Sono passati trent’anni dalla morte di Enrico Berlinguer; ieri ne è stato l’anniversario. Nell’ultima campagna elettorale Beppe Grillo e Matteo Renzi se ne sono contesa l’eredità; non entriamo nel merito di chi ne avesse i titoli maggiori, ma non vi sono dubbi che tale ricorrenza avrebbe dovuto essere l’occasione se non per non ripensare alla sua figura a tutto tondo, almeno per capire il significato della sua denuncia della questione morale in un momento in cui il nostro paese è nuovamente travolto da una corruzione che pare inarginabile. Infatti a me pare che non se ne sia capito il senso profondo, che non attiene alla moralità dei singoli, né alla mancata predisposizione dei necessari argini legislativi e giudiziari, ma ad un male profondo della politica e del suo modo di intenderla.

Infatti la diagnosi berlingueriana prescinde da ogni banale “moralismo”, che potrebbe per contrappasso alimentare la critica di un becero machiavellismo tipicamente italiano – che la “buona politica” la fanno anche i Valentino Borgia, le persone corrotte e moralmente senza scrupoli; anzi, di questi sarebbe piena la storia, come ha l’altra sera implicitamente sostenuto il filosofo Massimo Adinolfi ad “8 e mezzo” in contrapposizione a un Travaglio che si ergeva a campione della tesi contrapposta.

No, non è riducibile a tale semplicistica contrapposizione quanto detto da Berlinguer; nel suo discorso era piuttosto presente la constatazione sociologica di un fatto che oggi è sotto gli occhi di tutti e che ha la consistenza di un vero a proprio fenomeno sociale di degenerazione sistemica: «I partiti di oggi – sosteneva – sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune». Oggi ai partiti – alla cui funzione era ancora ancorata la visione di Berlinguer – si sono sostituiti le persone, le bande, le lobby, i gruppi di pressione; essi sono ormai dei simulacri all’interno dei quali trovano collocazione i vari gruppi di potere per esercitare e gestire i propri interessi. E così la denunzia della occupazione da parte dei partiti di tutti gli spazi pubblici non è un fatto che attiene alla flebile tenuta morale dei singoli, ma ad una complessa e storicamente motivata trasformazione del rapporto tra la politica e la società.

Ma v’è un’altra importante notazione, che Berlinguer riferiva alla diversità dei comunisti, ma che attiene a chiunque si voglia impegnare in politica senza intenti affaristici. La moralità non è frutto della buona educazione – dell’aver avuto buoni insegnamenti morali in parrocchia e in scuole di partito o dall’avere acquisito una buona “cultura politica”: è il frutto di una storia che è innanzi tutto alimentata da una passione, nutrita dal sentimento. E la passione nasce da un’idea di futuro, da una immagine di società che sia in grado di mobilitare energie, di suscitare forza morale e di compensare quello che non si ottiene, amministrando, in benessere materiale. La moralità è la conseguenza di una tensione tra il presente e quello che sarà, è la posta che si lancia sul tavolo della scommessa per il nostro avvenire, è il “mito” che illumina l’altrimenti nostra grigia vita quotidiana; è la storia personale e collettiva di un ceto dirigente che si riconosce nel medesimo orizzonte e che ha lottato insieme per raggiungerlo.

Ma quando tutto questo viene a cadere, quando – in nome del pragmatismo e della società post-ideologica – la politica si riduce alla mera gestione del quotidiano e i ceti politici si formano per aggregazione opportunistica; quando essa diventa il gioco del potere, allora coloro che amano il potere cominciano a giocare. Si ha una inversione della logica politica: il potere da strumento al servizio di un’idea di società, si trasforma in fine esclusivo con cui settori della società perseguono i propri interessi, singoli, di gruppo o di corporazione, rivestendoli con brandelli raccogliticce di idee, qualunque esse siano. E le conseguenze sono quelle che oggi vediamo, diagnosticate da Berlinguer, e che interessano in diversa misura sia i suoi nipotini come anche i loro avversari: in tutti è finita per prevalere la gestione del potere e il suo mantenimento a ogni costo, la scelta di allearsi con chicchessia, senza stare troppo ad annusare la puzza che ne promana. E allora non basta lo sforzo generoso di pochi, perché questi sono poi costretti scendere a patti con chi di quel potere vuol solo profittare per i propri affari. E non si può combattere contro la corruzione e il malaffare con l’aiuto e l’appoggio di chi vive di malaffare e corruzione.

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