Certo i miei ricordi non sono quelli di Gaetano Afeltra o di Camilla Cederna. Nel ’45 non c’ero, però c’ero nel ’78. E negli ultimi periodi qualcuno mi ha aiutato ad allenarla, la memoria. “Corriere della sera” e “Gazzetta dello sport” hanno messo in vendita una serie in dvd dedicata a Ufo Robot – già nota erroneamente come Atlas Ufo Robot – madre di molte serie di cartoni giapponesi e creata dal grande Go Nagai.

Confesso, rivendendo i primi quattro episodi – del tutto dimenticati – mi è sembrato di ripassare un film di Cronenberg. Certo sarebbe stato impossibile proseguire, episodio dopo episodio, picchiando sul registro tipicamente sfuggente, del “dico e non dico” e del “mistero è dentro di noi”; in ogni caso la questione dell’eroe buono col passato da nascondere che lotta per salvare gli altri e se stesso è archetipo tipico delle storie di fantasia. Per Cronenberg si tratta piuttosto di pure ossessioni e di personaggi che nascondono un passato terribile dal quale è impossibile sfuggire. Un’età trascorsa che bussa alla porta con effetti devastanti. Gran parte dei personaggi dei cartoni, dei fumetti o partoriti da semplice capriccio nascono da un segreto ignoto pressoché a tutti, compresi a volte lettori o spettatori.

L’eroe è un grande sofferente. Ricordo che in un mio libro, scrivendo su Tarzan – re delle scimmie dissi che “un passato senza luce o un’esperienza terribile sono caratteristiche essenziali del supereroe”. Non è figlio di gente comune o se lo è a un certo punto accade qualcosa che lo rende diverso da ciò che era. In molti casi eventi e peculiarità si sommano gli uni alle altre. Il bellissimo e tenebrosissimo Actarus – mai conosciuto una fanciulla che non ne fosse invaghita – è un principe: aristocratico o servitore del popolo – così si definiscono i tizi di sangue blu – nativo della stella Fleed. Actarus è riuscito a sfuggire al suo destino con un robot-astronave, Goldrake, e si è rifugiato sul nostro pianeta. È stato adottato da Procton, scienziato che cerca in tutti i modi di tenere a bada gli invasori extraterrestri – quelli cattivi, Actarus naturalmente è buono – agli ordini del re Vega; invasori che hanno già attaccato Fleed e che adesso vorrebbero impadronirsi della terra. Ma i cattivi se la vedranno con Actarus che adesso fa il contadino presso la fattoria gestita dal signor Rigel, cow boy giapponese e mezzo matto.

Ciò che a suo tempo apparve singolare a noi ragazzi – ma anche ai giorni nostri agli adulti – è quella sorta di trinità nella quale si scompone l’eroe buono. Goldrake non è solo una macchina in grado di andare per i cieli, capace di trasformarsi in un gigante antropomorfo per lottare sulla superficie terrestre. Il corpo d’acciaio che accoglie il piccolo Actarus è tutt’uno con quello del giovane quando questi lo pilota per i cieli o lo guida per valli e pianure. È Actarus a provare dolore quando il corpaccione del gigante viene ferito dalle armi del nemico. Non è un essere mitologico metà uomo e metà qualcosa, ma il prodotto di più elementi: contemporaneamente uomo, macchina e uomo-macchina. Dal corpo alla psiche e ritorno.

La trasformazione nell’eroe che guida il gigante buono è il momento più importante di ogni episodio (che dura in tutto circa 25 minuti). Il passaggio dall’umano al superumano (che è combinazione di elementi) avviene attraverso una semplice corsa, un lanciarsi nel vuoto e un grido: «Goldrake!». Da quel momento in poi il contadino, che si è tuffato nelle viscere del mostro, vestirà – come per magia – una divisa da autentico supereroe. Confessiamolo, più spettacolare di Superman che si “cambia d’abito” nella cabina telefonica, Braccio di ferro che mangia gli spinaci, Thor che batte il bastone, eccetera. Il confronto coi nemici – dapprima i “minidischi, poi un mostro simile a Goldrake per caratteristiche – avviene secondo uno schema prestabilito che sa anch’esso d’antico. Lotta nei cieli, trasformazione in un robot con braccia e gambe, quindi corpo a corpo. Una splendida musica accompagna l’uscita di Goldrake che inizialmente ubbidisce ai comandi come un aeromobile al proprio pilota.

Il bello giunge nel corpo a corpo. Goldrake ne esce ovviamente vincitore, malconcio ma vincitore, lo stesso dicasi per Actarus. Nella lotta all’“ultimo sangue” il nostro utilizza armi speciali a dir poco, tanto da farci dimenticare le scene della più comune fantascienza. Chi poteva dimenticarle? Alabarda spaziale, pioggia di fuoco, tuono spaziale, maglio perforante, lame rotanti, eccetera. La goduria dell’ingegno. Sempre pronti alla rivincita, i nemici invasori verranno sconfitti solo momentaneamente.

Analisi finale. In un futuro ipotetico la terra verrà minacciata dagli alieni invasori. La salvezza arriverà grazie a un nuovo patto, chiamiamolo così, tra uomo e macchina. A comporre la differenza un principe-guerriero il cui cuore, più di ogni altra cosa, è il legame autentico tra carne e acciaio. Per rendere i buoni ancora più buoni e i cattivi ancora più cattivi il rimedio è quello – vecchio come il mondo – di chiamare in causa estetica, ecologia e altro ancora. I valori in gioco sono i soliti: libertà e diritto alla difesa. Rafforzati da fattori emozionali. I buoni sono i belli (anche se non tutti): bello Actarus, bello Alcor ex pilota di Mazinga Z che ha progettato un proprio disco volante e che soffre la personalità del protagonista; bella Venusia la figlia di Rigel; gli altri ad esclusione del dottor Procton sono figure buffe, utilissime a rendere il cartone leggero in apparenza. I belli vivono in luoghi belli e salutari (naturalmente), tipo fattoria con animali e tanto verde. I cattivi sono orrendi: il comandante Hydargos, il re e il generale Gandal il cui viso da Frankenstein nasconde il corpo – per intero – di una perfida donna pronta a ordinare attacchi e distruzioni di massa. Qui la donna-strega, lì l’adolescente ingenua e attraente. Qui le flotte dei cattivi-invasori che abitano la faccia nascosta della luna, lì il pianeta azzurro che strano a dirsi si mostra attraente ed è conquistato dall’allegria.

Buon divertimento allora e se volete non fatevi troppe domande.

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