le ultime amministrative hanno sancito che il Pd e Matteo Renzi sono un pallone sgonfiato, che i “grillini” vanno dalle stalle alle stelle e viceversa e che il centrodestrachenonc’è quando c’è realmente può anche vincere.

Dati che naturalmente costituiscono una scossa di assestamento in vista delle prossime regionali, e quindi le amministrative a Palermo, Catania e Messina, che ormai sono dietro l’angolo. E dietro l’angolo c’è anche il tenero Angelino Alfano, che con il suo Nuovo centro destra, partito organico al centro sinistra da almeno due anni, con una evidente paradosso linguistico prima ancora che politico, che è pronto a svoltare, guarda un po’, proprio a destra. Con il suo 2% a livello nazionale Ncd più che un partito è un movimento sempre in…movimento. Una palla che nel biliardo della politica italiana cerca sempre sponde nuove per imbucarsi dove c’è il potere. Ma non chiamiamolo trasformismo, per favore, che altrimenti si offendono pure. Angelino Alfano dall’alto del suo incarico ministeriale, che mantiene in virtù di un plotoncino di fedelissimi arruolati sotto la bandiera del Pdl, fiuta il vento, scorge nuvole all’orizzonte e messa la ciurma pronta all’ammutinamento e, quindi, da uomo saggio e pragmatico qual è sta già trattando la nuova rotta che lo riporterà al porto di partenza del centrodestra. Lui, più furbo che saggio, opportunista piuttosto che coerente, ha navigato accanto alla nave ammiraglia della flotta renziana, ma ha mantenuto un distacco formale in virtù di una bandiera con ben altre insegne. Questo nei mari aperti della politica nazionale, ma anche in quelle limacciose e stagnanti del vice reame siciliano.

Naturalmente l’ammiraglio Angelino sa che il suo modesto equipaggio vale il doppio se lo sposta da una flotta all’altra, con tanto di riferimenti logistici, clientes, famiglie e caravanserraglio.

I successi a macchia di gattopardo del centrodestra (Gino Ioppolo a Caltagirone, Giovanni Moscato a Vittoria) resuscitano attenzioni e orgoglio che forse sarebbe stato meglio lasciare sopiti. Gianfranco Miccichè fa sapere che è vivo e lotta in mezzo a noi. Dopo aver trascinato al di qua del Rubicone Gianantonio Genovese come se fosse un merito, adesso fa il pontiere con l’Angelino e cerca di avvelenare i pozzi dove si abbevera il consenso di Nello Musumeci. Non pago di aver favorito la vittoria di Rosario Crocetta, successivamente perdonato come un pargoletto discolo da papà Silvio, Miccichè cerca di indossare gli abiti malconci da padre nobile del centrodestra siciliano. Non si candiderà, annuncia, con falsa modestia. Non è un sacrificio, sia chiaro: vuol solo evitare il riscontro dell’urna che sarebbe per lui umiliante e preferisce intascare con una bella nomina l’eventuale successo della coalizione.

Nello Musumeci, intanto, ha tutto pronto per prendere il largo con il suo saràbellissima, leit motiv della politica nostrana da oltre un anno. Sono vicini in tanti al presidente della Commissione regionale antimafia, alcuni con convinzione altri, come spesso accade, per opportunismo. Miccichè non si scompone: “Candidatura credibile”, la definisce bontà sua, ma aggiunge che non è la sola. In realtà il pupillo di Berlusconi guarda altrove, non solo in termini di appartenenza, ma anche generazionali. Stefania Prestigiacomo e Salvo Pogliese sono pronti per la nomination. L’ex ministra per l’Ambiente è sottotraccia da tempo, ma potrebbe far valere il rispetto di requisiti estetici tanti cari all’ex cavaliere di Arcore. Salvo Pogliese è lì, pronto alla risposta: “Obbedisco!”. Giovane, ma con una già comprovata esperienza politica e amministrativa, in questi anni ha morso un po’ il freno a Bruxelles. È uomo d’azione in prima linea più che da alzata di mano in assemblee affollate, ma il suo impegno per la Sicilia è costante e visibile.

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