Le ragioni che impongono la condivisione delle azioni a sostegno dell’innalzamento del contenuto succo di frutta nelle bibite analcooliche, vendute con il nome di frutta a succo,  della trasparenza delle etichettature e della equità delle filiere sono legate  al bene comune e allo sviluppo economico. E’ quanto ha affermato il presidente della Coldiretti siciliana, Alessandro Chiarelli, durante l’audizione che si è svolta ieri al Senato sulla  Legge europea 2013-bis in corso di esame in Commissione.

La Coldiretti ha da anni avviato un’azione nazionale per l’innalzamento della percentuale di frutta nelle bevande che determina il consumo di cinquantamila chili di vitamina C in più all’anno da parte dei consumatori – ribadisce   – concorrendo a migliorare concretamente la qualità dell’alimentazione ed a ridurre le spese sanitarie dovute alle malattie connesse all’obesità in forte aumento. D’altra parte, risulterebbe consolidato il ruolo del Made in Italy agroalimentare con i suoi effettivi e potenziali benefici in termini di occupazione e crescita per il Paese e per la comunità. Nel mezzogiorno, nello specifico, l’agroalimentare può costituire il nerbo di un nuovo modello di sviluppo e di coesione territoriale.

Con più arance nelle bibite, l’aumento, posto che un litro di aranciata con il 12 per cento di succo naturale contiene oggi soltanto 3 centesimi di euro ed è venduta ad un prezzo 50 volte superiore si determina un aumento di 250.000 quintali di arance, pari ad oltre 1000 ha di agrumeto – sottolinea il direttore regionale, Giuseppe Campione.

Dalla società – ha concluso il direttore  – emerge con sempre maggior intensità una domanda di trasparenza e di verità. Si vuole che i prodotti in commercio restituiscano quanto promettono, sia in termini di “gradimento”, sia dal punto di vista della salubrità.

In Sicilia – ricorda la Coldiretti regionale la superficie dove si coltiva arance è di circa 55 mila ettari per una produzione di quasi 12 milioni di quintali.

T.G.M.

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