Vi sarebbe un modo semplice per cercare di limitare il fenomeno corruttivo negli appalti pubblici, che è stato recentemente testimoniato in modo impressionante da Claudia Minutillo, l’ex assistente di Giancarlo Galan, in una recente intervista: «Siamo immersi in un sistema di corruttela troppo strutturato, troppo consolidato, nella pubblica amministrazione e nella magistratura, nella Corte dei conti e nei Tar, fino anche al Consiglio di Stato. Ovunque funziona così. Se vuoi i lavori pubblici, devi fare queste cose. Tant’è che i ricorsi delle gare per gli appalti le vinceva chi pagava di più. Eravamo convinti che quello fosse l’unico sistema possibile, che non si potesse fare diversamente». A favorire questo “sistema” c’è innanzi tutto la modalità di assegnazione degli appalti, con ribassi fuori mercato e col tacito accordo a presentare varianti d’opera che saranno prontamente accolte dal ceto politico, ben felice di fare ciò in quanto così lucra delle belle tangenti, con la conseguenza di una abnorme lievitazione dei costi preventivati (vedi l’articolo qui pubblicato da Raimondo Catanzaro).

Inoltre, in alcuni casi a tale pratica si è associata anche la “giustificazione” che il metodo degli accordi preliminari, gestiti da una “cupola” che decideva chi dovesse vincere questo o quell’altro appalto, fosse finalizzato alla necessità di accontentare un po’ tutti, anche in base alle affiliazioni o cordate politico-partitiche: qualcosa a Tizio, vicino a quel partito, qualcosa a Caio, amico di quell’altro politico che rappresenta il tal movimento e così non si scontenta nessuno e tutti sono felici e contenti. Tranne il cittadino italiano che con tale metodo sborsa il doppio o triplo di quanto dovrebbe esser giusto.

Ma ci sarebbe una semplice, ragionevole soluzione: innanzi tutto eliminare le gare al ribasso. L’ente appaltante stabilisce un prezzo congruo al quale dovrà essere eseguito il lavoro insieme ai requisiti (normativi, economici e tecnologici) che le aziende devono possedere per poterlo effettuare. A questo punto, le aziende interessate presentano la propria candidatura e una commissione valuta solo il possesso dei requisiti, senza aggiudicare la gara, la quale verrà assegnata per sorteggio. E col sorteggio si taglia il nodo degli accordi preliminari e anche della necessità di varianti del prezzo in corso d’opera: se la ditta non è in grado di eseguire il lavoro per la somma convenuta, sarà esclusa da esso (e da quelli futuri per almeno due anni). Non solo, ma il sorteggio, per la sua natura statistica, finirebbe a turno per distribuire nel lungo termine gli appalti in modo pressoché paritario, nessuno venendo escluso perché non fa parte del “giro”.

Nell’antica democrazia ateniese il sorteggio era un modo per evitare le rendite di posizione o impedire che i potenti si assicurassero col denaro o altri sistemi tutte le cariche. E il pagamento dei magistrati e dei politici (il loro “stipendio”) venne introdotto appunto perché ciascuno avesse la possibilità di esercitare una carica toccatagli per sorteggio, senza morire di fame abbandonando il proprio lavoro. Oggi non si può certo riproporre tout court questo modello, ma non vi sono dubbi che in alcuni casi esso potrebbe avere una sua efficacia. Quello degli appalti pubblici potrebbe essere uno di questi.

Certo, ciò presupporrebbe la volontà del ceto politico di rinunziare a questa bella possibilità di arricchimento e malversazione; e siccome una tale misura dovrebbe esser promossa proprio da esso, cadiamo nel solito paradosso di voler combattere la corruzione con l’aiuto dei corrotti.

Coraggio Renzi, all’opera per risolvere questo bel busillis: «Qui si parrà la tua nobilitate»!

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